Ci sono segnali che non fanno “notizia”. Non esplodono, non bloccano aeroporti, non mandano in...
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Ci sono segnali che non fanno “notizia”. Non esplodono, non bloccano aeroporti, non mandano in onda il solito comunicato con il teschio digitale e la richiesta di riscatto, ma sono più discreti, quindi più pericolosi. Negli ultimi quattro anni gli attacchi contro sistemi ICS e SCADA non hanno mostrato soltanto una crescita quantitativa, ma soprattutto un cambiamento di natura. Il punto non è più quanti malware vengano intercettati sui computer industriali, ma che cosa cercano di fare quelli che passano, o quelli che non hanno più bisogno di presentarsi come malware tradizionali.
Prendiamo un dato apparentemente rassicurante. Kaspersky, nel primo trimestre 2025, ha segnalato oggetti malevoli bloccati sul 21,9% dei computer ICS monitorati, una percentuale inferiore rispetto allo stesso periodo del 2024. Bene, verrebbe da dire, poi però conviene evitare l’antica abitudine di scambiare il sintomo per la malattia. Quel numero misura soprattutto il rumore di fondo: file sospetti, minacce generiche, tentativi più o meno ordinari che attraversano anche gli ambienti industriali. Tuttavia, non misura necessariamente la capacità di un attaccante di incidere sui processi fisici.
La tendenza più preoccupante è un’altra: gli attacchi stanno scendendo di livello, non nel senso della qualità, ma della profondità perché vanno verso la logica industriale. Dal 2022, gli attori ostili hanno iniziato a sviluppare strumenti pensati per interagire con PLC, HMI, workstation di ingegneria, protocolli industriali e file di progetto. Sono parole un po’ ostiche, lo capisco, ma indicano oggetti molto concreti: i dispositivi che comandano, gli schermi che mostrano, le stazioni da cui si configura, i linguaggi con cui le macchine si capiscono tra loro.
Questo è il salto qualitativo. Per anni abbiamo immaginato l’attacco informatico come un malware che entra, cifra i file, blocca il servizio, chiede denaro. Oggi, nei casi più avanzati, l’attaccante vuole capire dove sono gli interruttori, imparare quali luci accendere per far credere che tutto sia normale mentre in realtà succede altro: meno malware visibile, più conoscenza del processo.
Il caso FrostyGoop lo racconta bene. Nel 2024 questo strumento, rivolto a specifici dispositivi, è stato collegato a un attacco contro il teleriscaldamento ucraino, con azzeramento del servizio per centinaia di edifici. Non siamo più nel dominio astratto del “dato compromesso”, ma in quello di persone che si accorgono del problema non perché leggono un report tecnico, ma perché qualcosa che doveva funzionare a cessato di farlo e così la Rete smette di essere un altro mondo e diventa una mano che tocca il termosifone.
Lo stesso filo attraversa gli altri casi recenti. In Messico, secondo la società di cybersecurity Dragos, dopo la compromissione dell’ambiente IT di una utility idrica, un attaccante avrebbe usato strumenti di intelligenza artificiale, tra cui Claude, per mappare la rete interna e individuare sistemi SCADA per il controllo dei dispositivi industriali. Non un sabotaggio conclamato, ma un avvicinamento.
In Polonia, l’ABW, agenzia per la sicurezza cyber, ha segnalato intrusioni nei sistemi ICS di cinque impianti di trattamento acque; in alcuni casi gli aggressori avrebbero potuto modificare parametri operativi delle apparecchiature, con rischi per la continuità del servizio e l’approvvigionamento idrico. Anche qui il linguaggio prova a tranquillizzarci. “Parametri operativi” sembra una formula da verbale tecnico. In realtà, molto banalmente, significa poter interferire con il modo in cui un impianto tratta l’acqua, regola le pompe, mantiene stabile un servizio essenziale. La distanza tra una configurazione alterata e un rubinetto asciutto può essere più breve di quanto vorremmo.
Il caso della nave da crociera GNV Fantastic porta lo stesso problema in mare. Il traghetto, fermo a Sète, è finito al centro di un’indagine francese per il sospetto che qualcuno volesse permettere l’accesso remoto ai sistemi di navigazione. L’ipotesi di un controllo effettivo della nave non è dimostrata, e questo va detto con chiarezza. Tuttavia, il caso segnala la fragilità dei confini tra IT di bordo, sistemi operativi e navigazione. Una nave moderna non è soltanto scafo, motori e plancia, ma ormai un sistema informatico galleggiante.
Nel 2025 Dragos ha osservato attaccanti impegnati non solo a entrare nelle reti industriali, ma a mappare control loop, attuatori, gateway, HMI e configurazioni operative. Questa è forse la frase più importante di tutte, anche se sembra la meno spettacolare e molto criptica. Mappare un control loop significa voler capire il ciclo con cui un processo si misura, si corregge e si mantiene stabile. Studiare gli attuatori significa interessarsi a ciò che produce movimento. Guardare le HMI significa guardare ciò che vede l’operatore. Siamo davanti a qualcuno che impara.
Nel 2026, un rapporto congiunto di CISA, FBI, NSA e altre agenzie di sicurezza statunitensi ha segnalato attacchi iraniani contro sistemi industriali esposti su Internet, con manipolazione di file di progetto. Anche CNN ha riportato azioni contro siti statunitensi energentici e idrici, con disturbi e danni operativi ed economici. Ancora una volta il punto è la manipolazione. Se altero un file di progetto, cambio il modo in cui una macchina è pensata per funzionare. Se manipolo un display SCADA, posso cambiare ciò che un essere umano crede di vedere. È una forma sottile di sabotaggio: non colpire soltanto la macchina, ma anche la fiducia tra l’uomo e la macchina.
Il ransomware resta il principale acceleratore di questa fragilità. Spesso nasce come incidente IT, magari dal solito accesso compromesso, dalla solita credenziale rubata, dal solito perimetro difeso con la convinzione eroica che “tanto qui non succede”. Poi però si propaga, blocca produzione, visibilità e controllo operativo. Anche quando non nasce per manipolare direttamente un processo industriale, può impedirci di vederlo e governarlo.
Per questo continuare a raccontare la cybersecurity industriale come una questione di antivirus, firewall e buone intenzioni è un buon modo per arrivare impreparati. Servono segmentazione vera tra i sistemi, inventari affidabili, dispositivi non esposti inutilmente, controllo degli accessi, monitoraggio dei protocolli industriali, esercitazioni, procedure di funzionamento degradato. Soprattutto serve una maturità culturale: capire che non stiamo proteggendo computer, ma processi fisici mediati da computer.
Il problema, dunque, è che gli attaccanti stanno imparando a parlare la lingua delle macchine e quando qualcuno conosce la lingua, può non limitarsi a spegnerle, ma convincerle a fare la cosa sbagliata nel momento peggiore.
Nuovi incentivi fiscali, maggiore libertà nell’utilizzo del capitale accumulato e un meccanismo di adesione automatica...
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Nuovi incentivi fiscali, maggiore libertà nell’utilizzo del capitale accumulato e un meccanismo di adesione automatica per i neoassunti. Così nel 2026 vengono rafforzati (dalla Legge di Bilancio) i fondi pensione. Obiettivo? Da una parte la necessità di rafforzare il cosiddetto “secondo pilastro” previdenziale alleggerendo la pressione sul sistema pubblico gestito dall’Inps. Dall’altro dare ai cittadini, soprattutto quelli giovani, la possibilità di costruire una pensione integrativa in grado di compensare assegni futuri sempre più bassi. La previdenza complementare nasce proprio con l’obiettivo di colmare il divario tra ultimo stipendio e pensione pubblica Inps. Per questo le novità del 2026 puntano proprio a rendere più accessibili e convenienti fiscalmente i fondi pensione.
Fondi pensione 2026: aumenta la deducibilità dei contributi
La prima novità riguarda il vantaggio fiscale per chi versa in un fondo pensione. Dal 2026 il tetto massimo deducibile sale, infatti, da 5.164,57 euro a 5.300 euro all’anno. In concreto chi ha una forma di previdenza complementare potrà sottrarre dal proprio reddito imponibile una quota maggiore dei contributi versati, pagando così meno Irpef. Il beneficio varia in base al reddito. Chi ha redditi elevati può arrivare a recuperare oltre 2mila euro di tasse. Restano invece esclusi dalla deduzione gli importi derivanti dal Tfr conferito al fondo. La nuova soglia dovrebbe essere valida già dal 1 gennaio 2026, nonostante per molte norme previdenziali sia prevista l’entrata in vigore dal 1 luglio. E chi ha iniziato a lavorare dopo il 2007 e non ha sfruttato pienamente il limite di deducibilità nei primi cinque anni potrà continuare a recuperare lo spazio fiscale inutilizzato nei vent’anni successivi, arrivando in alcuni casi a dedurre fino a 7.950 euro annui.
Più libertà in uscita: arrivano rendite flessibili e prelievi programmati
La grande novità riguarda poi il momento dell’uscita dal fondo pensione. Fino ad oggi il modello dominante era quello della rendita vitalizia, cioè una pensione integrativa erogata periodicamente per tutta la vita. Dal 2026, invece, ci sono tre alternative: rendita a durata definita; prelievi liberamente determinabili e erogazione frazionata del montante. Nel primo caso il pensionato potrà scegliere di ricevere il capitale accumulato nell’arco di un periodo prestabilito, ad esempio 10 o 15 anni. Con i prelievi liberi, invece, sarà possibile decidere autonomamente quanto ritirare nel tempo in base alle proprie esigenze economiche. L’erogazione frazionata consentirà infine di incassare il capitale in più tranche, lasciando la parte residua investita nel fondo pensione. Il cambiamento significa dare alle famiglie maggiore liquidità e più libertà nella gestione dei risparmi accumulati.
Come cambia la tassazione delle rendite dei fondi pensione nel 2026
Cambia anche il trattamento fiscale a seconda della modalità scelta. Per chi sceglie rendita a durata definita e prelievi liberi si applicherà il regime più vantaggioso: aliquota iniziale al 15% e riduzione progressiva fino al 9% in base agli anni di permanenza nel fondo. Meno conveniente invece la tassazione prevista per l’erogazione frazionata del montante. Qui l’aliquota iniziale è del 20% e poi riduzione possibile fino al 15%. Le nuove regole dovrebbero applicarsi ai montanti maturati dal 1 gennaio 2007, anno della grande riforma della previdenza complementare. Per le somme accumulate prima continueranno invece a valere le vecchie disposizioni.
Scatta il silenzio-assenso: cosa succede al Tfr dal 1° luglio 2026
Dal 1 luglio 2026 parte il nuovo sistema di silenzio-assenso per i neoassunti. Chi inizierà un nuovo lavoro avrà 60 giorni di tempo per decidere se: lasciare il Tfr in azienda o scegliere autonomamente un fondo pensione o aderire a una forma diversa di previdenza complementare. Se il lavoratore non comunicherà alcuna scelta, il Tfr verrà automaticamente trasferito al fondo pensione negoziale previsto dal contratto collettivo di riferimento. Questo punta a aumentare il numero degli iscritti ai fondi pensione, ancora lontano dagli obiettivi fissati.
Ci sono storie che non hanno bisogno di essere romanzate perché contengono già tutto: il...
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Ci sono storie che non hanno bisogno di essere romanzate perché contengono già tutto: il denaro, l’ossessione, la fiducia, il tradimento, il potere, l’ambizione, la vendetta e quella particolare forma di vertigine che nasce quando la bellezza smette di essere soltanto bellezza e diventa una leva finanziaria, un bene rifugio, una prova giudiziaria, un’arma simbolica nelle mani di chi può permettersi quasi tutto. The Oligarch and the Art Dealer parte da qui, da una vicenda reale che sembra costruita come un thriller internazionale e che invece appartiene al mondo opaco, sofisticato e quasi impenetrabile del mercato dell’arte globale.
Al centro della serie c’è lo scontro tra l’oligarca russo Dmitry Rybolovlev e il dealer svizzero Yves Bouvier, accusato di averlo defraudato per oltre un miliardo di dollari nell’acquisizione di alcune delle opere più importanti e costose del mondo. Una battaglia che attraversa Monaco, Ginevra, Singapore, New York, Lussemburgo e St. Barths, portando alla luce un sistema fatto di freeport, intermediari, case d’asta, accordi privati, commissioni nascoste e rapporti personali in cui la fiducia vale moltissimo proprio perché la trasparenza vale pochissimo.
«Al centro, The Oligarch and the Art Dealer è una storia su un’accusa di frode da un miliardo di dollari che espone alla vista pubblica un mondo segreto: un’industria costruita per servire gli ultra-ricchi, con l’arte come suo veicolo», racconta Andreas Dalsgaard, regista e co-creatore della serie. «Da Monaco a Ginevra, da Singapore a New York, dal Lussemburgo a St. Barths, la storia attraversa gli enclave preferiti dell’élite globale. È un mondo plasmato dalla ricerca dell’opacità, progettato per evitare trasparenza, controlli, governi e tasse, con l’arte al suo centro. Raccontiamo questa storia attraverso lo scontro tra l’art dealer e magnate dei freeport Yves Bouvier e l’oligarca russo Dmitry Rybolovlev. La loro disputa, spesso descritta come il più grande scandalo moderno nel mondo dell’arte, ha sollevato il sipario sugli accordi privati di alto livello nel mercato dell’arte, sulle case d’asta e su alcune delle opere più valutate della storia».
Per Christoph Jörg, produttore e co-creatore, il cuore della serie è la disintegrazione di un rapporto costruito su una fiducia assoluta, e proprio per questo fragilissimo. «The Oligarch and the Art Dealer è una serie documentaria di alto livello che esplora una delle dispute più straordinarie nel mondo dell’arte contemporanea: un collezionista miliardario che sostiene di essere stato defraudato per oltre un miliardo di dollari dall’enigmatico dealer di cui un tempo si fidava. È la storia di una relazione costruita sulla discrezione che si è disfatta trasformandosi in una battaglia legale globale ad altissima posta».
Un thriller già scritto dalla realtà
La forza della serie non sta soltanto nell’enormità delle cifre, ma nella struttura stessa della vicenda: una storia che si allarga progressivamente, che cambia prospettiva a ogni nuovo documento, che trasforma ogni opera d’arte in un capitolo di una guerra più grande. Non c’è un solo colpo di scena, ma una catena di rivelazioni, ognuna delle quali ridefinisce ciò che si pensava di aver capito.
«Dal momento in cui mi sono imbattuto per la prima volta in questa storia, mi è rimasta addosso», spiega Dalsgaard. «Mentre lavoravo al documentario The Lost Leonardo, ne fui introdotto solo superficialmente. Ma con ogni strato che rimuovevamo, diventava più avvincente. Era chiaro che la storia aveva bisogno di tempo per svilupparsi, qualcosa che solo il formato seriale può offrire. La disputa si è svolta nei tribunali di tutto il mondo. Attraverso ampi documenti giudiziari, siamo in grado di ricostruire, con dettagli straordinari, quindici anni di rapporti segreti tra un oligarca russo e un art dealer di alto livello. Le loro email, i messaggi, le fatture e le deposizioni, un tempo privati, sono ora esposti alla vista del pubblico. È una storia avvincente di inganno, denaro e potere, in cui l’ambizione, l’orgoglio e l’avidità di due miliardari minacciano di distruggerli entrambi».
Jörg aggiunge: «Oltre alla frode da un miliardo di dollari e al coinvolgimento di grandi opere d’arte tra Monaco, Ginevra e New York, è stata la struttura della storia a colpirci. Possedeva tutti gli elementi di un thriller: segretezza, lealtà mutevoli e commissioni nascoste. È diventata una serie documentaria perché la storia semplicemente non entra in un singolo film senza perdere ciò che la rende avvincente. Il caso stesso si sviluppa nel corso degli anni, attraverso più Paesi, con strati di sviluppi legali, finanziari e personali che non si risolvono in modo lineare. Questa non è una storia con un solo colpo di scena, è una sequenza di rivelazioni. Ogni accordo, ogni opera d’arte, ogni mossa legale aggiunge un nuovo livello di comprensione e spesso contraddice ciò che era venuto prima. La narrazione ha molteplici punti di svolta e la complessità fa parte dell’esperienza. I meccanismi finanziari, il ruolo degli intermediari, le strategie legali: questi non sono dettagli di sfondo, sono la storia».
Il mercato dell’arte come sistema dell’opacità
Quello che la serie mostra con particolare forza è che il mercato dell’arte, nella sua fascia più alta, non funziona come un mercato normale. Non perché manchino le regole in assoluto, ma perché il valore reale di un’opera, il prezzo effettivo pagato, il ruolo degli intermediari, le commissioni e i margini possono restare nascosti in una rete di rapporti privati, accordi confidenziali e strutture pensate per garantire discrezione.
«Questa storia rivela un mercato dell’arte che opera nella segretezza, con una supervisione minima e poca trasparenza per il compratore ordinario», dice Dalsgaard. «In questo ambiente, commissioni nascoste, rincari non dichiarati e vendite private opache sono comuni: transazioni in cui il vero prezzo può essere nascosto al compratore, e talvolta persino al venditore. Al centro ci sono gli intermediari, soprattutto gli art dealer, che operano nello spazio tra entrambe le parti. In definitiva, è un mondo da “compratore, attenzione”. I nuovi arrivati devono affidarsi all’affidabilità degli insider esperti, lasciando ampio spazio perché quella fiducia venga sfruttata da chi è abbastanza scaltro. A un livello più ampio, la storia mostra come l’arte possa essere usata per conservare, occultare e trasferire ricchezza attraverso strutture opache, meccanismi che, in qualche modo, riecheggiano l’anonimato associato a criptovalute come Bitcoin. Per chi cerca discrezione, può essere un modo efficace per proteggere beni da autorità, coniugi o praticamente chiunque altro».
Per Jörg, il caso mette a nudo una verità ancora più semplice e brutale: «Il caso ha rivelato che il mercato dell’arte funziona principalmente sulle relazioni più che sulla regolamentazione. La fiducia è la valuta, ma è anche la vulnerabilità. In un ambiente in cui somme enormi si muovono attraverso reti informali, il sistema può collassare rapidamente una volta che la fiducia si spezza, perché ci sono pochi meccanismi capaci di assorbire lo shock».
La tensione del thriller e il peso dei documenti
Il rischio, davanti a una materia così esplosiva, sarebbe stato quello di forzare il racconto, trasformando una vicenda già estrema in una caricatura del lusso corrotto. La scelta della serie, invece, è di appoggiarsi ai documenti, alle carte processuali, alle versioni contrapposte, lasciando che siano i fatti stessi a produrre tensione.
«È stata una storia difficile da raccontare», ammette Dalsgaard. «Il nostro obiettivo era restare equilibrati: non emettere giudizi, ma permettere a ciascuna parte di presentare la propria posizione e le proprie lamentele. Yves Bouvier, Dmitry Rybolovlev e Sotheby’s sono tutti parti di questa disputa, e le questioni legali spettano in ultima istanza ai tribunali. Il nostro obiettivo era esporre gli eventi nel modo più chiaro possibile e, attraverso di essi, rivelare il sistema e i meccanismi che sostengono il commercio dell’arte. Poiché i dettagli intorno a ogni negoziazione, e al conflitto che ne è seguito, sono così ricchi, non c’era alcun bisogno di amplificare l’elemento thriller. Era già presente in piena vista. Esaminando da vicino una selezione di accordi artistici chiave e presentandoli al pubblico, siamo riusciti a costruire la tensione in modo organico».
Jörg parla esplicitamente di un linguaggio narrativo mutuato dal thriller, ma ancorato alla realtà: «Abbiamo abbracciato la grammatica del thriller: ritmo, cliffhanger e cambi di prospettiva, assicurandoci però che ogni svolta rimanesse radicata in eventi documentati e atti giudiziari. La tensione nasce dalla rivelazione dei fatti, non dall’esagerazione, mantenendo l’integrità delle realtà legali e finanziarie».
L’accesso ai protagonisti
In una storia in cui il controllo della narrazione è parte stessa della battaglia, ottenere accesso ai protagonisti non significava soltanto convincerli a parlare. Significava entrare in un territorio in cui ogni parola pesa, ogni immagine può diventare posizione, ogni apparizione pubblica è anche una mossa dentro una guerra reputazionale.
«Yves Bouvier voleva mettere le cose in chiaro», racconta Dalsgaard. «Essendo stato definito il più grande truffatore nella storia del mondo dell’arte, ha visto questa come un’opportunità per presentare la propria versione degli eventi, sperando di correggere, o almeno complicare, quell’immagine. Ottenere la partecipazione delle altre parti si è rivelato più difficile e ha richiesto anni di persistenza. Per tutto il tempo, abbiamo sottolineato il nostro impegno a raccontare una storia equilibrata: non emettere giudizi, ma esporre gli eventi così come si sono sviluppati. Detto questo, con così tanto in gioco, sia reputazioni sia miliardi di dollari, nulla è arrivato facilmente. I media, noi compresi, diventano inevitabilmente parte di una disputa in cui il controllo della narrazione è un elemento cruciale della lotta».
Jörg conferma quanto la questione dell’accesso sia stata centrale: «L’accesso è stato una sfida enorme. Mentre Yves Bouvier era aperto a condividere la propria versione della storia, è stato più difficile con le persone dalla parte del signor Rybolovlev. Guadagnare la fiducia di individui che operano in ambienti così controllati ha richiesto tempo e persistenza. Questo accesso ci ha permesso di creare una serie più intima rispetto a un tipico documentario investigativo».
Denaro, tradimento, ego o fiducia?
La domanda che attraversa tutta la serie è se questa sia davvero una storia di soldi. La risposta più interessante è che lo è, ma solo all’inizio. Poi il denaro diventa scala, diventa combustibile, diventa misura della ferita, mentre il centro emotivo si sposta altrove: sulla fiducia spezzata, sull’orgoglio, sulla necessità di non perdere la faccia, sulla vendetta.
«Fin dall’inizio, la relazione era guidata dal denaro», spiega Dalsgaard. «Dmitry Rybolovlev si avvicinò all’arte come investimento, e Yves Bouvier divenne il suo intermediario di fiducia, occupandosi delle acquisizioni così come del trasporto, dello stoccaggio e dell’infrastruttura logistica del mondo dell’arte offshore. Nel tempo, Rybolovlev ha sostenuto che la relazione sia diventata personale, che Bouvier sia stato accolto nel suo cerchio interno di fiducia. Bouvier, tuttavia, sostiene che sia rimasta strettamente professionale dall’inizio alla fine, che sia sempre stata affari. Quando il conflitto è esploso, si è trasformato in qualcosa di più di una disputa finanziaria. È diventato una storia di fiducia spezzata, tradimento, orgoglio e vendetta. Se fosse stata soltanto una questione di denaro, avrebbe potuto essere risolta in silenzio, e la storia non sarebbe mai emersa. Invece, è degenerata in entrambe le direzioni, trasformandosi in una battaglia prolungata e profondamente conflittuale».
Per Jörg, tutto comincia da lì: «Comincia con la fiducia e finisce con gli altri elementi. Il denaro è la scala e l’ego è il carburante, ma la fiducia è il fondamento. Eravamo affascinati dal modo in cui una relazione che funzionava al livello più alto potesse fallire così completamente, evidenziando la fragilità dei sistemi costruiti sulla lealtà personale anziché sulla trasparenza».
Una guerra legale globale, ma sempre tra due uomini
Uno dei rischi principali, in una storia che attraversa così tanti Paesi e giurisdizioni, era perdere il dramma umano dietro la complessità legale. La serie evita questo scivolamento scegliendo un asse preciso: il rapporto tra Bouvier e Rybolovlev, da un lato, e l’ascesa e la caduta dell’impero costruito da Bouvier nel mondo dell’arte, dall’altro.
«La storia si sviluppa lungo due archi: la relazione tra i due uomini e l’ascesa e caduta dell’impero di Yves Bouvier nel mondo dell’arte», spiega Dalsgaard. «Ancoriamo la narrazione intorno a Bouvier come personaggio centrale, tracciando la crescita del suo impero artistico mentre sviluppiamo in parallelo la storia di Dmitry Rybolovlev e la loro relazione. Quando quella relazione comincia a incrinarsi, si incrina anche l’impero di Bouvier. Ciò che inizia come una storia di ascesa diventa gradualmente una lotta per la sopravvivenza, portata avanti fino alla fine».
Jörg chiarisce la costruzione narrativa: «Abbiamo preso la decisione consapevole di ancorare tutto alla relazione. Per quanto complessa diventi la geografia legale, Monaco, Ginevra, New York, torniamo sempre alla dinamica centrale tra i due protagonisti. Strutturalmente, ogni episodio fa avanzare sia l’escalation legale sia il disfacimento emotivo. Quel movimento parallelo aiuta il pubblico a restare orientato, anche mentre il caso stesso diventa sempre più complesso».
Quando i capolavori diventano personaggi
Nella serie le opere d’arte non sono mai semplici oggetti di scena. Sono il centro magnetico della storia, il motivo per cui tutto accade e, allo stesso tempo, il simbolo di ciò che accade: desiderio, prestigio, possesso, dominio, unicità. In un mondo in cui il denaro può comprare quasi ogni cosa, il vero lusso non è più comprare qualcosa di costoso, ma possedere ciò che nessun altro può avere.
«Volevamo dare alle opere d’arte una presenza nella storia, quasi come personaggi a pieno titolo», racconta Dalsgaard. «Sono grandi capolavori di alcuni dei più grandi artisti della storia. Per dar loro vita, abbiamo creato repliche di alta qualità e le abbiamo filmate accanto a figure che somigliavano ai nostri protagonisti, visualizzando sia il loro rapporto con le opere sia le opere stesse, rendendo l’esperienza tangibile, quasi fisica. C’è anche una dimensione quasi metafisica in questi oggetti, legata anche allo status e al potere. Portano con sé un senso di unicità, e possederli può conferire una sensazione di distinzione. In un mondo in cui i miliardari possono acquistare quasi tutto, possedere l’unica cosa che nessun altro può avere diventa, in un certo senso, impagabile».
Jörg sintetizza questa doppia natura dell’arte nella serie: «Volevamo che l’arte funzionasse su due livelli simultaneamente. Da un lato, sono opere straordinarie con valore culturale ed estetico. Ma dentro questa storia diventano anche strumenti finanziari: veicoli di ricchezza, leva e influenza. La tensione tra queste due dimensioni è essenziale: lo stesso dipinto può essere un capolavoro, un asset finanziario e una prova in una battaglia legale».
Perché questa storia parla a tutti
Il percorso internazionale della serie, da Sundance a CPH:DOX fino a Canneseries, dice molto della sua capacità di superare i confini di un caso specifico. Perché, anche se il mondo raccontato è minuscolo, inaccessibile e riservato a pochissimi, le sue dinamiche sono universali: potere, ambizione, fiducia, tradimento, caduta.
«Speriamo che rifletta sia la qualità del filmmaking sia la rilevanza della storia per il mondo in cui viviamo», dice Dalsgaard. «È una storia che attraversa molti temi, dall’arte e dal potere al mondo degli ultra-ricchi, riecheggiando al tempo stesso qualcosa di più senza tempo. In molti modi, porta con sé una dimensione distintamente shakespeariana: un focus sulle follie dei potenti e su come i loro stessi difetti di carattere finiscano per diventare la loro rovina».
Jörg aggiunge: «Penso che dimostri che, pur essendo radicata in un mondo molto specifico, i suoi temi sono ampiamente riconoscibili. Potere, fiducia, ambizione e le conseguenze del loro collasso sono dinamiche universali. Il mercato dell’arte offre semplicemente un’arena particolarmente cinematografica e ad altissima posta in cui questi temi possono dispiegarsi».
Il mercato dell’arte dopo lo scandalo
Dopo aver lavorato alla serie, anche lo sguardo degli autori sul mercato dell’arte è cambiato. Non nel rapporto con le opere, ma nella comprensione dei sistemi che le circondano, le valorizzano, le proteggono, le trasformano in strumenti di ricchezza e potere.
«È cambiato», ammette Dalsgaard. «Ne sono uscito con una comprensione molto più profonda delle connessioni tra arte, denaro e potere, sia nella creazione dei cosiddetti capolavori sia nel modo in cui questi si intersecano con interessi finanziari e reti potenti. Ha anche rivelato come la crescita drammatica dei valori dell’arte negli ultimi decenni sia legata a un’élite ultra-ricca che usa l’arte per speculazione, strategie fiscali e, a volte, scopi più opachi. Detto questo, il mio amore per l’arte resta immutato. Continuo a dare valore all’esperienza di vedere le opere da vicino nei musei. Semmai, lavorare alla serie ha aggiunto un altro strato alla mia comprensione delle forze che elevano queste opere nel pantheon della storia culturale».
Per Jörg, la rivelazione riguarda soprattutto il sistema: «È diventato chiaro che il mercato dell’arte non riguarda soltanto l’arte: è un riflesso di sistemi più ampi di potere e ricchezza. Ho acquisito una comprensione più profonda di quanto l’opacità sembri normale dentro quell’ecosistema, vedendo però anche come quella mancanza di trasparenza venga sempre più messa in discussione dallo scrutinio legale e mediatico».
Ed è qui che The Oligarch and the Art Dealer trova la sua vera forza: non nel raccontare semplicemente uno scandalo miliardario, ma nel mostrare che il mercato dell’arte, quando entra nella dimensione degli ultra-ricchi, smette di essere soltanto un luogo di bellezza e diventa una mappa del potere contemporaneo. Un mondo in cui il capolavoro non è più solo ciò che si guarda, ma ciò che si possiede, si nasconde, si usa, si contende. E talvolta, ciò per cui si è disposti a distruggere tutto.
Il calvario di Carlos Alcaraz continua. L’ex numero uno al mondo che ha già dovuto...
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Il calvario di Carlos Alcaraz continua. L’ex numero uno al mondo che ha già dovuto rinunciare ai tornei di Roma e Parigi per un infortunio al polso capitato durante il torneo di Barcellona (subito dopo il ko a Montecarlo) non parteciperà al più importante torneo della stagione, quello sull’erba di Wimbledon. Alcaraz lo ha annunciato in un post su Instagram nel quale spiega che dovrà rinunciare anche al torneo del Queen’s che anticipa proprio quello londinese. “La mia ripresa sta procedendo per il meglio e mi sento molto meglio, ma purtroppo non sono ancora pronto per poter giocare e per questo devo rinunciare al tour sull’erba a Queen’s e Wimbledon. Sono due tornei davvero speciali per me e mi mancheranno tantissimo. Continuiamo a lavorare per tornare il prima possibile!”.
Ancora fasciato
È stato pubblicato di recente un video di Alcaraz per uno sponsor, la catena di tecnofinanza Ant International, in cui si annunciava il nuovo ruolo dello spagnolo come ambasciatore globale del marchio. Un classico spot promozionale, con frammenti di azioni in campo del giocatore e qualche sua parola. A rubare l’occhio è però il polso destro di Carlitos, ancora protetto dal tutore come nei giorni immediatamente successivi all’infortunio. Una situazione che aveva fatto interrogare sulla data del suo rientro, che ora slitta ancora.
Donald Trump torna a muoversi sul filo della tensione tra diplomazia e minaccia militare. Il...
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Donald Trump torna a muoversi sul filo della tensione tra diplomazia e minaccia militare. Il presidente degli Stati Uniti ha infatti confermato di aver deciso di rinviare un possibile attacco contro l’Iran mentre continuano i negoziati per cercare un’intesa sul programma nucleare di Teheran. Una scelta che arriva in un momento estremamente delicato per il Medio Oriente, con gli alleati arabi di Washington impegnati a evitare una nuova escalation regionale e Israele che continua invece a mantenere alta la pressione sull’Iran. Parlando con i giornalisti alla Casa Bianca, Trump ha spiegato che gli Stati Uniti erano pronti a lanciare «un’operazione molto importante» già nelle prossime ore, ma che la decisione è stata sospesa temporaneamente per lasciare spazio alle trattative diplomatiche. «Avevamo preparato un attacco molto significativo per domani. Ho deciso di rimandarlo per un breve periodo perché stiamo avendo colloqui molto importanti con l’Iran e vogliamo capire dove porteranno», ha dichiarato il presidente americano. Secondo Trump, a chiedere esplicitamente agli Stati Uniti di concedere altro tempo ai negoziati sarebbero stati alcuni dei principali partner arabi di Washington nella regione. Il presidente ha citato Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, spiegando che questi Paesi ritengono ancora possibile trovare una soluzione diplomatica in grado di impedire all’Iran di sviluppare un’arma nucleare senza arrivare a un conflitto aperto. Trump ha sottolineato che, se i colloqui dovessero portare a un accordo capace di bloccare il programma atomico iraniano, anche gli Stati Uniti potrebbero considerarsi soddisfatti. «Se riuscissimo a raggiungere un’intesa che impedisca all’Iran di ottenere armi nucleari, credo che tutti sarebbero contenti», ha affermato. Il presidente ha inoltre precisato di aver informato direttamente Israele della scelta di sospendere temporaneamente l’operazione militare, così come altri alleati mediorientali coinvolti nella crisi.
Le parole di Trump arrivano in una fase di fortissima tensione internazionale. Da mesi Washington e Teheran si confrontano tra aperture diplomatiche, minacce militari e accuse reciproche. Gli Stati Uniti continuano a sostenere che l’Iran non potrà mai essere autorizzato a dotarsi di armi nucleari, mentre il regime iraniano insiste sul fatto che il proprio programma atomico abbia finalità esclusivamente civili. Il presidente americano ha comunque chiarito che il rinvio non significa la cancellazione definitiva dell’opzione militare. Anzi, Trump ha definito il piano di attacco preparato dagli Stati Uniti come «molto duro» e potenzialmente devastante. «Sarebbe stata un’azione estremamente incisiva, qualcosa che non avrei voluto fare ma che potremmo essere costretti a fare se non ci saranno alternative», ha dichiarato. Trump ha anche ricordato come in passato vi siano già stati momenti in cui le trattative sembravano vicine a una conclusione senza però produrre risultati concreti. «Ci sono stati periodi in cui pensavamo di essere molto vicini a un accordo e poi tutto è saltato», ha spiegato il presidente, aggiungendo però che questa volta la situazione «appare diversa» e che gli sviluppi recenti potrebbero aprire uno spiraglio reale verso un’intesa. Nelle ore precedenti, lo stesso Trump aveva pubblicato un messaggio sul social Truth Social rivelando che gli Stati Uniti erano pronti a colpire l’Iran ma che avevano deciso di sospendere l’operazione a causa delle «trattative serie» in corso. Il post aveva immediatamente provocato un’ondata di reazioni internazionali e nuove preoccupazioni sulla possibilità di un conflitto diretto tra Washington e Teheran.
I timori dei paesi del Golfo
Secondo quanto riferito dal presidente americano, a sollecitare una pausa sarebbero stati diversi leader della regione. Trump ha citato l’emiro del Qatar Tamim bin HamadAl Thani, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman e il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed Al Nahyan. Tutti avrebbero chiesto agli Stati Uniti di fermare temporaneamente l’operazione militare per consentire ai negoziati di proseguire. Dietro le pressioni diplomatiche dei Paesi del Golfo si nasconde il timore concreto che un attacco contro l’Iran possa incendiare l’intero Medio Oriente. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar ospitano basi militari americane e infrastrutture energetiche strategiche che potrebbero diventare obiettivi di eventuali rappresaglie iraniane. Negli ultimi anni Teheran ha dimostrato di poter colpire indirettamente attraverso milizie alleate e gruppi armati presenti in Iraq, Siria, Libano e Yemen. La crisi rischia inoltre di avere pesanti conseguenze economiche globali. Un conflitto diretto con l’Iran potrebbe compromettere la sicurezza dello Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo attraverso cui transita una quota enorme del petrolio mondiale. Qualsiasi escalation militare potrebbe provocare un’impennata dei prezzi energetici e nuove tensioni sui mercati internazionali. Per il momento Trump sembra voler lasciare ancora spazio alla diplomazia, ma il messaggio lanciato dalla Casa Bianca resta chiaro: l’opzione militare continua a essere sul tavolo e Washington è pronta ad agire qualora i negoziati fallissero. In Medio Oriente, intanto, cresce l’attesa per capire se le prossime settimane porteranno davvero a un accordo oppure a una nuova crisi destinata a destabilizzare ulteriormente la regione.
Il doppio gioco dei mullah
Gli iraniani pero’ continuano a giocare su due tavoli: Secondo diverse fonti, Teheran avrebbe utilizzato il mese di tregua nella guerra contro Stati Uniti e Israele per riorganizzare le proprie capacità militari in vista di una possibile ripresa del conflitto, riposizionando in particolare i lanciatori di missili balistici. Il New York Times, citando un funzionario militare americano rimasto anonimo, riferisce che dall’entrata in vigore del cessate il fuoco dell’8 aprile le forze iraniane avrebbero lavorato intensamente per ripulire decine di siti di lancio colpiti dai bombardamenti, trasferire sistemi mobili missilistici e modificare le tattiche operative dopo le pesanti perdite subite durante gli attacchi. Secondo la stessa fonte, i raid statunitensi avrebbero danneggiato soprattutto gli accessi ai complessi missilistici iraniani senza però distruggere completamente i lanciatori. Molti di questi sistemi, infatti, sarebbero stati nascosti all’interno di profonde strutture sotterranee e caverne fortificate progettate proprio per resistere ai bombardamenti aerei e garantire all’Iran la capacità di continuare eventuali operazioni militari anche in caso di nuovi attacchi.
A neanche una settimana dalla visita di Donald Trump, il Presidente cinese Xi Jinping si...
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A neanche una settimana dalla visita di Donald Trump, il Presidente cinese Xi Jinping si prepara a ricevere un altro ospite d’eccezione nell’omologo russo Vladimir Putin.
Se è vero che la visita del Presidente americano era inizialmente prevista per marzo, certo è che il tempismo delle visite di Trump e Putin, a così stretto giro una dall’altra, lascia ampio spazio a interpretazioni. Una semplice coincidenza o l’inizio delle prove generali di una spartizione del mondo?
Ciò che è certo è che per la Cina la visita del Presidente russo ha lo scopo di coordinarsi con quello che ormai è uno strettissimo alleato, ma anche, più prosaicamente, di proiettare un’immagine di potenza e stabilità in un mondo sempre più segnato da guerre, crisi energetica e tensioni commerciali.
L’obiettivo della visita, come riferito dal Cremlino, sarà quello di sviluppare ulteriormente il “partenariato strategico privilegiato e speciale” esistente tra i due Paesi, anche e soprattutto alla luce dei recenti avvenimenti geopolitici mediorientali.
Il piano della visita di Putin
La prima visita all’estero del 2026 non poteva che essere in Cina per il Presidente russo. Dal 2022 infatti Pechino è assurta a primo partner del Cremlino, non solo economicamente, ma anche e soprattutto politicamente.
Ecco dunque che il programma di quella che è la 25ª visita di Putin in Cina includerà sia il dossier commerciale che quello politico.
Si comincia questa sera, quando si terrà il ricevimento e i primi incontri istituzionali formali legati al 25° anniversario del “Trattato di buon vicinato e cooperazione amichevole” tra i due Paesi, siglato nel 2001.
Domani sarà poi il momento dell’atteso bilaterale Putin-Xi, incentrato sui principali temi caldi attuali. Gli esiti del recentissimo incontro tra il Presidente cinese e Donald Trump, la guerra in Ucraina e la cooperazione militare (in concomitanza con le esercitazioni nucleari avviate da Mosca proprio oggi).
Ci sarà anche la firma di un documento strategico incentrato sulla promozione di un “mondo multipolare” e per un nuovo modello di relazioni internazionali. Un fatto su cui entrambe le nazioni sono da tempo allineate e che perorano con forza da diversi anni, anche attraverso il format dei Brics.
Il Presidente russo incontrerà quindi il premier cinese Li Qiang, per approfondire i legami commerciali sotto le sanzioni occidentali.
Frizioni sul Power of Siberia-2
Discorsi approfonditi riguarderanno soprattutto il massiccio progetto del gasdotto Power of Siberia-2, oggetto lo scorso anno della firma di un memorandum d’intesa vincolante, la cui costruzione non è tuttavia ancora iniziata.
Il nuovo mega-impianto da 2.600 chilometri dovrà attraversare la Mongolia per trasportare 50 miliardi di metri cubi di gas all’anno dai giacimenti artici di Yamal fino al nord della Cina.
Gazprom vorrebbe applicare una formula di mercato ancorata ai prezzi globali, simile a quella storicamente usata per le forniture destinate all’Europa: Pechino, invece, richiede uno sconto massiccio e tariffe fortemente agevolate, consapevole del proprio potere contrattuale di “cliente di fatto unico” di Mosca.
Anche alla Cina, tuttavia, conviene investire nella partnership energetica con Mosca; i gasdotti terrestri russi rappresentano infatti una protezione strategica fondamentale contro eventuali blocchi navali occidentali in caso di escalation militaresu Taiwan. Senza dimenticare la chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz, che ha bloccato l’export di gnl qatariota.
Mosca punta quindi a rompere l’impasse, non a caso per la visita in Cina, oltre a Putin, saranno presenti anche i vertici di Gazprom e Rosneft, rispettivamente Alexei Miller e Igor Sechin; Mosca propone un accordo quadro sui volumi totali annuali per rimandare la definizione precisa dei prezzi a un secondo momento, il tutto improntato a far partire quanto prima i cantieri.
L’alleanza “obbligata”
La visita serve certamente a rafforzare l’“alleanza senza limiti” tra Mosca e Pechino in un momento delicatissimo. Se molte parole e molto inchiostro si è speso relativamente al sostegno offerto da Pechino a Mosca a partire dall’invasione dell’Ucraina, poco invece si è sottolineato come questo sostegno sia stato più che conveniente per Pechino.
La Cina ha infatti aumentato del 50% le sue esportazioni verso la Russia dal 2022, mentre il gas e il petrolio russo vengono tutt’ora venduti a Pechino a prezzo scontato rispetto a quello di mercato.
Oltre a queste ragioni economiche, la guerra in Ucraina e (da qualche mese) quella in Medio Oriente stanno servendo un interesse strategico primario di Pechino, costringendo Stati Uniti ed Europa a concentrare mezzi, supporto finanziario e politico in teatri lontani da quello taiwanese.
In altre parole, la guerra in Ucraina garantisce che gli Europei non abbiano i mezzi e la volontà politica per intervenire a Taiwan; quella in Iran, invece, fa consumare agli Stati Uniti preziosi mezzi e risorse nel teatro mediorientale, sottraendole all’Indopacifico.
La chiusura di Hormuz, tuttavia, ricorda a Pechino quanto il suo export e il suo import di energia sia ancora dipendente dai cosiddetti “colli di bottiglia” (come lo Stretto di Malacca). La chiusura di queste strategiche vie d’acqua può inoltre influenzare l’economia globale e scatenare crisi energetiche globali. Investire in “bypass” terrestri risulta dunque nel pieno interesse strategico di Pechino, e questo Mosca lo sa molto bene.
Le relazioni sembrano essere sempre più fragili: si fugge facilmente e si evitano le responsabilità. È da questa...
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Le relazioni sembrano essere sempre più fragili: si fugge facilmente e si evitano le responsabilità. È da questa realtà che parte I giorni in cui ho imparato ad amare, il nuovo romanzo di Francesco Sole. Lo scrittore, tra i primi content creator in Italia,racconta le contraddizioni sentimentali di oggi. Protagonista del romance è Cesare, un ragazzo abituato a scappare da tutto, soprattutto dall’amore. Ma il ritorno nella sua città natale lo costringerà a fare i conti con il suo passato e con i sentimenti che ha sempre evitato. A guidarci nella storia di Cesare è Francesco Sole, che parla anche del suo percorso professionale, dalla trasformazione dei social al valore delle storie autentiche.
I giorni in cui ho imparato ad amare è il suo dodicesimo libro. Che effetto fa?
“Sono pieno di felicità. I primi libri mi sembravano un sogno che si realizzava, dopo sette romanzi ho pensato di essere eccessivamente fortunato. Ora, con le persone che ancora mi dicono “ho finito di leggere il romanzo, ne voglio subito un altro”,inizio a sentire che nella mia penna c’è qualcosa che valeva la pena raccontare”.
Come se lo spiega? “Sento di aver percorso la strada giusta per scavare qualcosa che evidentemente qualcuno aveva voglia di trovare negli scaffali delle librerie. Forse era qualcosa che mancava”.
Il protagonista di quest’ultimo romanzo è Cesare Rinaldi, un ragazzo che ha un talento naturale per la fuga. Come lo descrive?
“Cesare non è un personaggio romantico: dalle prime pagine non sembra il principe azzurro che tutte le donne vorrebbero incontrare, anzi è più il cavaliere nero. È quello che tutte le amiche consigliano di non frequentare, ma puntualmente accade il contrario. Cesare fa orbiting: cerca solo quando ha bisogno, fa finta di non essere scappato. È un vero maestro della fuga sentimentale e fa ricadere la colpa sempre sull’altro”.
Perché ha scelto un protagonista con questi atteggiamenti?
“Cesare non ha voglia di prendere responsabilità in amore. Mi piaceva partire da qui perché credo che oggi stiamo normalizzando di volere i nostri spazi, ritenendo giusto evitare persone che hanno presunti atteggiamenti negativi. In questo continuo porre aspettative sull’amore, finisce però che poi nessuno è il principe azzurro. Per questo mi piaceva incarnare il protagonista in qualcosa di contemporaneo: rappresenta tutti gli aggettivi sbagliati che possono esserci oggi. Il cavaliere nero però poi si innamora e accetta che l’amore non è scappare davanti alle etichette. Le red flag fanno scappare da una relazione, ma tutti le abbiamo”.
Oggi sembra più comune sfuggire ai legami profondi. Qual è il suo punto di vista?
“Quando si entra in una relazione, ogni scelta ha un impatto sull’altro. Ed è qui che molti si incastrano: vogliono il calore, l’attenzione, il desiderio, ma rifiutano di pagare il prezzo che tutto questo comporta. Anche Cesare vuole l’attenzione e il calore, ma senza esserci il giorno dopo. È così che nascono tutte le sue relazioni sbilanciate. Oggi poi ci sentiamo un po’ tutti psicologi: parliamo al bar di red flag senza conoscerne il significato. E con questo meccanismo creiamo delle scuse per non impegnarci sul serio. Se non accettiamo che l’amore è un patto, fatto anche di aspettative che verranno deluse e di limiti che verranno spezzati, allora faremo fatica a costruire delle relazioni”.
Quale riflessione spera di lasciare a chi leggerà il libro?
“Che l’amore non è trovare la persona giusta, ma è diventare la persona giusta.Io scrivo romanzi d’amore in cui c’è questo aspetto di formazione: sono i protagonisti che devono diventare la persona giusta. Ed è quello che cerca di fare Cesare insieme ad altri personaggi”.
Lei ha vissuto in prima persona l’evoluzione dei social: cosa è cambiato di più?
“All’inizio i social erano una vetrina, oggi sono diventati un’industria, domani dovranno diventare una responsabilità. La creator economy è cambiata quando sono nato io. Eravamo in pochi a cercare di sperimentare: c’ero io, c’era Frank Matano, c’erail mio primo agente Francesco Facchinetti che provava a capire insieme a noi che cosa sarebbe diventato questo settore. Era un Far West: non sapevamo cosa sarebbe diventato”.
E oggi?
“È tutta un’altra cosa. La creator economy sta cercando di uscire dall’adolescenza. Quindi ci sono regole. E non basta più avere follower e un pizzico di fortuna: bisogna avere un’identità, una visione, una tenuta anche culturale. Io faccio quello che facevo ormai più di dieci anni fa: raccontare storie. E nei lavori creativi ci deve sempre essere una passione di fondo. Al contrario, puntare alla fama o al denaro consuma tutto velocemente”.
Lei perché ha iniziato?
“Io sono nato in un’epoca in cui le emozioni hanno imparato a viaggiare sui social. Ho sempre voluto raccontare storie e in modi diversi: da YouTube a Instagram, fino alla televisione, al cinema e nei libri. Avevo voglia di esprimermi e ho cercato di utilizzare i social come un megafono per quello che volevo raccontare. Oggi faccio anche il manager di creator: li aiuto a raccontare le loro storie. Più di dieci anni fa sono partito dai post-it, ma ho raccontato il mio bisogno in primis di sentirmi capito e ho trovato tante persone che avevano voglia di leggere e di provare a sentirsi capiti”.
Come è nata l’idea di curare altri creator?
“Perché ho avuto la fortuna di raggiungere i miei successi, piccoli o grandi che siano. Così ho deciso di trasferire la mia esperienza e le mie capacità a persone che hanno un sogno. E non a caso si chiama Sartoria management: in un contesto dove oggi ci sono tantissimi creator, avevo il piacere di creare una società che curasse i talenti come se fossero numeri primi, creando qualcosa su misura per loro e non come una costruzione in serie”.
Dimenticate pendolini e spettacoli da palcoscenico: oggi l’ipnosi clinica entra perfino in sala operatoria. Alle...
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Dimenticate pendolini e spettacoli da palcoscenico: oggi l’ipnosi clinica entra perfino in sala operatoria. Alle Molinette di Torino un paziente con tumore al colon è stato operato senza anestesia generale, grazie a una combinazione di ipnosi e anestesia locale. Ma come funziona davvero la trance? Può aiutare contro dolore, ansia e insonnia? E dove finisce la scienza e iniziano i falsi miti? In questa puntata parliamo della nuova frontiera dell’ipnosi medica: tra neuroscienze, chirurgia e benessere mentale.
L’imprenditoria femminile in Italia conta oggi circa 1,3 milioni di imprese e rappresenta il 22...
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L’imprenditoria femminile in Italia conta oggi circa 1,3 milioni di imprese e rappresenta il 22 per cento del totale. Un dato che racconta molto più di una presenza economica: racconta una trasformazione profonda del Paese. Per troppo tempo il talento delle donne è stato considerato un fenomeno emergente. Oggi, invece, è uno dei motori più dinamici dell’Italia sotto il profilo economico, sociale e culturale. Le donne non sono più soltanto protagoniste di singole storie di successo: stanno ridefinendo il concetto stesso di leadership, portando nelle aziende un nuovo equilibrio tra innovazione e sostenibilità, crescita economica e responsabilità sociale, competitività e capacità di creare comunità. In questo numero, Valore Donna racconta con orgoglio esperienze e modelli imprenditoriali che testimoniano la visione, il coraggio e la capacità strategica delle donne in uno scenario globale sempre più complesso e competitivo.
Una nuova leadership. Le donne italiane contribuiscono oggi in modo decisivo al rafforzamento dell’identità produttiva nazionale e alla presenza del made in Italy sui mercati internazionali.
Perché il made in Italy non è soltanto un marchio riconosciuto nel mondo: è cultura, creatività, disciplina, qualità, saper fare. È un patrimonio da custodire e valorizzare, come ricorda Romina Nicoletti, presidente di M.Ro – Italian Delegation Made in Italy, promotrice del riconoscimento Leader del Made in Italy Award. Vediamo imprese femminili investire nei settori simbolo del bello e ben fatto italiano — dall’agroalimentare all’arredo, dalla moda all’ospitalità di alta gamma — capaci di custodire saperi antichi e proiettarli nel futuro attraverso la formazione delle nuove generazioni. Ma vediamo anche donne alla guida di aziende metalmeccaniche, cosmetiche, immobiliari, mediche, di consulenza e sicurezza; realtà impegnate nella lavorazione dei metalli e nell’economia circolare, dove l’innovazione ambientale diventa una leva strategica per il futuro industriale del Paese. La presidente di Ance, Federica Brancaccio, è oggi in prima linea nel promuovere una maggiore partecipazione femminile nell’edilizia, un comparto storicamente maschile che chiede una profonda evoluzione culturale e produttiva. Dalle storie imprenditoriali e dai profili di ceo e vertici aziendali affermati — Diana Bracco, Debora Paglieri, Eleonora Calavalle, Elisabetta Fabri, Maria Criscuolo, Cristina Rigoni, Monica Pedrali e Albiera Antinori — emerge un elemento comune: la capacità di creare valore umano oltre che economico. Perché la leadership femminile non si limita a dirigere. Costruisce relazioni, valorizza le competenze, genera fiducia, crea appartenenza. In un tempo segnato da crisi globali, trasformazioni tecnologiche e profondi cambiamenti sociali, questa capacità diventa decisiva. Oggi servono imprese capaci non solo di produrre profitto, ma anche di interpretare il cambiamento, guidarlo e renderlo sostenibile e inclusivo. E le donne stanno dimostrando di possedere questa straordinaria attitudine.
Guidare il cambiamento. Cresce il contributo femminile nei processi decisionali strategici, nelle istituzioni, nei tribunali, nelle redazioni, nella vita economica e sociale del Paese. Lo dimostrano le testimonianze di magistrate come Paola Di Nicola Travaglini e Natalia Ceccarelli; avvocate come Giada Bocellari, Claudia Eccher ed Elena Biaggioni; giornaliste come Vittoriana Abate, Albina Perri e Chiara Di Cristofaro.
Accanto a loro, figure istituzionali di primo piano: la senatrice e presidente della Commissione Giustizia del Senato Giulia Bongiorno; la sottosegretario di Stato alla Difesa Isabella Rauti; la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno; la sottosegretario al ministero dell’Istruzione e del Merito Paola Frassinetti; la deputata europea Anna Maria Cisint e la deputata Mara Carfagna. Senza dimenticare protagoniste del mondo economico e associativo come Lucia Leonessi, direttore generale di Cisambiente Confindustria; Patrizia De Luise, presidente della Fondazione Enasarco; ed Elena Nembrini, direttore generale di ENIT.
Come afferma Sara Vinci, comandante della Nave Alpino della Marina Militare, la strada è ormai tracciata anche nelle Forze Armate italiane: “Un’organizzazione più diversificata è anche più solida, più pronta ad affrontare le sfide e, in definitiva, più resiliente”. È una visione fondata sul merito, sulle competenze e sul riconoscimento delle capacità individuali, indipendentemente dal genere. Una visione che oggi rappresenta non soltanto una conquista culturale, ma una necessità strategica per il futuro dell’Italia.
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C’è qualcosa che il mondo dei libri ama quasi quanto leggere: discutere su quale sia...
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C’è qualcosa che il mondo dei libri ama quasi quanto leggere: discutere su quale sia il romanzo più grande di tutti i tempi. È il motivo per cui ogni classifica letteraria diventa immediatamente virale, attraversa TikTok, accende Reddit, riempie Instagram di “must read” e trasforma i classici in terreno di scontro culturale. Questa volta, però, a rilanciare il dibattito non è stato un social network ma The Guardian, che ha appena pubblicato una monumentale lista dei 100 migliori romanzi di sempre pubblicati in inglese, costruita attraverso il voto di 172 scrittori, critici e accademici internazionali.
Il metodo scelto dal quotidiano britannico ricorda quello già utilizzato dal New York Times o dalla storica rivista cinematografica Sight & Sound: a ogni partecipante è stato chiesto di indicare i propri dieci romanzi preferiti di sempre, ordinandoli per importanza. I voti sono poi stati pesati non soltanto in base al numero di citazioni ricevute, ma anche alla posizione assegnata da ciascun votante, trasformando così il gusto collettivo di una comunità di esperti in una classifica definitiva — o almeno, inevitabilmente discussa.
Tra i nomi coinvolti nel sondaggio figurano alcune delle voci più importanti della narrativa contemporanea: Salman Rushdie, Stephen King, Ian McEwan, Elif Shafak, Maggie O’Farrell, Jennifer Egan e Bernardine Evaristo.
Il romanzo più grande di sempre? Ha più di 150 anni
A conquistare il primo posto è stato Middlemarch, il monumentale romanzo di George Eliot pubblicato tra il 1871 e il 1872. Una scelta che, almeno nel mondo letterario anglosassone, non sorprende del tutto: da decenni Middlemarch viene considerato uno dei vertici assoluti della narrativa moderna, ma vederlo incoronato come “miglior romanzo di tutti i tempi” da una platea così ampia di scrittori e critici gli conferisce un peso culturale nuovo.
Nel presentare il libro, il Guardian lo descrive come un’opera capace di intrecciare matrimonio, ambizione, desiderio, politica e trasformazioni sociali in una narrazione che ha letteralmente ridefinito il romanzo moderno.
Dietro Middlemarch compaiono altri colossi della letteratura mondiale: Beloved di Toni Morrison al secondo posto, Ulysses di James Joyce al terzo, seguiti da To the Lighthouse e In Search of Lost Time.
Nella top 20 trovano spazio anche Anna Karenina, War and Peace, Pride and Prejudice, Jane Eyre e One Hundred Years of Solitude.
La classifica che fotografa come è cambiato il canone letterario
Più della graduatoria in sé, però, a colpire è il modo in cui questa lista racconta il cambiamento del canone letterario contemporaneo. Rispetto a classifiche simili pubblicate vent’anni fa, il numero di autrici presenti cresce in maniera significativa: secondo il Guardian, nel 2003 le donne rappresentavano appena 16 titoli, mentre oggi sono 36.
La scrittrice più rappresentata è Virginia Woolf, con ben cinque romanzi presenti nella top 100.
Accanto ai classici europei trovano spazio anche opere contemporanee e voci globali come Chimamanda Ngozi Adichie, Elena Ferrante e Zadie Smith.
E poi c’è un dettaglio che in Asia ha già attirato enorme attenzione: Han Kang entra nella lista con The Vegetarian, unico titolo di un’autrice asiatica presente nella top 100. Il romanzo compare all’85esimo posto e viene citato dal Guardian come una delle opere che hanno ridefinito il rapporto tra letteratura asiatica contemporanea e pubblico occidentale.
Un risultato che conferma ancora una volta quanto la narrativa coreana abbia ormai superato i confini della nicchia editoriale, trasformandosi in una delle espressioni culturali più forti della Korean Wave globale.
Ma ogni classifica crea inevitabilmente polemiche
Naturalmente, internet ha reagito come internet reagisce sempre davanti alle classifiche definitive: discutendo furiosamente. Su Reddit molti utenti hanno apprezzato la varietà della lista e la presenza di opere meno prevedibili, mentre altri hanno criticato grandi assenze come J.R.R. Tolkien, Philip Roth o J.D. Salinger.
Anche la posizione relativamente “bassa” di Don Quixote — soltanto 26esimo — ha acceso discussioni soprattutto nel mondo ispanofono, dove molti lettori considerano il romanzo di Cervantes il vero punto zero della narrativa moderna.
Ma forse è proprio questo il senso dell’operazione. Lo stesso Guardian ha spiegato di non voler produrre una verità definitiva, quanto piuttosto aprire una conversazione globale su cosa significhi oggi parlare di “grande romanzo”.
Ed è probabilmente questo il motivo per cui la classifica sta funzionando così bene online: non soltanto perché suggerisce libri da leggere, ma perché trasforma la letteratura in dibattito pop, in identità culturale, quasi in fandom. Esattamente come accade con le serie tv, i film o la musica.
Con l’estate ormai alle porte, torna anche una delle classifiche più osservate da italiani e...
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Con l’estate ormai alle porte, torna anche una delle classifiche più osservate da italiani e turisti stranieri quando si parla di vacanze, qualità del mare e sostenibilità ambientale. Le Bandiere Blu 2026 assegnate dalla FEE – Foundation for Environmental Education – fotografano infatti un’Italia che continua a investire sulla qualità delle proprie coste, ma anche sulla gestione del territorio, sulla mobilità sostenibile e sulla trasformazione del turismo in chiave sempre più green.
Quest’anno le località costiere premiate salgono a 257, undici in più rispetto al 2025. Le nuove entrate sono 14, mentre tre comuni non sono riusciti a confermare il riconoscimento. A queste si aggiungono 23 comuni lacustri e 87 approdi turistici, per un totale di 525 spiagge Bandiera Blu: circa l’11,6% di tutte quelle premiate nel mondo.
Dietro la bandiera che ogni estate compare sulle spiagge italiane, però, non c’è soltanto il colore del mare. E forse è proprio questo il punto che negli ultimi anni ha cambiato profondamente il peso del riconoscimento: oggi la Bandiera Blu è diventata anche un indicatore economico, urbanistico e politico, capace di influenzare turismo, investimenti e reputazione dei territori.
La Liguria resta regina, ma la vera sorpresa è la Calabria
In cima alla classifica continua a esserci la Liguria, che consolida il proprio primato arrivando a 35 località premiate grazie a due nuovi ingressi. È però la Calabria a segnare il dato più interessante dell’edizione 2026: con quattro nuove Bandiere Blu è la regione che cresce di più in assoluto e conquista il secondo posto nazionale insieme alla Puglia.
Un risultato che racconta anche un cambio di percezione del Sud Italia sul piano turistico. Per anni molte località calabresi sono rimaste fuori dai grandi circuiti internazionali pur avendo acque straordinarie. Oggi invece la regione sembra puntare con decisione su infrastrutture, sostenibilità e valorizzazione territoriale, cercando di trasformare il patrimonio naturale in un sistema turistico più competitivo.
Restano stabili le 20 Bandiere Blu di Campania e Marche, mentre la Toscana sale a 20 grazie a un nuovo ingresso. Cresce anche la Sardegna, che arriva a 17 località premiate, così come la Sicilia, che raggiunge quota 16 con due nuovi comuni.
Stabile l’Abruzzo con 16 bandiere, mentre il Trentino-Alto Adige conferma le sue 12 località premiate. L’Emilia-Romagna sale invece a 11 grazie a una new entry, mentre il Lazio perde una bandiera e scende a 10.
Il Veneto resta fermo a nove riconoscimenti, la Basilicata a cinque e il Piemonte a quattro. La Lombardia conquista invece un nuovo ingresso e arriva anch’essa a quattro comuni Bandiera Blu.
Chiudono la classifica, con due località premiate, Friuli Venezia Giulia e Molise.
Da Lipari a Limone sul Garda: le nuove entrate del 2026
Tra le novità più osservate di questa edizione ci sono località molto diverse tra loro, ma accomunate da una forte crescita sul piano turistico e ambientale.
C’è Lipari, simbolo di un turismo mediterraneo che cerca equilibrio tra afflusso turistico e tutela ambientale. C’è Rimini, che continua il proprio processo di trasformazione urbana e di riposizionamento oltre l’immaginario tradizionale della Riviera. E poi c’è il Monte Argentario, sempre più centrale nel turismo premium italiano.
Tra i laghi spicca invece Limone sul Garda, unica nuova Bandiera Blu tra i comuni lacustri premiati nel 2026.
Un dettaglio che racconta bene anche come il concetto di vacanza sostenibile si stia allargando oltre il mare: sempre più viaggiatori cercano infatti destinazioni legate alla natura, alla qualità paesaggistica e a un’idea di turismo lento.
Non basta il mare pulito: i 33 criteri che decidono chi vince
L’equivoco più comune sulle Bandiere Blu è pensare che basti avere acqua cristallina per ottenere il riconoscimento. In realtà il mare rappresenta solo il punto di partenza.
Per candidarsi, i comuni devono rispettare ben 33 criteri internazionali che comprendono depurazione delle acque, raccolta differenziata, gestione dei rifiuti, accessibilità delle spiagge, sicurezza, arredo urbano, piste ciclabili, aree verdi, mobilità sostenibile, servizi turistici ed educazione ambientale.
La qualità delle acque resta comunque il requisito fondamentale: deve risultare eccellente per almeno quattro anni consecutivi secondo le analisi delle Arpa regionali.
Negli ultimi anni, però, la FEE ha iniziato a spingere sempre di più su una logica di governance territoriale complessiva. Non si valuta più soltanto la spiaggia, ma il modo in cui un comune gestisce il proprio rapporto con il turismo, con i residenti e con il cambiamento climatico.
Il Piano di Sostenibilità cambia il modello turistico delle località costiere
Per il secondo anno consecutivo, tutti i comuni Bandiera Blu hanno dovuto presentare il Piano di Azione per la Sostenibilità 2025-2027, uno strumento che sta diventando sempre più centrale nella valutazione finale.
I macro-obiettivi individuati sono cinque: mobilità sostenibile, città e comunità sostenibili, tutela della biodiversità terrestre, protezione degli ecosistemi marini e lotta al cambiamento climatico.
Ed è proprio qui che emerge uno dei dati più interessanti dell’edizione 2026: se nel 2025 i comuni che lavoravano su tutti e cinque gli obiettivi erano l’81%, quest’anno si è arrivati al 94%.
Numeri che secondo Claudio Mazza, presidente della FEE Italia, mostrano una crescita concreta nella qualità della programmazione ambientale dei territori.
“Più impegni, più progettualità, più qualità, più struttura e più metodo”, ha spiegato Mazza commentando i risultati di quest’anno.
La nuova alleanza tra Bandiera Blu e Green Key
Tra le novità più strategiche del 2026 c’è anche la sinergia tra Bandiera Blu e Green Key, il programma internazionale dedicato a hotel, campeggi, B&B e ristoranti sostenibili.
L’obiettivo è evidente: trasformare la sostenibilità da semplice elemento promozionale a ecosistema turistico integrato.
Non basta più avere un mare pulito se poi il territorio non investe su strutture ricettive efficienti, gestione energetica, riduzione dei rifiuti o mobilità sostenibile. Ed è probabilmente questa la direzione che il turismo europeo seguirà sempre di più nei prossimi anni.
Perché oggi la Bandiera Blu non rappresenta soltanto una spiaggia bella. Rappresenta soprattutto un modello di destinazione turistica che prova a restare competitiva in un’epoca in cui qualità ambientale, vivibilità e sostenibilità stanno diventando parte integrante dell’esperienza di viaggio.
Dichiarazione dei redditi e hai paura di perderti tra quadri, codici, righi e novità su...
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Dichiarazione dei redditi e hai paura di perderti tra quadri, codici, righi e novità su detrazioni, deduzioni, cuneo fiscale e tutte le novità di quest’anno? Per questo c’è il modello 730 “super semplificato”, la versione evoluta della precompilata introdotta dall’Agenzia delle Entrate nel 2024. Una modalità che punta a rendere più semplice il “fai da te” fiscale per lavoratori dipendenti e pensionati, riducendo errori e passaggi tecnici. Il sistema guida il contribuente passo dopo passo, riducendo il rischio errori. Ma come funziona concretamente il 730 super semplificato? Chi può utilizzarlo? E quando conviene?
Cos’è il 730 super semplificato e come funziona
Il modello 730 super semplificato è disponibile nell’area riservata del sito dell’Agenzia delle Entrate. Si affianca al tradizionale 730 precompilato, ma con un’interfaccia molto più intuitiva. Si accede online con Spid, Carta d’identità elettronica (CIE) o Carta nazionale dei servizi (CNS) e si trovano già caricati i dati fiscali in possesso del Fisco: redditi da lavoro o pensione, spese sanitarie, interessi del mutuo, premi assicurativi, contributi previdenziali e altre informazioni trasmesse da enti e operatori. La differenza rispetto alla precompilata classica è che il sistema non obbliga il cittadino a intervenire direttamente sui quadri del modello 730, rigo per rigo. Le informazioni vengono infatti presentate attraverso sezioni comprensibili e guidate, come “casa”, “famiglia”, “spese sostenute” o “redditi percepiti”. Se i dati sono corretti, basta confermarli. Se invece qualcosa manca o non è preciso, il contribuente può modificare o integrare le informazioni senza dover capire in quale rigo inserirle: sarà il software dell’Agenzia delle Entrate a compilare automaticamente il modello fiscale corretto. È pensato per chi vuole gestire la dichiarazione in autonomia, ma ha poca familiarità con il linguaggio tecnico tributario.
Dichiarazione dei redditi super semplificata: chi può usarla
La procedura è destinata principalmente a lavoratori dipendenti e pensionati con una situazione reddituale non troppo complessa. È adatta a chi ha un solo datore di lavoro o ente pensionistico; possiede poche tipologie di reddito; deve inserire spese detraibili o deducibili comuni e non ha operazioni fiscali particolarmente articolate. Restano comunque disponibili anche le altre opzioni: il contribuente può continuare a utilizzare il 730 precompilato tradizionale oppure affidarsi a un Caf o a un professionista abilitato. Il “fai da te” fiscale continua a crescere. Negli ultimi due anni i contribuenti che hanno inviato autonomamente il 730 o il modello Redditi Persone fisiche sono passati da 4,8 a 5,7 milioni. E la modalità semplificata sta contribuendo in modo decisivo a questa crescita.
Quando conviene scegliere il 730 super semplificato
La modalità super semplificata conviene soprattutto a chi ha una dichiarazione lineare e semplice e vuole evitare i costi di Caf o commercialista. Il vantaggio principale è la rapidità: si possono controllare i dati, correggere eventuali errori e inviare la dichiarazione direttamente online. Presentare il 730 già tra maggio e giugno può inoltre essere utile per chi attende un rimborso Irpef. In questi casi, il credito fiscale può arrivare direttamente nella busta paga di luglio oppure nella pensione tra agosto e settembre.
Torna la Formula 1, nel prossimo week end è in programma il gran premio del...
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Torna la Formula 1, nel prossimo week end è in programma il gran premio del Canada a Montreal, ma prima che i motori tornino a rombare arriva una rivendicazione sindacale da parte delle spogliarelliste che hanno scelto il week end del gran premio perchè è notoriamente quello in cui si lavora di più. La minaccia, come riporta un articolo dedicato sul NY Times, è quella di uno sciopero per il prossimo 23 maggio, cioè il sabato sera che precede il giorno del GP. L’azione, organizzata dal Sex Work Autonomous Committee (SWAC), mira a colpire i club nel loro periodo più redditizio dell’anno, per rivendicare diritti fondamentali e migliori condizioni di lavoro.
Le ragioni
Le ragioni sono limpide nella loro prosa sindacale: abolire la “tassa d’ingresso” che le ballerine devono pagare per salire sul palco, condizioni di lavoro sicure e igieniche, fine delle discriminazioni nelle assunzioni e nei turni. Ma quello che interessa a noi è la scelta del momento. «I locali sono al massimo della loro attività», spiegano dal SWAC, «è il periodo più redditizio dell’anno per i nostri datori di lavoro». Tradotto: colpite dove fa più male. Colpite il portafoglio proprio quando il portafoglio è gonfio di dollari, euro, sterline e yen versati da un’umanità che, per quattro giorni, dimentica il politicamente corretto e torna a comportarsi come un tempo: da maschi in trasferta, con la scusa del paddock e del casco. «In quanto spogliarelliste, siamo considerate lavoratrici autonome, il che significa che sulla carta siamo trattate allo stesso modo di, per esempio, un idraulico indipendente che assumereste per le riparazioni di casa». L’idraulico, però, non deve pagare per entrare nel bagno che deve riparare. L’idraulico non deve sorridere al padrone del bagno mentre lo ripara. L’idraulico, soprattutto, non deve fingere che il suo lavoro sia “empowerment” mentre in realtà sta solo cercando di non farsi fregare dalla direzione.
L’accusa
I gestori sono stati inoltre accusati di praticare un “overbooking” del personale, assumendo un numero eccessivo di ballerine per massimizzare i propri profitti a discapito della singola lavoratrice. Questa pratica, secondo la denuncia, aumenterebbe la competizione interna e lascerebbe le performer a gestire da sole i rischi per la propria sicurezza in un ambiente sovraffollato e ad alta pressione. Con questa mobilitazione, le lavoratrici sperano di invertire una dinamica che, a loro dire, avvantaggia in modo sproporzionato ed esclusivo i proprietari dei club.
Chi ha condotto delle indagini sa che la maggior parte degli omicidi si risolvono nelle...
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Chi ha condotto delle indagini sa che la maggior parte degli omicidi si risolvono nelle prime 48-72 ore: un sopralluogo condotto con rigore, un’ipotesi ben tracciata, l’emotività ancora accesa nei testimoni e nell’assassino possono portare alla prova regina, la confessione. Se il tempo scorre e gli errori scientifici si accumulano, quel caso sarà inevitabilmente destinato al flop – investigativo prima, giudiziario poi. Il delitto di Garlasco è, in questo senso, un caso di scuola (in negativo, purtroppo). Per anni raccontato come il paradigma dell’omicidio smontato dalla logica indiziaria – nessuna confessione, nessun testimone oculare, nessuna arma ritrovata, nessuna impronta decisiva – ha prodotto tuttavia una condanna definitiva. Quella di Alberto Stasi.
Il mosaico di Garlasco e le sue crepe
Una condanna non sulla base di una prova regina, ma di un mosaico di indizi che, letti nella loro convergenza complessiva, portarono i giudici a ritenere Stasi colpevole dell’omicidio della fidanzata. Ecco, oggi quel mosaico torna a incrinarsi. Le nuove indagini della Procura di Pavia – guidata da Fabio Napoleone, magistrato di solida esperienza – con la riapertura dell’attenzione investigativa attorno ad Andrea Sempio, non rappresentano soltanto l’ennesima ondata mediatica su uno dei casi più discussi della cronaca italiana. Pongono una questione ben più delicata: quanto è solida una condanna costruita prevalentemente su inferenze logiche, quando emergono nuovi elementi scientifici potenzialmente incompatibili con quella ricostruzione? Ed è qui che il caso smette di essere cronaca nera e diventa una questione di sistema, anche etica.
Il percorso processuale di Stasi resta uno dei più anomali della giustizia italiana. In primo grado, con rito abbreviato davanti al gup di Vigevano – Stasi aveva scelto, con il suo difensore dell’epoca Angelo Giarda, grande penalista, il rito “allo stato degli atti” – arriva l’assoluzione. Il quadro indiziario, scrissero i giudici, presentava troppe lacune per superare il ragionevole dubbio: arma mai trovata, orario della morte incerto, assenza di tracce biologiche dell’imputato sulla scena, impronte non attribuibili, il computer della vittima contaminato da accessi investigativi non corretti, il dna sui pedali della bicicletta ritenuto ambiguo. Nel 2011 arriva una seconda assoluzione, in Corte d’assise d’appello a Milano. Due giudici, in due gradi diversi, convergono sulla stessa conclusione: sospetti fortissimi, ma non una colpevolezza attribuibile “oltre ogni ragionevole dubbio”.
La condanna in Cassazione
Ma qui interviene la prima sentenza della Cassazione, nel 2013, che annulla l’assoluzione sostenendo che gli indizi sarebbero stati valutati in modo frammentato, anziché nella loro convergenza unitaria. Da lì nasce il ribaltamento. Nel giudizio di rinvio emerge il vero paradosso del caso Garlasco: non emerge una nuova prova, non si trova l’arma, non affiora una traccia di Dna schiacciante. Cambia soltanto il modo di leggere gli stessi elementi. E quella stessa architettura indiziaria che prima generava un dubbio diventa improvvisamente sufficiente per la condanna definitiva.
È questa dinamica ad aver trasformato Stasi in uno dei simboli del dibattito sull'”oltre ogni ragionevole dubbio”. Non a caso, l’allora giurista e oggi ministro della Giustizia Carlo Nordio osservò come vicende processuali caratterizzate da due assoluzioni seguite da condanna definitiva imponessero “una riflessione”, perché “situazioni del genere finiscono inevitabilmente per interrogare il sistema sulla reale applicazione del principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio”.
Il sillogismo e i suoi fantasmi
L’articolo 192 del codice di procedura penale consente di condannare anche in assenza di prova diretta, purché gli indizi siano gravi, precisi e concordanti. Ma il caso Garlasco mostra anche il lato più problematico del sistema: quando il processo si fonda non su una prova scientifica schiacciante ma su una costruzione logico-indiziaria, il confine tra ragionevole inferenza e ragionevole dubbio può diventare sottilissimo. Il sillogismo aristotelico può assumere, senza che nessuno se ne accorga, le sembianze di un sillogismo del tutto perverso.
E oggi il quadro cambia di nuovo. Riemerge un soggetto alternativo formalmente indagato. Tornano sotto la lente il Dna trovato sotto le unghie di Chiara Poggi, l'”impronta 33″ vicino alla scala, nuove ipotesi sull’orario della morte che renderebbero compatibile l’alibi di Stasi. Attenzione, però: questo non significa automaticamente innocenza di Stasi né colpevolezza di Sempio. Significa che il cuore stesso della condanna – la presunta convergenza logica degli indizi – torna a essere vulnerabile. La forza di uno Stato di diritto non si misura dalla rapidità con cui trova un colpevole. Si misura dalla capacità di convivere con il dubbio sulle proprie sentenze definitive – anche quando quel dubbio è scomodo, impopolare, e riapre ferite che tutti pensavano ormai archiviate.
C’è stato un tempo in cui il maestrale, in Sardegna, veniva percepito quasi come un...
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C’è stato un tempo in cui il maestrale, in Sardegna, veniva percepito quasi come un fastidio inevitabile. Troppo forte per chi cercava la spiaggia immobile delle brochure estive. Troppo imprevedibile per chi immaginava il Mediterraneo come una cartolina statica fatta soltanto di mare piatto e sole verticale. Il vento, qui, ha sempre imposto le proprie regole. Ha modellato le dune, piegato la vegetazione, scavato le rocce, costruito silenzi. Ha persino influenzato il carattere dell’isola.
Poi qualcosa è cambiato. Le estati mediterranee sono diventate sempre più torride, più lunghe, più estreme. E improvvisamente quel vento che per decenni era stato considerato scomodo si è trasformato in una forma di privilegio naturale. In Sardegna lo sanno bene: il maestrale non è soltanto meteo. È identità culturale. È ritmo. È sollievo. È quasi una forma di lusso climatico.
Forse è anche per questo che il nuovo racconto del Chia Laguna Nature Resort parte proprio da lì: dall’aria.
Nella hall del Conrad Chia Laguna Sardinia, unico indirizzo italiano del brand Conrad di Hilton, sottilissime tende in organza bianchissima si muovono continuamente seguendo le correnti che attraversano gli spazi dell’hotel. Non sono semplici elementi decorativi. Rendono visibile il vento. Lo trasformano in movimento scenico. In atmosfera. In qualcosa di profondamente sardo.
È un dettaglio apparentemente piccolo, ma racconta molto della direzione presa da questo grande progetto di ospitalità nel Sud Sardegna. Perché qui il territorio non viene addomesticato per adattarsi a un lusso internazionale standardizzato. Succede quasi il contrario: è il resort a cercare di adattarsi al paesaggio, ai suoi ritmi e alla sua identità.
C’è una frase che torna spesso parlando con chi lavora qui: il territorio deve entrare dentro l’esperienza, non restare fuori dalla finestra della camera. Ed è probabilmente questo l’aspetto che distingue maggiormente il nuovo corso del Chia Laguna Nature Resort da molte altre operazioni di lusso mediterraneo contemporaneo, spesso impeccabili dal punto di vista estetico ma incapaci di costruire un vero dialogo con il luogo che le ospita.
Qui, invece, la Sardegna emerge continuamente, quasi ostinatamente, nei dettagli più piccoli. Nella pietra lasciata volutamente grezza. Nei tessuti che si muovono seguendo il maestrale. Nei profumi di macchia mediterranea che cambiano leggermente a seconda delle ore della giornata. Persino nella luce, che all’interno degli spazi comuni non viene mai completamente controllata o artificializzata, ma lasciata entrare in modo quasi teatrale attraverso aperture, trasparenze e materiali chiarissimi.
Ed è interessante osservare come tutto questo venga costruito senza scivolare nell’estetica folkloristica che spesso accompagna i grandi resort italiani quando cercano di raccontare il territorio. Il rischio, in Sardegna, sarebbe stato semplicissimo: trasformare l’identità locale in scenografia. Qui si prova invece a fare qualcosa di più complesso, e in alcuni momenti anche più sofisticato.
Chia Laguna Nature Resort: il nuovo volto del Sud Sardegna
Il 2026 rappresenta un passaggio importante per Chia Laguna. Il resort ha infatti inaugurato un nuovo capitolo della propria storia attraverso un’importante brand evolution sviluppata insieme all’agenzia JHAGGER&CO, scegliendo un nome che già da solo chiarisce la direzione presa: Chia Laguna Nature Resort.
La parola chiave è proprio quella: natura.
Perché qui, lungo la costa sud-occidentale della Sardegna, la natura non è soltanto sfondo ornamentale. È protagonista assoluta. Dune dorate, lagune popolate da fenicotteri rosa, macchia mediterranea, profumi di lentisco e ginepro, spiagge nascoste tra la vegetazione, promontori battuti dal vento e un mare che cambia colore continuamente, passando dal turchese allo smeraldo.
Siamo a Domus de Maria, in una delle aree più spettacolari dell’isola. Poco distante si trova Is Cannoneris, la più vasta foresta di lecci d’Europa, mentre sotto le rovine di un’antica torre di guardia spagnola sopravvivono ancora i resti di Bithia, considerata la città più antica della Sardegna.
Ed è proprio questo il punto più interessante del progetto Chia Laguna: non limitarsi a vendere una vacanza di lusso, ma trasformare il soggiorno in una forma di immersione nel Sud Sardegna.
Tre hotel, tre anime, un’unica idea di ospitalità
Il resort si sviluppa attraverso tre strutture profondamente diverse ma pensate come parti di un unico ecosistema.
Il Conrad Chia Laguna Sardinia rappresenta l’anima più sofisticata e internazionale del progetto. Ambienti contemporanei, design ispirato all’artigianato locale, spa, ristorazione di alto livello e suite panoramiche come la Shardana, che domina la baia con terrazza privata e jacuzzi.
Poi c’è il Baia di Chia Resort Sardinia, Curio Collection by Hilton, struttura più raccolta e immersa nella natura, quasi sospesa tra la macchia mediterranea e il mare.
Infine The Village, storico cuore pulsante del resort, completamente ripensato con un concept contemporaneo dedicato alle famiglie. Qui l’idea è quella di ricreare una sorta di comunità mediterranea contemporanea: ci si incontra in piazza, si cena insieme, si organizza la giornata tra spiaggia, sport e attività.
Durante l’alta stagione, spiegano dal resort, Chia Laguna arriva addirittura a superare il vicino paese di Domus de Maria per numero di persone presenti. E in effetti la sensazione è proprio quella di una piccola città stagionale che vive seguendo ritmi completamente diversi rispetto al resto dell’anno.
Il lusso internazionale che parla sardo
La sensazione, camminando tra gli spazi del resort, è che si stia cercando di costruire una nuova grammatica del lusso mediterraneo, molto diversa da quella che ha dominato gli ultimi vent’anni. Meno ostentazione visiva, meno ricerca dell’effetto “Instagrammabile” fine a sé stesso e molta più attenzione alla dimensione sensoriale e narrativa del soggiorno.
Non è un caso che uno degli elementi più memorabili dell’intero Conrad Chia Laguna Sardinia non sia una suite o una piscina, ma qualcosa di estremamente impalpabile come l’aria. Le grandi tende in organza bianca che dominano la hall reagiscono continuamente alle correnti che arrivano dal mare e finiscono quasi per modificare la percezione dello spazio, creando scenografie sempre diverse, mai completamente prevedibili. È un’immagine che sintetizza perfettamente la filosofia del resort: lasciare che sia la natura a intervenire dentro l’ospitalità, e non il contrario.
La sfida più difficile, oggi, per il lusso mediterraneo è probabilmente questa: riuscire a essere internazionale senza diventare anonimo.
Ed è qui che il Chia Laguna Nature Resort trova la propria dimensione più interessante.
Dentro il Conrad Chia Laguna Sardinia la Sardegna entra letteralmente negli spazi. Non come decorazione folkloristica, ma come linguaggio estetico contemporaneo.
C’è la pavoncella sarda, tradizionale simbolo beneaugurante dell’isola, reinterpretata in chiave moderna. Ci sono i vasi creati insieme allo studio Pretziada e al ceramista Walter Usai di Assemini, ispirati agli antichi recipienti utilizzati per trasportare l’acqua. Alcuni riproducono addirittura le “due donne” della Sardegna: quella antica, più bassa e robusta, e quella contemporanea, più slanciata.
Ci sono i tappeti artigianali provenienti da Samugheo, le lavorazioni tessili a pibionis, i marmi locali, i cuscini decorati attraverso tecniche tradizionali.
Persino i profumi raccontano il territorio.
Nei corridoi del resort si diffondono costantemente essenze prodotte a Domus de Maria da una farmacista locale: legni, agrumi, lavanda, mirto, macchia mediterranea. Una scelta quasi maniacale nella sua ricerca di coerenza identitaria.
E poi c’è quella parete di roccia naturale che emerge direttamente all’interno dell’hotel. Quando piove, raccontano dalla struttura, l’acqua può persino scivolare lungo la pietra creando una piccola cascata spontanea.
La sensazione è che il resort stia cercando continuamente di ricordare agli ospiti dove si trovano.
Non in un luogo qualunque del Mediterraneo. In Sardegna.
La nuova ossessione del lusso: autenticità
Anche il rapporto con l’artigianato locale viene affrontato in modo meno decorativo e molto più identitario rispetto a quanto accade normalmente nell’hôtellerie di fascia alta. I riferimenti alla Sardegna non sono semplicemente “presenti”: vengono spiegati, raccontati, contestualizzati.
I vasi sviluppati con Pretziada e Walter Usai, per esempio, non vengono esposti soltanto come oggetti estetici ma come reinterpretazioni contemporanee di recipienti realmente utilizzati nella vita quotidiana dell’isola, alcuni dei quali progettati per essere trasportati sulla spalla durante il trasporto dell’acqua. Allo stesso modo i pibionis, tecnica decorativa tessile tipica della Sardegna, smettono di essere semplici motivi ornamentali e diventano parte di un racconto più ampio sull’identità materiale dell’isola.
È un approccio che restituisce continuamente la sensazione di trovarsi davanti a un resort che non vuole semplicemente “ambientarsi” in Sardegna, ma provare a costruire una relazione più profonda con il territorio e con chi lo abita.
Per anni il turismo di lusso internazionale ha inseguito soprattutto l’estetica dell’esclusività. Oggi il paradigma sembra essersi spostato altrove.
Il viaggiatore contemporaneo cerca autenticità. Vuole storie, identità, rituali, connessioni con il territorio. Vuole vivere qualcosa che non potrebbe esistere altrove.
Ed è esattamente su questo terreno che il Chia Laguna Nature Resort costruisce la propria nuova identità.
Il concept scelto dal resort è “Il Ritmo della Natura”, una filosofia che attraversa tanto il design quanto le esperienze proposte agli ospiti.
C’è Blue Zone Cucina, percorso gastronomico che racconta la Sardegna come una delle cinque Blue Zone ufficiali del pianeta, territori in cui si registra la maggiore longevità al mondo.
C’è Yoga in the Wild, esperienza immersiva nella macchia mediterranea dove il respiro prova letteralmente a sincronizzarsi con il paesaggio.
C’è Sip&Sail Sardinia, crociera al tramonto lungo la costa con aperitivi sul mare.
Ci sono i Clifftop Sunset Bites sospesi tra cielo e mare, i laboratori di ceramica sarda, le sessioni artistiche en plein air, le escursioni tra nuraghi, i trekking, le esperienze a cavallo, le uscite in quad.
Ma soprattutto c’è una precisa idea narrativa dietro tutto questo: la Sardegna non come semplice destinazione balneare, ma come universo culturale.
Il Sud Sardegna tra slow living e trasformazione internazionale
Il vero punto è che Chia oggi sembra intercettare perfettamente una trasformazione più ampia del Mediterraneo contemporaneo.
Per decenni il lusso estivo è stato costruito sull’eccesso: beach club sempre più rumorosi, ostentazione, resort pensati come bolle isolate dal territorio.
Qui la direzione sembra opposta. Si parla continuamente di slow living, di riconnessione, di natura, di esperienze immersive, di benessere legato al paesaggio.
Perfino il concetto di tempo cambia. Le giornate si allungano tra tramonti, sport all’aria aperta, cene sotto le stelle, passeggiate tra dune e lagune. Il lusso non viene più raccontato soltanto attraverso ciò che si possiede, ma attraverso ciò che si riesce a percepire.
Il vento sulla pelle, l’odore del mirto che resta addosso anche rientrando in camera dopo il tramonto, il silenzio improvviso che arriva appena ci si allontana dalle piazze del resort e quella luce continuamente mutevole che trasforma le rocce, le dune e perfino il colore dell’acqua nel corso della giornata diventano così parte integrante dell’esperienza, quasi più degli stessi elementi materiali dell’ospitalità.
Le famiglie e il nuovo concetto di vacanza condivisa
Interessante anche il modo in cui il resort prova a ridefinire la vacanza family.
The Village, completamente ripensato, lavora sull’idea di una comunità contemporanea dove bambini, genitori e ragazzi possano vivere il territorio insieme ma anche separatamente.
Ci sono i Kids Club divisi per età, il Club dei Piccoli Esploratori, le attività legate alla sostenibilità e al riuso dei materiali, i laboratori culinari, il “Messaggio in Bottiglia”, una sorta di caccia al tesoro diffusa nella proprietà.
E poi le academy sportive. La Juventus Resort Experience, l’Inter Academy Resort Experience, la GZ19 Football Academy guidata da Gianluca Zambrotta, la Dance Academy e la Musical Academy trasformano il resort quasi in un campus estivo di lusso immerso nel Mediterraneo.
Anche qui, però, il punto non sembra essere semplicemente “intrattenere” gli ospiti più giovani. L’idea è piuttosto quella di costruire ricordi condivisi.
America’s Cup, sport e nuova Sardegna internazionale
Nel 2026 il Chia Laguna Nature Resort si inserisce anche nel racconto internazionale dell’America’s Cup di Cagliari.
Per l’occasione il resort ha sviluppato esperienze dedicate che permettono di vivere le regate direttamente dal mare: gommoni ad alte prestazioni per seguire le gare da vicino oppure yacht privati come l’Azimut Magellano 66, trasformato in un vero salotto galleggiante con light lunch e bollicine sarde.
È un dettaglio interessante perché racconta bene la nuova ambizione del Sud Sardegna non più soltanto come destinazione balneare italiana. Ma piattaforma mediterranea capace di dialogare con un turismo internazionale alto-spendente, sportivo, esperienziale e sempre più interessato all’identità dei luoghi.
Il vento resta addosso
Alla fine, però, la cosa che colpisce davvero di Chia non è la spettacolarizzazione del lusso. È il modo in cui il resort prova continuamente a riportare tutto al territorio.
Alle rocce che emergono perfino all’interno dell’architettura del resort, alla macchia mediterranea che impregna l’aria di mirto, lentisco, ginepro e oleandro, ai profumi diffusi nei corridoi attraverso essenze prodotte a Domus de Maria, alle dune modellate dal maestrale e soprattutto a quel vento che attraversa continuamente Chia e che qui non viene nascosto o neutralizzato, ma trasformato quasi in linguaggio estetico.
Quel maestrale che per decenni era stato percepito come un elemento scomodo, capace di scompigliare giornate di mare e destabilizzare la calma artificiale del turismo balneare tradizionale, e che oggi invece, nelle estati mediterranee sempre più torride e immobili, viene percepito quasi come una forma di privilegio naturale, una presenza che rinfresca, alleggerisce e restituisce al paesaggio una dimensione più viva, più autentica, persino più sofisticata. È probabilmente qui che si nasconde la vera intuizione del Chia Laguna Nature Resort: avere compreso che il nuovo lusso mediterraneo non passa più soltanto dall’esclusività, ma dalla capacità di entrare realmente in sintonia con il territorio.
E in Sardegna lo avevano capito molto prima di tutti gli altri.
La nuova offensiva normativa europea contro il tabacco e i prodotti contenenti nicotina nasce già...
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La nuova offensiva normativa europea contro il tabacco e i prodotti contenenti nicotina nasce già sotto il segno delle polemiche. Mentre Bruxelles prepara un ulteriore irrigidimento delle regole, crescono le contestazioni sia all’interno delle istituzioni europee sia nel mondo scientifico.
Al centro dello scontro c’è la volontà della Commissione Europea di equiparare sempre più i prodotti alternativi — come sigarette elettroniche, tabacco riscaldato e bustine di nicotina — alle sigarette tradizionali. Una scelta che molti esperti giudicano semplicistica e non supportata da un’adeguata valutazione scientifica.
Basarsi sulla scienza, non sulle ideologie
Un gruppo di medici, ricercatori e specialisti della salute pubblica ha inviato una lettera alle istituzioni europee chiedendo che la futura normativa venga costruita sulla base delle evidenze scientifiche e non di approcci ideologici. Secondo i firmatari, il principale danno del fumo deriva dalla combustione del tabacco e non dalla nicotina in sé, motivo per cui i prodotti senza combustione non dovrebbero essere trattati allo stesso modo delle sigarette convenzionali.
Gli esperti sostengono inoltre che numerosi studi scientifici favorevoli alle strategie di riduzione del danno sarebbero stati ignorati durante la preparazione delle nuove regole europee. Nel mirino finisce soprattutto l’approccio «uniforme» adottato da Bruxelles, accusato di non distinguere adeguatamente tra prodotti con livelli di rischio differenti.
Ma le critiche non arrivano soltanto dal mondo accademico. Anche alcune strutture tecniche e organismi di controllo avrebbero espresso dubbi sulla qualità delle analisi utilizzate per giustificare la nuova stretta normativa. Secondo diversi osservatori, le valutazioni economiche e sanitarie presenterebbero lacune metodologiche e dati incompleti.
Tensioni anche a livello nazionale
Nel frattempo, anche a livello nazionale iniziano a emergere tensioni. In diversi Paesi europei le nuove restrizioni previste su vaping, aromi, dispositivi monouso e pubblicità stanno alimentando il confronto tra governi, autorità sanitarie e associazioni di categoria.
I critici avvertono che una regolamentazione troppo rigida potrebbe produrre effetti controproducenti: da un lato limitare strumenti considerati meno dannosi rispetto alle sigarette tradizionali, dall’altro favorire il mercato illegale e scoraggiare i fumatori adulti che cercano alternative.
Il dibattito resta aperto, ma una cosa appare già chiara: la nuova guerra europea contro la nicotina rischia di trasformarsi in uno dei dossier più controversi della prossima legislatura comunitaria.
Nella lista degli allenatori certi di rimanere sulla stessa panchina anche nella prossima stagione ci...
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Nella lista degli allenatori certi di rimanere sulla stessa panchina anche nella prossima stagione ci sono solo due nomi: Cristian Chivu, fresco di scudetto e Coppa Italia con l’Inter, e Gian Piero Gasperini, uscito vincitore dallo scontro istituzionale tutto interno a Trigoria con Claudio Ranieri. Nessun altro. Il valzer delle panchine che scatta alla fine di questo campionato è così ampio e profondo da far immaginare di poter coinvolgere 7-8 tecnici delle squadre della parte sinistra della classifica e non necessariamente per risultati e obiettivi mancati.
E’ il caso, ad esempio, di Cesc Fabregas che ha raggiunto una storica qualificazione europea con il Como, ha detto che resterà a portare avanti il suo lavoro in riva al Lario ma così come accaduto nella scorsa primavera sarà oggetto delle attenzioni di tante big in giro per l’Europa. Possibilità di permanenza alte, ma non bisogna dare nulla per scontato. Come lui anche Kosta Runjaic che è legato all’Udinese da un contratto in scadenza nel giugno 2027 e che ha garantito essere già all’opera per pianificare la prossima stagione ma che i tifosi friulani vorrebbero legato da un accordo a più lunga scadenza.
Per tutti gli altri le possibilità di permanenza nei club dove hanno lavorato quest’anno sono variabili o nulla. Un intreccio che tiene dentro anche le vicende societarie e che si dipanerà rapidamente una volta che il pallone avrà smesso di rotolare, qualunque sia l’esito della volata per la Champions League.
Conte e il Napoli, addio senza rancori
La prima pedina che si muove è quella di Antonio Conte. Al di là della forma, nessun annuncio senza che sia De Laurentiis a farlo, il dado è tratto e il tecnico del quarto scudetto è pronto a salutare Napoli. Le parole dopo aver conquistato l’accesso all’Europa che conta sono state inequivocabili, così come la sensazione che non possa esserci convergenza sulle rispettive esigenze: quella del patron partenopeo è di alleggerire la pressione dei conti e aprire un nuovo ciclo, ringiovanendo la squadra, mentre il tecnico è abituato a instant team e gioca sempre per vincere. O, almeno, provarci.
I rumors napoletani parlano di un addio non al veleno, senza trattative per la buonuscita e di una scelta già presa da settimane. De Laurentiis, dunque, sta lavorando al futuro con due tracce che portano ad allenatori attualmente non liberi ma che potrebbero esserlo: Maurizio Sarri e Max Allegri. Sarri è rimasto un anno fa alla Lazio per spirito di sacrificio e amore per la piazza, la stagione è stata difficilissima e il ritorno a Napoli è una suggestione molto forte anche se non è detto che sia la decisione giusta da prendere perché spesso le seconde avventure sono peggio delle prime.
Max Allegri (Ansa)
Allegri e i ribaltoni in casa Milan: chi va e chi resta?
La posizione di Max Allegri, invece, è un enigma che coinvolge anche il resto dell’organigramma del club rossonero. da Furlani in giù, nessuno è al riparo dalle valutazione di fine stagione che il proprietario Gerry Cardinale ha annunciato quando tutto sembrava perduto. La qualificazione alla Champions League fa scattare automaticamente un’estensione del contratto dal 2027 al 2028 ma Allegri vuole essere centrale nel prossimo progetto sportivo, non accetta gli equilibri di mercato di quest’anno, chiede giocatori di qualità ed esperienza e le tensioni interne che coinvolgono Ibrahimovic (a proposito, va cinque settimane negli Stati Uniti a fare il commentatore del Mondiale) hanno lasciato un segno.
Sia lui che Conte sono in corsa anche per la panchina della nazionale. Entrambi hanno un curriculum che non può non attirare Giovanni Malagò, in pole position per diventare presidente della Figc, ed entrambi vantano ottimi rapporti sia con lui che con la struttura federale. E’ una variabile che verrà sciolta prima della data del 22 giugno, quando a Roma ci sarà l’assemblea che eleggerà il successore di Gravina: chiunque sia il prescelto è evidente che i contatti saranno precedenti.
Spalletti e il peso del fallimento della Juventus
Last but not least, Luciano Spalletti su cui pesa il fallimento quasi certo nella rincorsa alla Champions League. E’ fresco di firma su un contratto fino al 2028, ha detto di volersi confrontare con John Elkann bypassando completamente la figura di Comolli, a sua volta in discussione per la disastrosa sessione di mercato della scorsa estate. Difficile leggere nei suoi umori. Ritiene che la sua stagione sulla panchina della Juventus, iniziata alla 10° giornata prendendo il posto di Tudor, sia stata “grande” e aveva disegnato un progetto che prevedeva grandi nomi per dare l’assalto alla Champions. Ora tutto torna in discussione.
A contorno le storie di Vincenzo Italiano e Raffaele Palladino, protagonisti di un’annata in chiaro scuro con Bologna e Atalanta. Il pass per la Conference League ed essere stata l’italiana più avanti di tutte in Europa ha salvato il bilancio dell’allenatore dei bergamaschi, azzoppato in campionato dalla situazione ereditata sostituendo Juric. Però nelle settimane finali le voci su valutazioni in corso si sono moltiplicate e si attende un annuncio ufficiale dei Percassi. Italiano è a caccia della grande occasione. Poteva essere il Napoli e non è detto che la porta si sia chiusa.
Ieri le forze speciali israeliane hanno intercettato e preso il controllo di parte della Global...
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Ieri le forze speciali israeliane hanno intercettato e preso il controllo di parte della Global Sumud Flotilla, il convoglio navale partito dalla Turchia con l’obiettivo dichiarato di raggiungere la Striscia di Gaza. L’operazione è avvenuta nelle acque al largo di Cipro e ha coinvolto decine di imbarcazioni con a bordo centinaia di attivisti filo-palestinesi e filo-Hamas provenienti da diversi Paesi. Secondo quanto emerso nelle ore successive al blitz, sarebbero dodici gli italiani fermati durante l’operazione dell’Idf, sui trentacinque connazionali presenti complessivamente nelle ventuno imbarcazioni che facevano parte della spedizione. Le immagini diffuse in diretta dagli organizzatori mostrano i militari israeliani salire sulle navi equipaggiati in assetto operativo mentre gli attivisti, indossando giubbotti di salvataggio, tengono le mani alzate in segno di resa. Un dettaglio che emerge dalle ricostruzioni riguarda il fatto che molti dei partecipanti avessero già preso parte in passato ad altre missioni analoghe dirette verso Gaza. In diversi casi si tratterebbe infatti di persone già presenti in precedenti flottiglie organizzate negli anni scorsi, segno di una rete ormai strutturata, finanziata e abituata a questo tipo di iniziative internazionali. Israele ha scelto di bloccare la flottiglia lontano dalle coste della Striscia, seguendo uno schema operativo già utilizzato in passato contro convogli marittimi diretti verso Gaza. Gli attivisti fermati sarebbero stati trasferiti su una nave impiegata come centro di detenzione temporaneo in mare prima del successivo trasferimento nel porto israeliano di Ashdod. Nonostante l’abbordaggio, alcune imbarcazioni hanno continuato a trasmettere immagini in diretta mentre l’operazione era ancora in corso.
Nei video pubblicati online si vedono diversi attivisti gettare i telefoni cellulari in mare pochi istanti prima dell’arrivo delle unità israeliane armate. Secondo le informazioni diffuse dagli organizzatori, alla missione avrebbero partecipato circa cinquanta barche e almeno cinquecento persone provenienti da numerosi Paesi, inclusa l’Italia. L’agenzia di stampa statale turca ha riferito che gli organizzatori della missione avrebbero perso i contatti con almeno ventitré imbarcazioni dopo l’intervento della marina israeliana. Secondo fonti della sicurezza di Gerusalemme, l’obiettivo iniziale dell’operazione non sarebbe stato quello di sequestrare l’intera flottiglia, ma concentrarsi sulle circa venti imbarcazioni considerate principali. L’idea, secondo la ricostruzione israeliana, era che le altre navi avrebbero invertito la rotta una volta compreso che il blitz dell’Idf era già in corso. Alcune imbarcazioni sarebbero comunque riuscite a evitare l’intercettazione israeliana e starebbero ora dirigendosi verso l’Egitto.
La decisione di deviare verso le coste egiziane sarebbe stata presa dagli organizzatori della Global Sumud Flotilla per consentire alle navi rimaste operative di riorganizzarsi in vista delle prossime iniziative. Tra le imbarcazioni dirette verso l’Egitto c’è anche quella sulla quale si trova il deputato del Movimento 5 Stelle Dario Carotenuto, unico rappresentante politico italiano presente nella spedizione. Il parlamentare italiano non sarebbe stato intercettato durante il blitz israeliano e sta proseguendo la navigazione verso l’Egitto insieme ad altre imbarcazioni che sono riuscite a sottrarsi al blocco imposto dalla marina israeliana. Tra le persone intercettate dai commando israeliani figurerebbe inoltre Margaret Connolly, medico irlandese e sorella del presidente irlandese Catherine Connolly. Secondo quanto riferito dagli organizzatori della missione, la donna si trovava a bordo insieme ad altri sette cittadini irlandesi fermati durante l’operazione della marina israeliana. Dopo un incontro con re Carlo III del Regno Unito, il presidente irlandese ha dichiarato ai giornalisti di essere «molto orgoglioso di mia sorella, ma anche molto preoccupato per lei», come riportato da Politico. Connolly, eletto lo scorso anno, è considerato un esponente della sinistra radicale e in passato ha definito Israele uno «stato terrorista».
Gli organizzatori della flottiglia hanno accusato Israele di aver «rapito illegalmente» Margaret Connolly e gli altri attivisti fermati durante il blitz in mare. Sui social network sono stati pubblicati diversi filmati registrati poco prima dell’abbordaggio, nei quali compaiono Connolly e altri partecipanti alla missione. In uno dei video diffusi online, la donna dichiara: «Se state guardando questo video significa che sono stata rapita dalla mia imbarcazione della flottiglia dalle forze di occupazione israeliane». Una portavoce della flottiglia, intervistata dall’emittente qatariota Al-Araby, ha confermato che gli organizzatori hanno perso i collegamenti con gran parte delle imbarcazioni fermate. «Ci aspettavamo che Israele intervenisse per impedire alla flottiglia di raggiungere Gaza», ha dichiarato, accusando lo Stato ebraico di «violazione del diritto marittimo internazionale» e di «pirateria contro navi civili».
Prima dell’operazione, il Ministero degli Esteri israeliano aveva definito la missione una «provocazione politica» più che una reale iniziativa umanitaria. Secondo Israele, il convoglio avrebbe avuto soprattutto l’obiettivo di sostenere Hamas sul piano mediatico e politico. Nel comunicato diffuso da Tel Aviv venivano inoltre citati i gruppi turchi Mavi Marmara e IHH, quest’ultimo considerato da Israele un’organizzazione terroristica.Le autorità israeliane hanno ribadito che non verranno consentite violazioni del blocco navale imposto alla Striscia di Gaza e avevano già avvertito del rischio di tensioni durante gli abbordaggi. Israele avrebbe inoltre tentato, senza successo, di fermare la missione attraverso pressioni diplomatiche esercitate sulla Turchia. Nelle settimane precedenti la marina israeliana aveva già bloccato un’altra flottiglia vicino a Creta e, secondo fonti della sicurezza, questa volta gli attivisti fermati potrebbero restare detenuti per un periodo più lungo.
Un filmato girato il 17 maggio 2026, mostra due aerei militari che si scontrano in...
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Un filmato girato il 17 maggio 2026, mostra due aerei militari che si scontrano in volo durante un air show in Idaho, nel nord-ovest degli Stati Uniti. Si vedono gli aerei schiantarsi al suolo con una forte esplosione che solleva fumo nero. In una frazione di secondi si vedono i piloti lanciarsi con i loro paracadute fuori dai velivoli e atterrare sani e salvi (fonte Ansa Video).
Maggio arriva con puntualità e prevedibilità, eppure ogni volta coglie il mondo della scuola di sorpresa. Le settimane si riempiono...
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Maggio arriva con puntualità e prevedibilità, eppure ogni volta coglie il mondo della scuola di sorpresa. Le settimane si riempiono di prove scritte, interrogazioni, recuperi, interrogazioni di recupero, prove suppletive, ultime possibilità, appelli finali; immancabile poil’ultimissima interrogazione su tutto. In pochi giorni si concentra ciò che avrebbe potuto trovare spazio nei mesi precedenti, e il risultato è noto: assenze strategiche, ansia, tensioni, trattative continue, studenti che calcolano, famiglie che protestano, docenti che rincorrono. Eppure, nelle scuole superiori, soprattutto dove l’anno è diviso in trimestre e pentamestre, da gennaio a giugno c’è un tempo lungo, ampio, adatto a costruire un percorso valutativo solido, strutturato eprogrammato. Cinque mesi non sono un intervallo breve, tanto che oltre all’organizzazione iniziale, c’è anchespazio per riprogrammare, ricalibrare e ripianificare alla luce di gite, scioperi, intoppi vari. Ciononostante, accadespesso che a metà maggio una classe si trovi ancora con la pochezza di una o due valutazioni in alcune discipline e la necessità improvvisa e tassativa di completare il quadro prima degli scrutini. È a questo punto che la verifica diventa una pratica d’emergenza, prima di tutto formale, perché serve un numero minimo di valutazioni, in secondo luogo sostanziale, perché assume una rilevanza emotiva e didattica eccessiva, totalizzante.
La domanda, allora, è semplice: che senso ha arrivare al 15 maggio con un numero insufficiente di elementi e pretendere di ricostruire in fretta ciò che non è stato raccolto prima? Una valutazione efficace ha bisogno di tempo, varietà, continuità, e certamente non nasce dall’accumulo finale, né una super-prova finale “su tutto” ha la capacità di essere elemento di sintesi. La sintesi sarà quella che il docente, in sede di scrutinio, realizzerà ripercorrendo con occhio critico tutte le valutazioni raccolte, il percorso, il diario di bordo personale. Adottando questa prospettiva, è chiaro che più valutazioni costituiscono un bagaglio più ricco su cui riflettere.
Come fare, però? Organizzando un lavoro ordinato, distribuito, leggibile anche per gli studenti: tre o quattro valutazioni entro metà aprile, in molte discipline, sono un obiettivo possibile, iniziando a gennaio. È richiestaorganizzazione, certo; servono una scansione chiara, una calendarizzazione sensata, una collaborazione reale tra colleghi, un planning condiviso tra studenti e docenti che sia elemento comune alla pianificazione di tutti. Arrivare a metà aprile con un quadro già consistente, addirittura sufficiente di valutazioni, cambierebbe molto la prospettiva dell’ultimo periodo, a cominciare dalla serenità dei docenti, che non sarebbero più all’inseguimento della regolarità dell’anno scolastico. L’ultimo mese potrebbe essere dedicato a una prova conclusiva, a un recupero mirato, a un approfondimento, a una verifica ulteriore se ce ne fosse necessità obisogno, e – sia chiaro – non soltanto per chi è in difficoltà. Anche studenti e famiglie, con un quadro composto gradualmente, avrebbero una percezione più chiara della situazione, senza puntare tutto sugli ultimi giorni. Il problema riguarda indubbiamente la quantità delle verifiche dell’ultimo mese, ma più ampiamente tocca il messaggio culturale che la scuola trasmette, perché se tutto si concentra alla fine, gli studenti imparano che il percorso conta meno dell’ultima prestazione, che l’anno scolastico è una partita decisa negli ultimi minuti, che la strategia può diventare più importante dello studio. Assentarsi nel giorno giusto, scegliere quale materia sacrificare, chiedere di spostare, cercare l’interrogazione favorevole, evitare quella sfavorevole: questi sono scenari che si ripetono ogni anno, a ogni maggio, con tanto di preview dicembrina, in piccolo, ma pari pari. Panico, disordini e tensioni sono quindi risposte prevedibili a un sistema che in maggio crea scarsità, pressione e competizione per ogni spazio disponibile.
Occorre qui e ora liberarsi da un equivoco: l’ultima valutazione non vale più delle precedenti, perché non possiede, per il solo fatto di essere vicina agli scrutini, una verità superiore, e non può diventare l’unico tribunale dell’anno. La valutazione finale nasce da una pluralità di elementi, dal quadro composito costituito da progressi, difficoltà, continuità, impegno, competenze raggiunte, esiti osservati nel tempo. C’è poi un’altra idea da correggere: la scuola non “finisce a giugno”, a giugnosi chiude un anno, si promuove, si boccia, si sospende il giudizio, si assegnano compiti, si salutano le classi. Ma far credere agli studenti che a giugno finisca il mondosignifica alimentare una concezione drammatica e deformata del tempo scolastico, che riprenderà a settembre dal punto in cui tutto si era interrotto dodici settimane prima, materia per materia. La continuità è una parola molto usata nella scuola, spesso evocata nei documenti, nei collegi, nei progetti: a maggio, però, si dimentica puntualmente e prevale l’ansia da stretta finale. Così, ogni maggio racconta alla scuola qualcosa di sé: la fatica dei docenti, la fragilità degli studenti, l’ansia delle famiglie, la difficoltà di tenere insieme apprendimento e valutazione. Proviamo a fare tesoro di queste situazioni ricorrenti, considerando che la fretta di fine anno non è una legge naturale, ma spesso il prodotto di una pianificazione debole.
Tra poche settimane si tireranno le somme: qualcuno sarà bocciato, molti saranno promossi, altri avranno un’estate di studio davanti. Sono decisioni importanti, da prendere con responsabilità e misura. Proprio per questo meritano di nascere da un anno osservato con ordine, non da un maggio vissuto come un assedio. La scuola educa anche attraverso il modo in cui organizza il tempo e se insegna che tutto si decide all’ultimo, non può stupirsi quando gli studenti imparano a vivere all’ultimo.
Respiriamo incessantemente, eppure forse lo facciamo male da tutta la vita. Possibile che l’uomo abbia...
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Respiriamo incessantemente, eppure forse lo facciamo male da tutta la vita. Possibile che l’uomo abbia sequenziato il genoma, costruito “vaccini” contro il cancro, sconfitto malattie che solo fino a poco più di 10 anni fa sembravano condanne, e nello stesso tempo continui a ignorare l’abc del respiro? A quanto pare sì. Un libro appena uscito in Italia, firmato dal medico ed ex primatista mondiale di apnea Mike Maric, dal titolo Atlante illustrato del respiro, 100 esercizi pratici per grandi e piccoli, ci spalanca un mondo su un argomento finora quasi del tutto ignorato, suggerendo che molti dei nostri problemi quali ansia, insonnia e perfino alcune disfunzioni sessuali siano – anche – il risultato di questo gesto naturale e primitivo, che però eseguiamo male.
Se il respiro è allenabile, e usarlo in maniera più efficiente ci fa stare meglio in salute, perché nessuno (o quasi) ce l’ha mai detto prima? «Per molto tempo, nella medicina occidentale, la respirazione è stata considerata solo un semplice meccanismo fisiologico» spiega Mike Maric. «In realtà oggi sappiamo che non è così. Nell’ultimo decennio la ricerca, grazie a strumenti che ci permettono di misurare ciò che prima sembrava solo intuitivo, si è concentrata sul dimostrare che la respirazione consapevole modula lo stress e la regolazione emotiva. Sappiamo, per esempio, che questo movimento influenza direttamente il sistema cardiovascolare attraverso la variabilità della frequenza cardiaca e che può modulare processi neurobiologici coinvolti nella salute cerebrale. Questo significa che non parliamo più soltanto di uno strumento diagnostico o terapeutico, ma anche di un vero indicatore preventivo. In un certo senso, la medicina occidentale sta confermando con dati misurabili ciò che molte culture orientali avevano intuito da secoli».
La svolta della medicina occidentale e la misurazione del benessere
Si spiega così il grande successo di discipline come la meditazione e lo yoga, dove il respiro ha un’importanza fondamentale anche per alleviare tensione e stress, nonché il fiorire di influencer che su tutti i social “insegnano” tecniche per rilassarsi imparando a gestire la respirazione: in una cultura che tende a quantificare scientificamente tutto in base ad algoritmi e linee guida, non c’è dubbio che quanto appartiene alla dimensione del percepito, dell’autoregolazione e della relazione tra corpo e mente eserciti una grande attrazione.
«Respirare bene non riguarda solo il comfort quotidiano: è un elemento direttamente collegato alla qualità della vita» sottolinea a Panorama il professor Francesco Blasi, direttore della Pneumologia dell’IRCCS ospedale Policlinico di Milano. «Basti pensare a una delle misure più accurate della funzione respiratoria, cioè il Vems: il volume di aria che una persona riesce a espellere nel primo secondo dopo un’inspirazione profonda, verificabile con l’esame della spirometria. Questo parametro è strettamente correlato alla sopravvivenza: significa che una funzione respiratoria adeguata non è importante soltanto nei pazienti con patologie polmonari, ma rappresenta un indicatore di salute generale».
Innanzitutto, per estrarre dai polmoni il meglio che si possa desiderare, tocca rivalutare i classici richiami delle nostre mamme: si inspira tassativamente con il naso, e non con la bocca. Non tanto per una questione estetica e stilistica, ma proprio perché la scienza non lascia spazio a dubbi. «La respirazione nasale è fondamentale perché consente di portare al polmone aria filtrata, umidificata e riscaldata» continua Francesco Blasi. «Il naso svolge una funzione di barriera naturale: intercetta particelle, allergeni e microrganismi, mentre la mucosa nasale e le cellule immunitarie di primo intervento costituiscono un primo livello di difesa. Questo è importante per tutti, ma particolarmente per i soggetti asmatici, nei quali la respirazione con la bocca può rappresentare uno stimolo irritativo aggiuntivo per le vie aeree».
Dal metodo 365 all’illusione dei social network
Ma in questo atlante di Mike Maric, rivolto anche ai bambini perché comprendano fin da piccoli l’importanza del respirare correttamente, si trovano tanti esercizi utili e anche divertenti per riuscire a ottimizzare l’uso dei polmoni – il respiro “del bradipo” per rilassarsi, quello “del supereroe” per darsi più carica, e così via – e anche un vademecum su cosa e come fare quando si capisce di star cadendo preda di ansia e panico. «Il respiro rappresenta la principale forma di autocontrollo che l’essere umano possiede ed è il modulatore delle nostre emozioni e dei nostri stati interiori» dice ancora l’autore. «Imparare a controllarlo significa dominare i nostri stati emotivi, prevenendo o gestendo nel modo migliore i momenti di maggiore difficoltà. Uno degli esercizi più utili è il cosiddetto “metodo 365”: tre momenti al giorno, sei atti respiratori al minuto, per cinque minuti. In pratica si deve inspirare per cinque secondi ed espirare per cinque secondi, mantenendo un ritmo lento, regolare e bilanciato. È uno schema di allenamento respiratorio con effetti neuro-cardioprotettivi: migliora la variabilità cardiaca e aumenta la capacità di gestione dello stress».
E c’è anche un capitolo dedicato al delicato rapporto tra respiro e sesso: la sincronia che si viene a creare durante l’atto amoroso, quindi la coordinazione respiratoria tra i partner, ha infatti un forte effetto eccitatorio. Ma intorno a questa idealizzazione del respiro, degli esercizi per allontanare panico e stress e di tutta una narrazione sicuramente affascinante ma anche a volte un po’ troppo imperniata a mode, tendenze e “like” dei social media, ci sono anche voci critiche. «Attenzione a non confondere l’ansia quotidiana, che appartiene all’esperienza comune, l’esame, l’interrogazione, la tensione davanti a un evento importante, e il disturbo d’ansia o l’attacco di panico in senso clinico» dice a PanoramaFabrizio Mignacca, psicologo, psicoterapeuta e autore di numerosi libri sulle problematiche della mente. «Nel primo caso si possono utilizzare anche strategie di regolazione, compreso il lavoro sul respiro. Nel secondo parliamo di quadri psicopatologici complessi, classificati, che richiedono competenze specialistiche. Confondere questi due livelli è un errore, perché rischia di banalizzare una sofferenza reale e di trasmettere al pubblico l’idea che condizioni clinicamente rilevanti possano essere affrontate con strumenti non sufficientemente validati».
I limiti clinici e l’importanza della riabilitazione polmonare
Anche perché, ovviamente, l’attacco di panico non è un problema del polmone. La manifestazione respiratoria, cioè fame d’aria, iperventilazione, costrizione toracica, è un sintomo somatico, non la causa primaria del disturbo. «Il nucleo della questione è neuropsichica e va affrontato all’interno di un percorso clinico appropriato» conclude Fabrizio Mignacca. «Se affermiamo che il respiro da solo può curare un attacco di panico, senza precisazioni, rischiamo di essere fuorvianti. In alcuni casi un intervento inadeguato potrebbe perfino peggiorare il quadro, perché portare l’attenzione sulla respirazione, in soggetti particolarmente vulnerabili, può aumentare la percezione corporea e amplificare la crisi».
Per tornare alla scienza, è bene sapere che per chi soffre di patologie croniche o acute, o magari ha avuto una brutta polmonite, esiste anche una vera e propria riabilitazione polmonare che in ospedale si effettua con fisioterapisti specializzati. «Il polmone è, praticamente, una pompa: il suo motore è rappresentato dalla muscolatura respiratoria» conclude Francesco Blasi. «La fisioterapia non si limita a insegnare come respirare in modo corretto, ma aiuta il paziente a coordinare postura, movimenti toracici e attivazione muscolare, in modo da sfruttare al meglio la funzione respiratoria residua. L’obiettivo è far sì che l’aria raggiunga in modo efficace le zone profonde del polmone, dove avviene lo scambio tra ossigeno e anidride carbonica. Così si recupera una parte della funzione perduta e si migliora il controllo clinico delle malattie respiratorie croniche».
Respiriamo dal primo istante della vita e spesso ce ne ricordiamo solo quando il fiato manca. Forse anche per questo il respiro conserva qualcosa di enigmatico: lavora in silenzio, accompagna la paura, la fatica, il sonno, l’attesa, perfino il desiderio. È la funzione più automatica che possediamo e, insieme, una delle più intime, e in un tempo che ci spinge a correre, controllare, accelerare, è proprio dai gesti minimi che forse possiamo ritrovare una forma di equilibrio.
Se le cellule tumorali, in determinate condizioni, potessero essere “rieducate” e riportate alla normalità? Il...
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Se le cellule tumorali, in determinate condizioni, potessero essere “rieducate” e riportate alla normalità?
Il 17 aprile è uscito Reversione del ricercatore Andrea Pensotti, libro che firma il primo studio internazionale di sistematizzazione in questo campo, abbracciando oltre cent’anni di ricerca sulla reversione tumorale. Molti i luminari che hanno recensito positivamente il suo lavoro. Argomento spiegato con uno stile scorrevole e coinvolgente anche per i non addetti ai lavori.
Ogni pagina e ogni aneddoto incuriosiscono e spingono a documentarsi.
Laureato in Chimica e tecnologie farmaceutiche, lavora al suo dottorato proprio sulle reversione tumorale con il professor Mariano Bizzarri, con cui ha firmato alcuni studi pionieristici, isolando e brevettando un gruppo di microRNA che hanno fornito evidenze molto promettenti.
“Questo filone di ricerca è vecchio di cent’anni – racconta Pensotti – ogni volta che analizzavo la letteratura, cercavo un articolo o una citazione, non smettevo di imbattermi in scoperte straordinarie, come scoprire che già nell’Ottocento si assisteva regressioni spontanee di tumori o che negli Anni Quaranta, un biologo vegetale della Rockfeller University aveva indotto una riprogrammazione di cellule tumorali dalla pianta del tabacco. Mi sono appassionato a esaminare questi studi, animato da un vero e proprio spirito d’inchiesta, entrando nelle vite dei protagonisti. E mi sono accorto che nessuno aveva raggruppato e organizzato queste nozioni preziose.”
Nozioni che hai spiegato in maniera chiara e affascinante nel tuo libro “Reversione”
“Il mio libro nasce con l’intenzione di far conoscere queste ricerche al più ampio pubblico possibile. È paradossale: dati così solidi e promettenti sono pressoché sconosciuti non solo al grande pubblico, ma all’intera comunità scientifica. Con la mia ricerca di dottorato ho avuto la possibilità di sistematizzarli e di creare una base culturale da condividere con altri ricercatori. Tanto che sono stato invitato al National Cancer Institute negli Stati Uniti per presentarli. Ma è la divulgazione a poter fare la vera differenza: per attrarre finanziamenti su questo filone dobbiamo prima sensibilizzare l’opinione pubblica. Il mio sogno è dar vita a una fondazione che coordini e sostenga queste ricerche. Le risorse necessarie non sarebbero nemmeno altissime: si pensi che un giorno di guerra finanzia dieci anni di ricerca. La cosa difficile non è trovare i fondi. È scardinare una certa mentalità.”
La mentalità, come spieghi, di vedere il cancro come malattia causata solo dai geni
“Dopo le grandi scoperte sul DNA si sono costruiti paradigmi che hanno implicitamente condizionato il pensiero scientifico. Non si poteva pensare al cancro in altro modo che come una malattia irreversibile causata da una serie di mutazioni genetiche irreversibili. L’unico modo, quindi, era fargli la guerra. Eppure i risultati parlano chiaro: studi come quelli dell’oncologo americano Tito Fojo hanno dimostrato che i farmaci mirati sui geni tumorali hanno prolungato la sopravvivenza media di settimane, non di anni. Qualcosa nel paradigma non torna. La sfida è culturale; portare alla luce questo filone di ricerca con strumenti scientifici ed empirici. Se consideriamo il cancro come una malattia, la strategia obbligata è eliminare la cellula malata. Ma se spostiamo l’attenzione sull’ambiente in cui quella cellula vive, sull’intera rete di relazioni che compone un tessuto, possiamo predisporre il contesto a rieducarla. L’obiettivo non è necessariamente la guarigione totale, ma la cronicizzazione: trasformare il cancro in una malattia gestibile, come oggi facciamo con il diabete o l’ipertensione.”
I vostri studi danno estrema importanza all’ambiente della cellula
“La farmacologia classica è fondamentale, ma considera il corpo in modo meccanicistico, come se fosse una macchina da riparare pezzo per pezzo. Il nostro organismo, invece, è un sistema straordinariamente complesso; dobbiamo un po’ cambiarne la visione.
Una delle scoperte più rilevanti è che geni e contesto si influenzano in modo costante e dinamico. La natura sa come generare la vita; il nostro compito è imparare a usare quella stessa saggezza per rigenerare un organismo malato. Non eliminare il tumore, ma rieducarlo.”
Non potrebbe essere considerato irresponsabile uscire con un libro divulgativo raccontando il cancro come qualcosa di reversibile?
“È il rischio principale che per diverso tempo mi ha frenato dal lavorare a un testo divulgativo. Poi però ho fatto una constatazione: ogni volta che parlo di questi argomenti, anche con professionisti e accademici, sembrano tutti cadere dalle nuvole. La lacuna più urgente non è quindi sul piano delle pubblicazioni scientifiche, ma su quello divulgativo. Nel libro sono stato attento a non trasmettere false aspettative, ma una speranza fondata su un filone di ricerca che merita attenzione. Ci troviamo davanti a dati molto incoraggianti: è arrivato il momento di coordinare le conoscenze fin qui accumulate a livello internazionale. Si devono unire le forze e uscire dall’individualismo della ricerca, costruendo un modello virtuoso di collaborazione.
Intanto, con il Professor Bizzarri avete brevettato un prodotto a supporto delle cure tradizionali
“Nel corso delle nostre ricerche abbiamo registrato dati molto interessanti su come un estratto di uova di trota possa contribuire a migliorare diversi parametri metabolici di cellule tumorali e cellule infiammate, come il metabolismo energetico. Abbiamo così creato un integratore a supporto delle cure tradizionali. Sia chiaro: non proponiamo nessuna cura, nessuna guarigione, questo ci tengo a specificarlo. Questo preparato aiuta a recuperare l’appetito e contribuisce a contrastare alcuni effetti collaterali delle cure; cosa non da poco. Spesso sono proprio quegli effetti collaterali a debilitare il paziente fino al punto da imporre la sospensione delle terapie.
Il nostro gruppo di ricerca lavora su due binari paralleli: la ricerca sulla reversione tumorale, con l’obiettivo di sviluppare un futuro farmaco, e la ricerca su come sostenere il paziente durante itrattamenti. Tenerli distinti non è una questione formale, è una responsabilità verso il paziente.“
IL CONTRIBUTO DEL PROFESSOR BIZZARRI
Direttore del Laboratorio di Biologia dei Sistemi e Laboratorio di Biomedicina Spaziale dell’Università La Sapienza di Roma, oncologo e saggista, il professor Mariano Bizzarri è soprattutto un uomo che ama appassionatamente il proprio lavoro, la vita umana e la ricerca.
È stato il tutor di dottorato di Andrea Pensotti e da anni conduce ricerche pionieristiche sulla lotta al cancro e alla realizzazione di un preparato a base di microRNA, capace di aprire la strada a nuove possibilità terapeutiche.
Prof. Bizzarri, com’è nata questa ricerca?
“Fino a vent’anni fa si era convinti che la condizione delle cellule fosse fissata una volta per tutte. Nel corso degli ultimi vent’anni abbiamo scoperto invece, che le cellule possono percorrere strade diverse, al punto tale che nel 2012 Shinya Yamanaka ha ricevuto il premio Nobel per aver dimostrato che la differenziazione delle cellule può cambiare dietro stimolazione, con alcuni fattori molecolari.”
E questo dovrebbe valere anche per le cellule tumorali?
“Anche i tumori possono essere considerati forme di differenziazione cellulare patologica, essere quindi indotti a regredire verso uno stato funzionale simile alla normalità. Questo è il quadro teorico.
Ogni cellula ha con sé un corredo di istruzioni che la supporta nella scelta di quello che sarà il suo destino. Questo insieme di segnali e di istruzioni l’abbiamo chiamato stamisoma. Una componente degli stamisomi sono i microRNA, piccoli segmenti che agiscono come interruttori: accendono o spengono segnali attivati dal genoma, dal DNA.”
Qual è stato il vostro lavoro?
“Abbiamo isolato questi fattori da cellule staminali prese dal pollo, o meglio dall’uovo, e da diversi tipi di uova di pesce tra cui la trota, e abbiamo riscontrato che effettivamente questi segnali erano in grado di cambiare e di invertire il destino del fenotipo tumorale, andando a ridurre la capacità di dare metastasi, cioè di invadere i tessuti e di migrare.
Siamo già riusciti a brevettare un mix specifico di microRNA in grado di indurre la reversione di cellule tumorali.
Questo apre la via a una strategia terapeutica radicalmente nuova.
Ci sono tumori che oggi con le terapie convenzionali hanno tassi di guarigione tra l’80 e il 98 per cento; poi ci sono tumori come quello del pancreas e del fegato, per esempio, che purtroppo non hanno la stessa risposta. Anzi, spesso, “facendo la guerra” alle cellule malate, si ottiene l’effetto di renderle più aggressive. Per questo dobbiamo costruire nuove strategie.
Noi diciamo sommessamente che la possibilità di modulare il comportamento e la differenziazione del tumore può essere un altro ausilio importante in questa lotta.”
Come ci ricorda il professor Bizzarri, noi siamo più dei nostri geni: non c’è mai una corrispondenza meccanicistica così banale. Se fosse così avremmo risolto tutto. La realtà è articolata. Il contorno e l’ambiente contano. Parecchio. E il mondo è bello proprio perché è complesso.
È cominciata una nuova era per la micro-mobilità urbana. Da domenica, infatti, sono entrate in...
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È cominciata una nuova era per la micro-mobilità urbana. Da domenica, infatti, sono entrate in vigore le nuove disposizioni del codice della strada volte a regolamentare l’utilizzo dei monopattini elettrici in tutta Italia.
Oltre al casco ora serve il targhino
Targa e casco, o niente monopattino. Da ieri è entrata in vigore la seconda stretta del governo sulla micromobilità urbana, con i possessori di monopattini elettrici che dovranno munirsi del contrassegno identificativo (detto anche “targhino”) da 8,66 euro o subire sanzioni amministrative e il fermo del mezzo.
Una stretta che arriva a quasi un anno e mezzo dall’introduzione dell’obbligo di casco per i possessori e gli utilizzatori di monopattini elettrici, entrato in vigore nel dicembre 2024.
Il contrassegno, richiedibile sul portale della Motorizzazione e applicato sul mezzo, è già stato richiesto da più di 40mila utenti nelle ultime settimane, secondo i dati diffusi dal Ministero dei Trasporti, con ben 50mila contrassegni che sono stati già emessi.
Da luglio anche assicurazione RC
Non finisce qui però, perché dal 16 luglio scatterà anche l’obbligo di possesso dell’assicurazioneRC sul monopattino.
Tale obbligo era inizialmente previsto in concomitanza con quello relativo al targhino; su segnalazione dell’Ania, tuttavia, che rimarcava il ritardo nell’emissione di parte dei contrassegni e la conseguente impossibilità di procedere alla registrazione dell’assicurazione, tale obbligo è stato rimandato di due mesi.
Una criticità evidenziata anche dalle numerose società di sharing (come Lime, Bird e Dott), che lamentano oltre 15mila richieste di contrassegni rimaste ancora in sospeso per i propri monopattini elettrici, che saranno quindi inutilizzabili.
Le sanzioni previste
Chi non ha provveduto all’immatricolazione entro il 16 maggio rischia sanzioni amministrative che variano da 100 a 400 euro. Oltre alla sanzione economica è previsto anche il sequestro amministrativo del mezzo.
Se la posizione non verrà regolarizzata entro i successivi 60 giorni, pagando la multa e applicando la targa, il monopattino verrà dunque confiscato definitivamente.
Tali sanzioni si sommano quindi a quelle già introdotte con l’obbligo di casco, in vigore dal dicembre 2024, per cui è necessario indossare un casco omologato conforme alle norme tecniche Uni En 1078 o Uni En 1080.
Rimane al momento una zona grigia normativa, tuttavia. Non è chiaro se in questi giorni, mentre le ultime richieste di contrassegno vengono emesse, la ricevuta di prenotazione del contrassegno costituisca una giustificazione valida in caso di fermo da parte delle forze dell’ordine, o se la multa scatti comunque.
Le proteste del settore
La stretta normativa ha scatenato la reazione delle associazioni dei consumatori. Il Codacons ha chiesto al governo di prorogare la scadenza per l’obbligo di targa, alla luce dei ritardi che si registrano in tutta Italia sul fronte del rilascio del contrassegno da parte delle Motorizzazioni.
Anche Assoutenti ha alzato la voce, denunciando come per due mesi i monopattini circolanti saranno regolarmente targati ma privi di copertura assicurativa. L’associazione ha inoltre segnalato problemi tecnici concreti legati alla natura del contrassegno.
L’etichetta è infatti progettata con microtagli che ne causano la frammentazione in caso di tentativo di rimozione, rendendo impossibile la riapposizione, cosicché un posizionamento errato al primo tentativo comporta la perdita definitiva del contrassegno e la necessità di richiederne uno nuovo.
A queste proteste si unisce quella dell’Alleanza per la mobilità sostenibile (che riunisce gli operatori dello sharing, produttori e distributori), la quale ha stimato che per effetto delle nuove norme i noleggi dei monopattini elettrici nelle principali città italiane sono crollati del 30%, mentre le vendite di mezzi privati hanno registrato un calo compreso tra il 30% e il 50%.
In Corea esiste una parola che racconta meglio di molte analisi il modo in cui...
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In Corea esiste una parola che racconta meglio di molte analisi il modo in cui Seoul trasforma il consumo in identità: insaeng.
Letteralmente significa “vita”, ma nel linguaggio quotidiano della Gen Z coreana indica qualcosa di molto più preciso e più emotivo. È il prodotto “della vita”, il posto “della vita”, l’esperienza destinata a diventare personale, memorabile, quasi definitiva. Esiste l’insaeng café, il caffè perfetto scoperto dopo decine di locali provati. L’insaeng perfume, il profumo che sembra raccontare chi lo indossa meglio delle parole. L’insaeng photo, lo scatto da conservare quasi come un frammento identitario.
E oggi, nella Corea che sta trasformando la propria tradizione con i codici del lifestyle contemporaneo, esiste anche l’insaeng makgeolli.
Sentire ragazzi ventenni parlare del proprio “makgeolli della vita” è una scena apparentemente piccola. Ma racconta perfettamente ciò che sta succedendo oggi in Corea del Sud.
Perché significa che il makgeolli — la bevanda fermentata di riso per anni associata soprattutto alla Corea rurale, ai ristoranti tradizionali e alle generazioni più anziane — è entrato improvvisamente in un altro spazio mentale. Non più soltanto alcool tradizionale, ma esperienza culturale, gusto personale, scoperta estetica, racconto da condividere.
E soprattutto significa una cosa ancora più importante: la Corea contemporanea non sta semplicemente recuperando la propria tradizione. La sta riprogettando.
Quando il makgeolli era considerato “vecchio”
Per decenni il makgeolli è stato percepito quasi come una bevanda di un’altra Corea. La Corea agricola, rurale, molto distante dall’immagine iper moderna che Seoul avrebbe poi costruito negli anni della crescita economica accelerata e dell’esplosione globale della Korean Wave.
Era la bevanda degli ahjussi, degli uomini più anziani seduti nei ristoranti tradizionali, delle trattorie popolari, delle campagne. Economico, torbido, servito spesso in ciotole metalliche, il makgeolli sembrava appartenere a un Paese che la Corea contemporanea, almeno per molto tempo, aveva quasi cercato di lasciarsi alle spalle.
Ed è proprio questo che rende interessante ciò che sta accadendo oggi.
Perché osservando Seoul si ha sempre più la sensazione che la Corea stia rivalutando elementi della propria identità culturale che per anni erano stati considerati troppo provinciali, troppo tradizionali o poco esportabili rispetto all’immagine internazionale sofisticata costruita attraverso tecnologia, K-pop, beauty e design.
Basta camminare tra Seochon, Ikseon-dong o alcune aree di Seongsu per accorgersene. Hanok restaurati trasformati in café contemporanei. Ceramiche tradizionali reinterpretate come oggetti lifestyle. Fermentazioni storiche riscoperte da giovani imprenditori. Artigianato riportato dentro l’estetica urbana. Una Corea che non vuole più scegliere tra passato e futuro, ma trasformare il passato in contemporaneità.
Ed è esattamente qui che il makgeolli diventa importante.
La scena che racconta tutto
Lo si percepiva chiaramente alla Korea Makgeolli Expo ospitata all’aT Center di Seoul. Non tanto per la dimensione della manifestazione, quanto per il comportamento del pubblico.
Molti ragazzi non bevevano immediatamente il makgeolli. Prima osservavano la bottiglia. Fotografavano le etichette. Leggevano la storia della brewery. Chiedevano spiegazioni sulla fermentazione, sul tipo di riso utilizzato, sulla regione di provenienza, sul livello di acidità o sulla texture finale.
La scena ricordava molto più il linguaggio del caffè specialty, del vino naturale o persino del K-beauty premium che quello tradizionalmente associato all’alcool popolare.
In alcuni stand il makgeolli veniva raccontato quasi come un profumo di nicchia. Si parlava di equilibrio aromatico, di sensazione vellutata, di pulizia finale, di stratificazione del gusto. Alcune bottiglie avevano packaging minimalisti e sofisticati, lontanissimi dall’immagine tradizionale della bevanda contadina.
Ed è lì che quella parola — insaeng makgeolli — assume improvvisamente un significato molto più grande.
Perché quando una generazione comincia a cercare “il makgeolli della vita”, significa che quella bevanda è entrata nel vocabolario emotivo del lifestyle contemporaneo coreano.
Non è più semplice tradizione. È identità.
La Corea che ha imparato a vendere la propria memoria
La Corea contemporanea ha capito molto bene una cosa: nel mercato culturale globale non basta più avere prodotti competitivi. Bisogna trasformare la cultura in esperienza desiderabile.
Ed è probabilmente qui che Seoul si sta dimostrando più sofisticata di molti altri Paesi.
Per anni il soft power coreano è stato raccontato quasi esclusivamente attraverso l’intrattenimento. K-pop, drama, cinema, skincare. Tutto vero. Ma oggi la Korean Wave sembra entrare in una fase diversa, più profonda e più strutturale.
Perché il vero salto avviene quando un Paese riesce a rendere interessanti anche i propri dettagli apparentemente meno esportabili: le fermentazioni, le parole, le abitudini, il modo di mangiare, di bere, di arredare gli spazi, di raccontare il territorio.
Il makgeolli funziona perfettamente perché è profondamente coreano. Non è stato occidentalizzato. Non è stato reso neutro per piacere al pubblico internazionale. La Corea lo sta rendendo contemporaneo senza cancellarne l’identità.
E in questo processo il linguaggio estetico conta moltissimo.
La Corea ha applicato al makgeolli gli stessi codici narrativi già utilizzati nel beauty, nella café culture, nei concept store e nel branding lifestyle: estetica minimalista, storytelling emozionale, attenzione ossessiva al packaging, costruzione di una relazione personale tra consumatore e prodotto.
Prima ancora del gusto arriva il racconto.
Dalla viralità alla permanenza culturale
Per anni la Korean Wave si è basata soprattutto sulla capacità di catturare attenzione globale. E ha funzionato in maniera straordinaria. Ma oggi Seoul sembra voler costruire qualcosa di più stabile.
Perché una hit musicale può diventare virale. Una serie può dominare Netflix. Un idol può conquistare le fashion week. Ma la permanenza culturale si costruisce in un altro modo: quando un Paese riesce a rendere familiari anche i propri dettagli più specifici.
Il cibo. Le parole. Le case. Le fermentazioni. I rituali quotidiani. La letteratura.
Ed è interessante osservare come questa trasformazione stia avvenendo contemporaneamente in settori molto diversi tra loro ma tutti collegati alla stessa strategia culturale.
In Italia questo processo passa anche attraverso iniziative come il portale “Libri Coreani in Italia”, creato dal Consolato Generale della Repubblica di Corea a Milano per promuovere la letteratura coreana nel nostro Paese e raccogliere le principali pubblicazioni di autori coreani in Italia e di autori italiani sulla Corea. Una piattaforma che ha già superato le 200mila visualizzazioni e che racconta perfettamente la direzione verso cui sembra muoversi oggi la Korean Wave: non più soltanto viralità pop, ma costruzione culturale.
Il collegamento con il makgeolli è meno distante di quanto sembri. Da una parte una bevanda fermentata, dall’altra i libri. In mezzo, però, c’è la stessa intuizione: trasformare elementi profondamente coreani in strumenti di familiarità internazionale.
La Corea che sta arrivando adesso
Ed è forse qui che molti osservatori occidentali continuano a sottovalutare ciò che sta succedendo davvero a Seoul. La Corea del Sud non sta semplicemente vivendo un momento di successo globale. Sta costruendo un sistema culturale estremamente sofisticato, in cui ogni elemento — dal cinema al beauty, dal cibo alla letteratura, fino al makgeolli — contribuisce a rafforzare lo stesso racconto identitario.
Un racconto che non si basa più soltanto sulla modernità estrema, ma sulla capacità di rendere desiderabile la propria identità culturale.
E forse è proprio questo il significato più profondo di quell’espressione sentita tra gli stand della Korea Makgeolli Expo: insaeng makgeolli.
Perché nel momento in cui una bevanda tradizionale entra nel vocabolario emotivo della Gen Z, smette di essere semplicemente tradizione. Diventa cultura contemporanea. E la Corea, oggi, sembra aver capito meglio di molti altri Paesi come trasformare la propria memoria in desiderio.
Blocchi del traffico o ritardi per cantieri in autostrada? Dal 1 giugno scattano i rimborsi...
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Blocchi del traffico o ritardi per cantieri in autostrada? Dal 1 giugno scattano i rimborsi per gli automobilisti. La misura (delibera 211/2025 dell’Autorità di regolazione dei trasporti) introduce per la prima volta un principio rivoluzionario: il pedaggio non sarà più dovuto integralmente se il servizio offerto non garantirà standard minimi di fluidità della circolazione. Ma se da un lato il nuovo meccanismo introduce finalmente una forma di tutela economica per gli utenti, dall’altro resta il timore che il costo finale possa comunque ricadere, almeno in parte, sugli stessi automobilisti.
Quando scatta il rimborso del pedaggio autostradale
Vengono distinte due tipologie di disservizio: i blocchi della circolazione e i ritardi provocati dai cantieri. Per i blocchi del traffico il meccanismo è semplice e progressivo. Il rimborso sarà pari al 50% del pedaggio per blocchi compresi tra 60 e 119 minuti; al 75% per disagi tra 120 e 179 minuti; al 100% del pedaggio se il traffico resterà fermo oltre 180 minuti. Per i disservizi per cantieri il rimborso dipenderà invece dalla lunghezza del percorso e dal ritardo accumulato. Per le tratte inferiori ai 30 chilometri il rimborso scatterà indipendentemente dal tempo perso. Per i percorsi tra 30 e 50 chilometri serviranno almeno 10 minuti di ritardo, mentre oltre i 50 chilometri la soglia minima salirà a 15 minuti. Il rimborso non sarà fisso, ma seguirà coefficienti stabiliti dall’Autorità di regolazione dei trasporti, che terranno conto sia dell’impatto dei lavori sul percorso sia dello scostamento rispetto ai normali tempi di percorrenza.
I casi esclusi: quando il rimborso non sarà riconosciuto
Ci sono però diverse eccezioni. Il rimborso non sarà dovuto nei casi di cantieri emergenziali legati a incidenti, eventi meteorologici straordinari, dissesti idrogeologici o attività di soccorso. Nella prima fase di applicazione resteranno inoltre esclusi anche i cantieri mobili. Non sarà possibile ottenere il ristoro neppure quando sul tratto interessato sia già prevista una riduzione generalizzata del pedaggio. Inoltre, l’accredito del rimborso scatterà solo al raggiungimento di almeno un euro complessivo maturato dall’automobilista. Infine, ci sono tempistiche diverse a seconda delle autostrade. Dal 1 giugno saranno operativi i rimborsi per le tratte gestite da un singolo concessionario, mentre dal 1 dicembre 2026 il sistema verrà esteso anche ai percorsi che coinvolgono più società autostradali.
Come fare domanda e quali sono i tempi
Gli automobilisti dovranno presentare richiesta direttamente al concessionario autostradale. Le società saranno obbligate a mettere a disposizione diversi canali per l’invio delle domande: almeno una sezione dedicata sul sito web, un numero telefonico e, in alcuni casi, anche punti fisici di assistenza. Entro 20 giorni dalla richiesta il concessionario dovrà comunicare l’accoglimento della pratica con l’importo riconosciuto oppure il rigetto dando però la motivazione. È prevista anche un App unica nazionale per gestire tutte le richieste di rimborso, indipendentemente dal gestore coinvolto. Secondo il Codacons, però, l’applicazione non sarebbe ancora pronta. Il rischio è quindi che nella fase iniziale gli automobilisti debbano orientarsi tra procedure differenti da concessionario a concessionario.
Chi pagherà davvero i rimborsi: il nodo delle tariffe
Il nodo più controverso riguarda il finanziamento dei rimborsi agli automobilisti. Sulla carta il sistema introduce una tutela per chi subisce disagi in autostrada, ma nella pratica una parte dei costi potrebbe essere scaricata nuovamente sugli utenti attraverso i pedaggi. La delibera dell’Autorità di regolazione dei trasporti prevede infatti un periodo transitorio durante il quale i concessionari autostradali potranno recuperare le somme restituite agli automobilisti. In altre parole, se una società eroga rimborsi per ritardi causati dai cantieri, almeno fino al 2027 potrà compensare integralmente quella spesa nel calcolo delle tariffe future. Per i ritardi causati dai cantieri, il recupero sarà totale fino al 2027, poi scenderà al 75% nel 2028, al 50% nel 2029 e al 25% nel 2030. Solo dal 2031 i rimborsi resteranno interamente a carico delle società autostradali. Diverso il caso dei blocchi del traffico dovuti a eventi eccezionali: qui i concessionari potranno recuperare i costi solo dimostrando cause di forza maggiore e di avere gestito correttamente l’emergenza. Secondo le associazioni dei consumatori, il rischio è che siano gli stessi automobilisti alla fine a finanziare indirettamente i rimborsi ricevuti.
Novanta minuti da giocare e tre verdetti ancora da scrivere. Ecco cosa attende la Serie...
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Novanta minuti da giocare e tre verdetti ancora da scrivere. Ecco cosa attende la Serie A nell’ultimo turno del campionato. Assegnato lo scudetto all’Inter e determinate le retrocessioni di Verona e Pisa, con l’Atalanta che va in Conference League senza possibilità di raggiungere il sesto posto o di essere a sua volta superata dal Bologna, in ballo ci sono ancora due passaporti per la Champions League e uno slot che spedisce in Serie B.
Una serie di combinazioni da tenere d’occhio nel vivere i match dell’ultimo turno stagionale. Quelli che sono legati ai verdetti ancora in bilico sono stati posizionati dalla Lega Calcio Serie A tutti in contemporanea alle ore 20,45 di domenica 24 maggio 2026.
Volata Champions League, ecco chi si qualifica se…
Ci sono quattro squadre in corsa con due slot a disposizione. Chi resta fuori retrocede in Europa League senza rischio di scivolare oltre perché l’Atalanta è troppo lontana per insidiare il sesto posto. A novanta minuti dalla fine sono dentro Roma e Milan a quota 70 punti, mentre resterebbero fuori Como e Juventus che si trovano due lunghezze sotto. Ecco le varie combinazioni, squadra per squadra:
Il Milan va in Champions League se:
vince contro il Cagliari a San Siro;
pareggia e Como e Juventus non vincono entrambe oppure, se Como e Juventus vincono, la Roma non vinca in trasferta a Verona;
perde con il Cagliari, ma unicamente se Como e Juventus non vincono entrambe le rispettive partite.
La Roma va in Champions League se:
vince a Verona salendo a quota 73 punti, irraggiungibile per Juventus e Como;
pareggia o perde a Verona ma solo se Como e Juventus non vincono entrambe le rispettive partite.
Il Como va in Champions League se:
vince a Cremona e la Roma non vince;
vince a Cremona e il Milan perde;
vince a Cremona e il Milan pareggia e vince anche la Juventus perché in caso di arrivo a quota 71 punti tra Como, Milan e Juventus i lariani sarebbero davanti a tutti nella classifica avulsa;
La Juventus va in Champions League se:
vince il derby in casa del Torino e Roma o Milan non vincono (pareggiano o perdono), a patto che il Como non vinca la sua partita con la Cremonese.
Volata salvezza, cosa serve a Lecce e Cremonese per non retrocedere
Molti più semplice il quadro nella zona bassa della classifica dove Pisa e Verona sono retrocesse già da diverse settimane in Serie B e si attende solo il nome della terza squadra che li accompagnerà nella cadetteria. Facendo punti con il Torino, seppure a fatica, il Cagliari si è messo al riparo. Dunque, la lotta è circoscritta solo a Lecce e Cremonese con i salentini che hanno un punto di vantaggio sui grigiorossi e devono ringraziare la rete in extremis realizzata da Stulic con il Sassuolo.
In calendario ci sono Lecce-Genoa e Cremonese-Como. Il Lecce è salvo se fa lo stesso risultato (o meglio) rispetto alla Cremonese. In caso di arrivo a pari punti (sconfitta dei salentini e pareggio dei lombardi) è previsto uno spareggio senza ricorrere ad alcuna forma di classifica avulsa.
Maggio è uno dei mesi più delicati per le famiglie che ricevono l’Assegno unico universale....
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Maggio è uno dei mesi più delicati per le famiglie che ricevono l’Assegno unico universale. Da una parte c’è l’attesa degli accrediti INPS, dall’altra una scadenza che può cambiare in modo concreto l’importo ricevuto ogni mese. Perché chi non aggiorna l’Isee entro il termine previsto rischia di perdere centinaia di euro, ricevendo soltanto la quota minima prevista dal sistema.
Ed è proprio in queste settimane che migliaia di nuclei familiari stanno controllando conti correnti, portale INPS e Caf per capire quando arriveranno i pagamenti di maggio 2026 e soprattutto se ci sia ancora tempo per recuperare eventuali arretrati.
L’Assegno unico universale, ormai diventato il principale sostegno economico per le famiglie con figli a carico, continua infatti a funzionare attraverso un meccanismo che lega l’importo all’Isee aggiornato. Nessuna famiglia resta esclusa dalla misura, ma senza Dsu il contributo si riduce automaticamente al minimo.
Assegno unico maggio 2026: le date dei pagamenti
Anche per maggio 2026 i pagamenti seguiranno il calendario ormai consolidato adottato dall’INPS negli ultimi mesi. Le famiglie che già ricevono regolarmente l’Assegno unico e che non hanno modificato composizione del nucleo familiare o situazione Isee dovrebbero ricevere l’accredito tra mercoledì 20 e giovedì 21 maggio.
Sul conto corrente indicato all’INPS arriveranno quindi gli importi calcolati sulla base del reddito familiare, del numero dei figli, dell’età e dell’eventuale presenza di minori con disabilità.
Situazione diversa invece per chi ha appena presentato una nuova Dsu oppure per le famiglie che attendono il primo pagamento. In questi casi l’INPS deve prima elaborare i dati aggiornati e verificare la nuova situazione economica del nucleo. Per questo motivo gli accrediti potrebbero slittare di alcuni giorni, pur restando attesi entro la fine del mese.
La scadenza decisiva per recuperare gli arretrati
Il vero nodo di queste settimane, però, non riguarda soltanto le date dei pagamenti. A preoccupare molte famiglie è soprattutto la scadenza del 30 giugno 2026, termine ultimo per presentare la Dsu aggiornata e recuperare gli arretrati dei mesi precedenti.
Chi non presenta l’Isee aggiornato viene automaticamente collocato nella fascia di reddito più alta. Questo significa ricevere soltanto l’importo minimo previsto per l’Assegno unico, che oggi corrisponde a 58,30 euro per ogni figlio minore a carico.
Una situazione che spesso non dipende da una scelta, ma semplicemente da dimenticanze, ritardi o documentazione non aggiornata. Ed è qui che entra in gioco la possibilità di recuperare gli arretrati: presentando la Dsu entro il 30 giugno, infatti, l’INPS ricalcolerà gli importi spettanti dall’inizio dell’anno e verserà anche le differenze non ricevute nei mesi precedenti.
Per molte famiglie si tratta di cifre che possono diventare importanti, soprattutto in presenza di più figli o Isee bassi.
Perché l’Isee cambia l’importo dell’assegno
L’Assegno unico è definito “universale” perché spetta a tutte le famiglie con figli, indipendentemente dal reddito. Ma questo non significa che tutti ricevano la stessa cifra.
L’importo varia infatti in base all’Isee del nucleo familiare. Più basso è il reddito, più alta sarà la somma riconosciuta dall’INPS. Al contrario, chi non presenta la Dsu viene automaticamente considerato nella fascia economicamente più alta e riceve quindi soltanto il minimo previsto.
È proprio questo il motivo per cui ogni anno milioni di famiglie devono aggiornare la propria situazione economica attraverso la Dichiarazione sostitutiva unica.
Come presentare la Dsu per aggiornare l’Isee
La procedura può essere effettuata direttamente online attraverso il Portale unico Isee disponibile sul sito INPS. Nel caso dell’Assegno unico, essendo coinvolto l’intero nucleo familiare, tutti i componenti maggiorenni devono autorizzare l’utilizzo dei propri dati.
Chi preferisce evitare errori o procedure digitali può comunque rivolgersi a un Caf, che provvederà alla compilazione e all’invio della documentazione necessaria.
Una volta completata la pratica, l’INPS elaborerà il nuovo Isee e aggiornerà automaticamente l’importo dell’Assegno unico, includendo eventualmente anche gli arretrati spettanti.
Perché l’Assegno unico resta centrale per milioni di famiglie
Nel pieno di una fase economica ancora segnata da inflazione, caro bollette e aumento delle spese quotidiane, l’Assegno unico continua a rappresentare uno degli aiuti più importanti per le famiglie italiane.
Ed è proprio per questo che le date dei pagamenti e le scadenze legate all’Isee generano ogni mese un’ondata di ricerche online, dubbi e richieste di chiarimento. Perché dietro quei bonifici non c’è soltanto un contributo statale, ma una parte fondamentale dell’equilibrio economico di milioni di genitori.
Ci vogliono far credere che il marocchino autore della strage di Modena sia un povero...
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Ci vogliono far credere che il marocchino autore della strage di Modena sia un povero disadattato, un disoccupato che all’improvviso una mente persa nei meandri della malattia mentale ha spinto a compiere un gesto folle. Quasi che lo squilibrio psichico sia qualche cosa di consolatorio, rispetto alla scoperta che, pure in Italia, ci siano lupi solitari in grado di compiere atti terroristici alla guida di una semplice autovettura.
Non conosco i profili psichiatrici degli attentatori che hanno colpito in Spagna, Francia, Germania, Belgio, Gran Bretagna e Svezia. Ma spesso, leggendo i resoconti delle indagini, mi sono imbattuto in figure che lamentavano una scarsa integrazione e un disagio. Giovani e meno giovani, arrivati dal Nordafrica o dal Medioriente, altri nati e cresciuti in Paesi europei, alcuni anche con un’istruzione europea, ma tutti animati da un sordo rancore contro quell’Occidente che li ha accolti e che ha dato loro un sistema di welfare, li ha mantenuti, curati, istruiti.
Strage di Modena, il metodo dietro la follia
È trascorso quasi mezzo secolo dall’introduzione della legge Basaglia con cui sono stati aboliti i manicomi, ma non i matti. I reparti psichiatrici sono stati sostituiti dai centri di igiene mentale, che hanno il compito di seguire sul territorio quanti manifestano segni di squilibrio. Come funzioni il servizio abbiamo spesso avuto modo di sperimentarlo, basta ricordare il caso del pazzo che in piazza Gae Aulenti, a Milano, ha accoltellato alla schiena una donna che neppure conosceva, ma che purtroppo per lei ha avuto la sventura di passare sotto il palazzo di un’istituzione finanziaria simbolo della capitale economica italiana.
Tuttavia, se da un lato ci rendiamo conto che non basta chiudere un manicomio per risolvere il problema di persone pericolose per sé e per gli altri, il caso di Salim El Koudri, figlio di immigrati marocchini, nato e cresciuto in provincia di Bergamo prima di trasferirsi vicino a Modena, ci dice qualche cosa di più della semplice constatazione che una legge non può cancellare il disagio mentale. Perché l’autore della strage di sabato pomeriggio non è un semplice malato di mente come ci vogliono far credere per ridurre il problema a un folle fuggito al sistema di sorveglianza e cura.
Salim El Koudri non ha preso il coltello o il piccone per colpire degli sconosciuti, come è accaduto anni fa a Milano, quando Adam Kabobo uscì una mattina e ammazzò tre passanti. Il 31enne laureato in Economia (e dunque, avendo superato gli esami, probabilmente capace di intendere e volere) è salito a bordo della sua autovettura e come i terroristi che hanno colpito in Spagna, Francia, Germania, Belgio e Svezia ha guidato il veicolo contro la folla, cercando di investire quante più persone possibile. Ha accelerato quando ha raggiunto l’area pedonale, in un pomeriggio di sabato, ben sapendo che a quell’ora il centro di Modena sarebbe stato densamente frequentato, e ha invaso il marciapiede, per cercare di fare una strage. E poi, una volta schiantatosi contro una vetrina, ha cercato di accoltellare chi tentava di fermarlo.
La retorica della mancata integrazione e il trucco sociologico
No, non è il comportamento di un matto. I pazzi fanno cose che non hanno senso, come colpire una donna sconosciuta. Ma nel caso del marocchino di Modena, c’è del metodo nella sua follia. Un metodo che richiama le stragi che hanno insanguinato l’Europa negli ultimi vent’anni. Non so se Salim El Koudri si fosse radicalizzato. Se fosse seguito da qualche predicatore. Gli inquirenti al momento non hanno trovato alcun movente religioso per il suo gesto. Ma, a prescindere da questo, si capisce che a guidarlo è stato l’odio verso chi lo ha accolto.
Infatti, c’è già chi è pronto a sostenere che la colpa di quanto accaduto è riconducibile alla mancata integrazione. Il trentunenne andava seguito di più e aiutato di più. Si evocano i servizi sociali, i posti di lavoro, l’integrazione, quasi che a guidare la Citroën contro la folla non ci fosse lui, ma la tanto vituperata società, trucco sociologico per concludere che alla fine siamo noi a dover fare l’esame di coscienza.
Io ricordo solo quel ragazzo di Torino a cui un altro marocchino tagliò la gola. La vittima aveva la colpa di avere dipinta in faccia la felicità. E le vittime di Modena di che cosa hanno colpa? Forse di non aver capito che qualcuno ci ha dichiarato guerra e di non essersene, come noi, ancora accorte.
Un’incrollabile fiducia domina tra le file della difesa di Andrea Sempio, fin da quando sono...
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Un’incrollabile fiducia domina tra le file della difesa di Andrea Sempio, fin da quando sono state riaperte le indagini sul delitto di Garlasco, poco più di un anno fa. Sebbene la Procura di Pavia appaia convinta della colpevolezza del loro assistito, i legali del 38enne contano sull’assenza effettiva di una prova probante, della presenza di semplici – e a loro avviso, confutabili – prove indiziali. E stanno lavorando alacremente per smontare l’intero impianto d’accusa, pezzo dopo pezzo, che vede Sempio assassino a seguito di “un approccio sessuale respinto”.
La trascrizione imprecisa del soliloquio di Sempio
Ma quali sarebbero, dunque, queste prove indiziali menzionate in lungo e in largo in questi ultimi mesi? Beh, tanto per cominciare i famosi soliloqui in macchina, compresa la presunta confessione dell’omicidio. Un audio non pulitissimo, dove le parole non escono nitide ma confuse, come durante una telefonata in galleria. Da qui, una possibile trascrizione imprecisa dei pm, tanto che, secondo una consulenza tecnica che riguarda le frasi esatte pronunciate da Sempio, riportata alla luce a Quarto Grado, non avrebbe ad esempio detto “stronza”, in riferimento alla vittima, ma “stronzata”. Il che cambierebbe sensibilmente le carte in tavola e la loro interpretazione semantica.
Le prove principali su Sempio
E poi la “prova regina” fra le “prove indiziali”: l’impronta 33, quella lasciata sul muro delle scale che portano al seminterrato dove venne scoperto il cadavere, e attribuita proprio al 38enne. Ma la difesa intende smontare anche questo pezzo fondamentale dell’impianto accusatorio: secondo l’avvocato Liborio Cataliotti “forse quell’impronta non è neanche di Sempio, ci stiamo lavorando. Presto saprete”. A quel punto, a suo carico, di rilevante resterebbe esclusivamente il Dna sotto le unghie di Chiara, che apparterrebbe al ceppo familiare dell’indagato. Non è tuttavia l’unica traccia di materiale genetico sulle mani della vittima: sono presenti anche altre tracce di “ignoti”. Ecco perché la struttura su cui si basa l’accusa, secondo la difesa di Sempio, è un castello di carte – le carte della Procura – destinato a crollare. Ora, la parola agli inquirenti. Poi, eventualmente, ai giudicanti.
C’è una fascia di italiani che continua a pagare ogni mese tasse, commissioni e costi...
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C’è una fascia di italiani che continua a pagare ogni mese tasse, commissioni e costi che, almeno in parte, potrebbe evitare. Non per evasione, non per scorciatoie, ma semplicemente perché la legge lo consente. Il problema è che molte di queste agevolazioni non arrivano automaticamente: bisogna conoscerle, richiederle e spesso affrontare una burocrazia che per molti pensionati diventa quasi un ostacolo invisibile. E così migliaia di over 65 continuano a versare ticket sanitari, canoni, imposte locali e commissioni senza sapere che esistono esenzioni o riduzioni già previste dal sistema.
In un’Italia in cui il caro vita continua a comprimere il potere d’acquisto delle pensioni, queste misure possono trasformarsi in un aiuto concreto. Non si parla di bonus una tantum o contributi straordinari, ma di spese fisse che possono diminuire stabilmente mese dopo mese.
Ticket sanitario: chi ha diritto all’esenzione E01
Una delle agevolazioni più importanti riguarda la sanità pubblica. Per gli over 65 con redditi bassi esiste infatti l’esenzione ticket identificata dal codice E01, che permette di non pagare visite specialistiche ed esami diagnostici.
Il beneficio scatta per i cittadini sopra i 65 anni appartenenti a nuclei familiari con reddito complessivo non superiore a 36.151,98 euro annui. È però importante chiarire un aspetto che spesso genera confusione: l’esenzione riguarda esclusivamente il soggetto che possiede il requisito anagrafico. Se nello stesso nucleo familiare vivono persone più giovani, queste continueranno a pagare normalmente il ticket sanitario.
In molte Regioni il riconoscimento avviene automaticamente attraverso l’incrocio dei dati fiscali tra Agenzia delle Entrate e sistema sanitario, ma non sempre. Per questo è consigliabile controllare la propria posizione presso l’ASL di riferimento, evitando di continuare a pagare prestazioni che potrebbero essere gratuite.
Pronto soccorso e codici bianchi: quando non si paga
Anche il pronto soccorso può diventare una voce di spesa evitabile. In diversi territori italiani il cosiddetto “codice bianco” – cioè gli accessi ritenuti non urgenti – comporta un contributo economico che può arrivare fino a 25 euro.
Molte Regioni, tuttavia, estendono agli over 65 con esenzione E01 la gratuità anche in questi casi. Una tutela importante soprattutto per le persone anziane che necessitano di controlli frequenti o accessi sanitari improvvisi.
Canone Rai gratis dopo i 75 anni: i requisiti
Tra le spese più odiate dagli italiani continua a esserci il Canone Rai, ma non tutti sanno che dopo i 75 anni può essere eliminato completamente.
L’esenzione totale è prevista per chi ha compiuto 75 anni, possiede un reddito annuo familiare non superiore a 8.000 euro e convive esclusivamente con il coniuge oppure con collaboratori domestici come colf e badanti.
Qui entra in gioco il dettaglio più importante: il beneficio non è automatico. Serve una dichiarazione sostitutiva da inviare all’Agenzia delle Entrate.
Per ottenere l’esenzione annuale completa, la domanda deve essere presentata entro il 31 gennaio. Chi compie 75 anni entro il primo semestre dell’anno può invece richiedere l’esonero per il secondo semestre inviando la documentazione entro il 30 giugno.
Una volta accettata, la richiesta non deve essere ripresentata ogni anno, salvo cambiamenti nelle condizioni reddituali o familiari.
Tari: gli sconti nascosti Comune per Comune
Sul fronte della tassa rifiuti non esiste una regola nazionale valida per tutti. La Tari dipende infatti dai regolamenti comunali e proprio per questo le differenze tra città possono essere enormi.
Molti Comuni prevedono riduzioni specifiche per gli over 65 o over 70, per pensionati soli, per nuclei con ISEE basso oppure per persone fragili e con disabilità. In alcuni casi lo sconto è parziale, in altri può arrivare fino all’esenzione totale.
Il problema è che spesso queste misure rimangono poco conosciute e devono essere richieste direttamente all’Ufficio Tributi del Comune di residenza.
Poste Italiane: bollettini più economici per gli over 70
Anche le commissioni postali possono diminuire dopo i 70 anni. Poste Italiane applica infatti tariffe agevolate sui bollettini cartacei e su alcune operazioni di pagamento.
La riduzione può abbassare sensibilmente il costo delle commissioni, ma esiste un dettaglio fondamentale: lo sconto non viene riconosciuto automaticamente. È necessario dichiarare la propria età allo sportello oppure aggiornare il profilo digitale associato ai servizi postali.
Una differenza apparentemente minima – un euro qui, un euro lì – che però, nell’arco di un anno, può alleggerire le spese quotidiane soprattutto per chi vive esclusivamente di pensione.
Tariffe telefoniche agevolate: le offerte senior spesso ignorate
Esiste poi il capitolo delle agevolazioni telefoniche e digitali. Le disposizioni AGCOM prevedono infatti offerte dedicate a categorie considerate più fragili economicamente, inclusi molti anziani con redditi bassi.
Negli ultimi anni diversi operatori hanno introdotto pacchetti “Senior” o “Silver” che includono sconti sulla linea fissa, internet agevolato, chiamate illimitate e offerte mobili semplificate.
Un tema che oggi pesa molto più di quanto si pensi. Per molti anziani la connessione internet non è più un lusso, ma uno strumento necessario per prenotazioni mediche, SPID, servizi INPS e contatti con figli e familiari.
Il vero problema? Molte agevolazioni non arrivano da sole
Il punto centrale resta uno: quasi nessuno di questi benefici viene attivato automaticamente. Ed è qui che molti pensionati perdono soldi senza accorgersene.
La differenza tra conoscere o ignorare queste misure può incidere concretamente sul bilancio familiare, soprattutto in una fase storica in cui bollette, farmaci e spese quotidiane continuano a salire più velocemente degli assegni pensionistici.
Per questo sempre più famiglie stanno iniziando a controllare non solo le pensioni dei genitori anziani, ma anche tutte quelle piccole voci di spesa che, sommate, possono trasformarsi in centinaia di euro risparmiati ogni anno.
Vincere a Roma è qualcosa di speciale, soprattutto per un italiano, soprattutto perchè l’ultima volta...
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Vincere a Roma è qualcosa di speciale, soprattutto per un italiano, soprattutto perchè l’ultima volta c’eravamo riusciti cinquant’anni fa. La finale del Foro Italico e il trionfo di Jannik Sinner, l’ennesimo di una stagione ai confini dell’impossibile, ci lasciano due immagini uguali e diverse delle emozioni del ragazzo di Val Pusteria. C’è stato un tempo in cui qualcuno metteva in dubbio la sua italianità, semplicemente perchè è nato e cresciuto a Sesto Pusteria, un paesino di montagna a pochi chilometri dall’Austria. Banalità e polemiche ad uso e consumo dei social, esibizione dei leoni da tastiera che di Sinner non avevano (e forse non hanno) capito niente. Sinner è entrato in campo tenendo per mano un bambino piccolissimo, lo ha accompagnato per qualche metro con la delicatezza che un ragazzo di 24 anni ha verso il fratellino più piccolo. Non era certo la prima volta che Jannik giocava sul Centrale eppure dal suo sguardo sin dalla prima palla si è capito che stavolta anche lui avvertiva la tensione per un grande traguardo che si avvicinava. Poi come sempre ha prevalso il campione, la capacità di Sinner di superare i momenti più complicati perchè tra le grandi capacità di questo ragazzo c’è quella di superare anche momenti in cui altri tennisti mollano, si ritirano o perdono la partita. Adriano Panatta sintetizza perfettamente il concetto: “Quando non sta bene e gioca all’ottanta per cento vince lo stesso. Mentre gli altri di solito perdono”. L’altra immagine che esce fortissima dal Foro Italico è la timidezza di Jannik di fronte al presidente Mattarella, lo chiama signor ed è evidentemente in difficoltà. Poi il Presidente lo mette a suo agio, ci scambia due chiacchiere e i due sorridono insieme. E poi c’è la tenerezza con la quale parla della mamma Sigilde in tribuna: “E’ già tanto che sia rimasta lì”. E poi sorridendo: “Ma il fatto è che io dal campo la vedevo quando si metteva le mani davanti agli occhi…”.
Invincibile
Sinner sta trascinando il tennis italiano in una dimensione mai vista, perchè mentre snoccioliamo i suoi record che ad ogni torneo vanno aggiornati, quasi ci dimentichiamo del suo livello. Basta riflettere su un dato semplicissimo senza essere esperti di tennis: oggi è il 18 maggio e in questo 2026 Sinner ha sempre e solo vinto. Ha iniziato a novembre a Parigi Nanterre e ha infilato 34 successi consecutivi con 68 set conquistati e solo tre persi. Che si sia giocato su superfici veloci o sulla terra rossa non è cambiato niente, ha trionfato ai trenta gradi della California, ha attraversato l’America sconfiggendo l’umidità di Miami, ha vinto a casa sua a Montecarlo e in altitudine a Madrid dove qualcuno diceva che non doveva andare a giocare. E poi Roma, che è qualcosa di speciale per tutti e per Sinner un po’ di più. Al suo esordio, nel 2019, ha confessato che l’unica cosa che gli interessava era non fare brutta figura. Nel 2025 ha perso la finale con Alcaraz ma era al rientro dopo la squalifica concordata e stavolta ha vinto lasciando solo un set in tutto il torneo. La semifinale con Medvedev è stato il vero match della sofferenza, una partita giocata in due tempi e con condizioni climatiche opposte. In quella umida notte al Foro Italico Sinner è passato dentro un disagio fisico notevole (ha vomitato) che non ha voluto raccontarte, ma senza fare una piega si è rimesso in piedi e prima che arrivasse l’interruzione per la pioggia aveva già riportato la partita dalla sua parte.
E ora Parigi
Qualche giorno di riposo e poi da giovedì Sinner sarà già a Parigi, dove domenica inizia il torneo più importante del mondo sulla terra rossa, l’ultimo Slam da conquistare per entrare definitivamente nella storia del tennis. E’ il vero obiettivo di Jannik per il 2026 e il numero al mondo ci arriva lanciatissimo. La terra rossa non era sua amica, ma Sinner ha dimostrato ancora una volta una capacità di lavorare per arrivare ai suoi obiettivi incredibile. A Montecarlo, Madrid e Roma ha vinto senza staccare la mia spina e in alcune occasioni in maniera quasi imbarazzante per i suoi avversari. Il trionfo nel torneo della capitale spagnola contro Aleksander Zverev, il numero tre al mondo, in meno di un’ora è stata una dimostrazione di forza impressionante. Obiettivamente è difficile trovare un avversario che in questo momento possa battere Sinner. E questo al di là dell’assenza di Carlos Alcaraz, perchè anche senza il suo rivale numero uno vincere sempre e nella maniera in cui lo sta facendo Sinner non è per niente scontato. Sinner sta entrando in un’altra dimensione. Anche se è sempre difficile fare paragoni con altri campioni di altre discipline e di epoche diverse, stiamo probabilmente vivendo l’epopea del più grande sportivo italiano di tutti i tempi.
In questa puntata affrontiamo un tema affascinante: i segreti della pubblicità nel mondo online. E...
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In questa puntata affrontiamo un tema affascinante: i segreti della pubblicità nel mondo online. E lo facciamo con Alessandra Di Lorenzo, consulente e docente universitaria nel campo del marketing e dei media digitali.
C’è un momento, in ogni impresa di famiglia, in cui qualcuno intorno al tavolo si...
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C’è un momento, in ogni impresa di famiglia, in cui qualcuno intorno al tavolo si accorge che il fondatore non tornerà più. Non perché sia morto (a volte è ancora lì, capotavola, con la cravatta di sempre e la voce che non ammette repliche), ma perché il mondo fuori da quella sala riunioni è già andato avanti di vent’anni. E lui, o lei, è rimasto fermo al 1987, all’anno in cui tutto andava bene, in cui il prodotto si vendeva da solo e il mercato era una strada larga e in discesa.
Quel momento è il più pericoloso nella vita di un’impresa familiare. Più pericoloso di una crisi finanziaria, più pericoloso di un concorrente straniero che arriva con i prezzi bassi. Perché è un pericolo invisibile, rivestito di affetto, di rispetto, di quella cosa che in italiano chiamiamo riconoscenza e che a volte è solo un altro nome per la paura di dire la verità.
L’Italia è il paese delle imprese familiari. Non è uno slogan, è un dato: oltre il sessanta per cento delle aziende italiane con più di cinquanta dipendenti ha ancora un fondatore o un suo discendente al timone. Siamo il paese in cui il cognome sul cancello del capannone è anche il cognome sulla lapide nel cimitero del paese. Questa non è nostalgia: è la struttura portante della nostra economia reale, quella che esporta, che assume, che tiene in piedi interi distretti. La linfa, appunto.
Ma la linfa può anche intossicarsi.
Gli studiosi di family business hanno un nome per la trappola in cui cadono le imprese familiari di seconda e terza generazione: la sovrapposizione dei sistemi. La famiglia e l’azienda non sono la stessa cosa, ma si comportano come se lo fossero. Le decisioni strategiche vengono prese a Natale, tra un panettone e un torrone. Le promozioni seguono l’ordine di nascita più che il merito. Il nipote entra in azienda perché il nonno non sa dire di no alla figlia. Il conflitto viene evitato fino a quando diventa ingestibile.
Eppure, le imprese familiari hanno anche qualcosa che le grandi corporations quotate in borsa non riescono a comprare nemmeno con tutti i soldi dei loro fondi pensione: un orizzonte lungo. Una pazienza strutturale. Una disponibilità a investire oggi per raccogliere tra dieci anni, perché tra dieci anni ci sarà ancora qualcuno con quel cognome a dover rispondere del risultato.
Warren Buffett lo ripete da decenni: il tempo è l’alleato di chi sa aspettare. Le famiglie imprenditoriali italiane lo sanno istintivamente, anche quando non lo sanno spiegare. È nel DNA di chi ha costruito qualcosa con le mani e vuole che duri. È nel rigore di chi tiene i conti non per i prossimi tre mesi di report agli azionisti, ma per i prossimi trent’anni di storia da lasciare ai figli.
Il problema è che la pazienza, da sola, non basta. Serve anche il coraggio del cambiamento. E il cambiamento, in una famiglia, fa sempre un po’ male. Ferruccio Lamborghini litigò con Enzo Ferrari e decise di costruire macchine migliori. Oggi quella storia viene raccontata come leggenda. Ma era, prima di tutto, un problema di governance familiare mal gestita o genialmente trasformata in benzina.
Ecco cosa affascina del family business italiano: è il luogo in cui le emozioni umane più elementari come l’amore, la rivalità tra fratelli, l’ambizione, la paura di deludere il padre, il desiderio di dimostrare qualcosa alla madre, diventano forze economiche reali. Forze che muovono capitali, aprono mercati, creano lavoro o lo distruggono. Non c’è niente di più umano. E non c’è niente di più difficile da governare.
Il recente viaggio di Donald Trump in Cina ha rimesso sotto i riflettori il dossier...
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Il recente viaggio di Donald Trump in Cina ha rimesso sotto i riflettori il dossier di Taiwan. “La questione di Taiwan è la questione più importante nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti. Se gestita male, le due nazioni potrebbero scontrarsi o addirittura entrare in conflitto”, ha detto Xi Jinping al presidente americano.
In una successiva intervista a Fox News, lo stesso Trump ha parlato della questione. “Non sono interessato a che qualcuno diventi indipendente”, ha affermato. “Sapete, dovremmo percorrere 9.500 miglia per combattere una guerra. Non è quello che cerco. Voglio che si calmino. Voglio che la Cina si calmi”, ha aggiunto, precisando che la politica statunitense nei confronti di Taipei non è cambiata. Al contempo, l’inquilino della Casa Bianca non ha chiarito se procederà con la vendita di un nuovo pacchetto di armamenti all’isola.
A intervenire sul dossier è stato anche il segretario di Stato americano, Marco Rubio. “Credo che in un mondo ideale la Cina preferirebbe che Taiwan si unisse volontariamente. Quello che vorrebbero è un voto o un referendum a Taiwan che approvi l’annessione. Credo che sia questa la loro preferenza”, ha detto. “Preferiamo lasciare le cose come stanno”, ha continuato.
Sabato, il ministero degli Esteri di Taiwan ha definito l’isola un “Paese democratico sovrano”. “Pechino non ha il diritto di rivendicare la giurisdizione su Taiwan”, ha proseguito, sottolineando che Taipei “continuerà ad approfondire la cooperazione con gli Stati Uniti, a mantenere la pace attraverso la forza e a garantire che la sicurezza e la stabilità dello Stretto di Taiwan non siano minacciate o compromesse”.
Insomma, cambiamenti ufficiali della politica statunitense non si sono verificati. Tuttavia, è chiaro come, negli ultimi giorni, qualche preoccupazione da Taipei sia arrivata. Ricordiamo che, a febbraio, Taiwan ha firmato un accordo commerciale con gli Stati Uniti: in cambio di una riduzione dei dazi da parte di Washington, l’isola si è impegnata a revocare le barriere non tariffarie e a investire nel settore dei semiconduttori in America.
Del resto, è proprio dai semiconduttori che dipende in gran parte il futuro delle relazioni tra Taipei e Washington. Taiwan punta molto sul cosiddetto “scudo di silicio”, ritenendo che gli Stati Uniti abbiano un interesse strategico a difenderla proprio per tutelare il settore dei microchip dalle mire della Repubblica popolare cinese.
Il punto è che la seconda amministrazione Trump ha espresso la volontà di portare buona parte della produzione nel settore sul territorio statunitense. Questo ha indotto vari analisti a ritenere che la Casa Bianca potrebbe avere meno interesse a proteggere Taipei in caso di invasione. Ciò detto, non va comunque trascurato che, a dicembre, l’attuale amministrazione americana ha approvato una vendita di armi all’isola dal valore di circa undici miliardi di dollari. E che, durante il suo primo mandato, Trump ha complessivamente venduto oltre 18 miliardi di armamenti a Taipei. Bisognerà quindi capire se il presidente americano attuerà o meno un cambio di linea, anche perché va tenuto presente che, al Congresso degli Stati Uniti, Taiwan può contare su vari alleati.
Il Medio Oriente continua a precipitare in una fase di altissima tensione mentre si moltiplicano...
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Il Medio Oriente continua a precipitare in una fase di altissima tensione mentre si moltiplicano i segnali di un possibile allargamento del conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti. Nelle ultime ore gli Emirati Arabi Uniti hanno reso noto di aver intercettato tre droni entrati nel proprio spazio aereo. Secondo il ministero della Difesa di Abu Dhabi, due velivoli senza pilota sono stati distrutti dalle difese emiratine, mentre un terzo avrebbe colpito un generatore elettrico collocato all’esterno dell’area protetta della centrale nucleare di Barakah, nell’area di Al Dhafra. Le autorità locali hanno avviato un’indagine per individuare la provenienza dei droni e chiarire chi abbia organizzato l’operazione. Intanto proseguono, tra enormi difficoltà, i contatti indiretti tra Washington e Teheran nel tentativo di fermare l’escalation regionale. Secondo l’agenzia iraniana Fars, vicina ai Pasdaran, gli Stati Uniti hanno messo sul tavolo cinque richieste considerate indispensabili per raggiungere un’intesa. Tra queste figurano la consegna a Washington di circa 400 chili di uranio arricchito iraniano, il mantenimento di un solo impianto nucleare attivo e l’esclusione sia di risarcimenti economici sia dello sblocco dei fondi iraniani congelati all’estero. Sempre secondo la stessa fonte, gli americani avrebbero inoltre subordinato lo stop alle operazioni militari all’avvio formale dei negoziati.
Posizioni inconciliabili mentre Israele si prepara all’attacco
Teheran ha risposto con altrettante condizioni, ritenute però incompatibili con la posizione americana. L’Iran chiede infatti la cessazione completa delle ostilità su tutti i fronti, in particolare in Libano, la rimozione delle sanzioni economiche, il rilascio dei capitali bloccati all’estero, compensazioni economiche per i danni subiti durante il conflitto e il riconoscimento della propria sovranità sullo Stretto di Hormuz. Una distanza politica che, almeno per ora, appare impossibile da colmare. Nel frattempo Israele starebbe già pianificando una nuova offensiva contro obiettivi iraniani. Secondo quanto riferito dall’Associated Press, che cita due fonti informate tra cui un ufficiale israeliano, i preparativi militari sarebbero coordinati direttamente con gli Stati Uniti. Il premier Benjamin Netanyahu, intervenendo davanti al proprio governo, ha ribadito che Israele è pronto «a qualsiasi eventualità», aggiungendo che molto dipenderà dalle prossime decisioni del presidente americano Donald Trump.Netanyahu ha spiegato che, qualora Washington decidesse di riaprire il conflitto con Teheran, Israele potrebbe essere coinvolto direttamente nelle operazioni. Le dichiarazioni arrivano dopo una lunga telefonata tra Trump e Netanyahu, durata oltre trenta minuti e avvenuta poco prima della riunione del gabinetto israeliano. Secondo l’emittente israeliana Canale 12, nelle ultime 24 ore numerosi aerei cargo americani avrebbero trasferito a Tel Aviv grandi quantitativi di munizioni provenienti dalle basi statunitensi in Germania, alimentando i timori di una nuova fase della guerra contro l’Iran.
Nuove minacce di Trump all’Iran
Donald Trump, intanto, è tornato ad alzare i toni anche sul piano mediatico. Sul social Truth ha pubblicato diverse immagini generate con l’intelligenza artificiale dal contenuto fortemente minaccioso. In una di queste il presidente americano appare con il cappellino Maga mentre indica la telecamera, circondato da navi militari in un mare in tempesta, con bandiere iraniane visibili sulle imbarcazioni e nuvole nere sullo sfondo. Ad accompagnare l’immagine la frase: «La calma prima della tempesta». Poco dopo Trump ha rincarato la dose scrivendo che «non resterà nulla dell’Iran» se Teheran non accetterà un accordo. Tra i numerosi post pubblicati nel giro di mezz’ora, ne compare anche uno raffigurante una mappa del Medio Oriente coperta dalla bandiera americana e attraversata da frecce dirette verso l’Iran, interpretato da molti osservatori come un ulteriore messaggio intimidatorio rivolto alla Repubblica islamica. Secondo la Cnn, Trump avrebbe inoltre convocato nel suo golf club in Virginia una riunione riservata con i principali responsabili della sicurezza nazionale per discutere dell’evoluzione del conflitto iraniano. All’incontro avrebbero partecipato il vicepresidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, il direttore della Cia John Ratcliffe e l’inviato speciale Steve Witkoff.
In Iran record di esecuzioni capitali
Sul fronte interno iraniano cresce intanto l’allarme per la repressione del regime. Un nuovo rapporto di Amnesty International rivela che nel 2025 nel mondo sono state registrate almeno 2.707 esecuzioni capitali, il dato più alto dal 1981. Secondo l’organizzazione, oltre 2.150 esecuzioni sarebbero state effettuate soltanto in Iran, un numero enorme che rappresenta più del doppio rispetto all’anno precedente. Amnesty sottolinea come l’aumento delle condanne a morte sia strettamente legato alla strategia repressiva dei regimi autoritari. Nel caso iraniano, la pena capitale sarebbe stata utilizzata in maniera crescente per schiacciare il dissenso politico e intimidire la popolazione, soprattutto dopo la guerra contro Israele del giugno 2025. Le organizzazioni per i diritti umani denunciano inoltre che la repressione avrebbe accelerato ulteriormente dopo le proteste interne esplose a gennaio e dopo gli scontri militari con Israele e Stati Uniti. Le cifre diffuse da Amnesty superano anche le stime già drammatiche pubblicate nei mesi scorsi da altre organizzazioni indipendenti. Secondo gli attivisti, a essere colpite in modo particolare sarebbero soprattutto le minoranze etniche e religiose del Paese, come curdi, arabi e baluchi, da anni nel mirino delle autorità iraniane.
Adesso che l’obiettivo è sfumato, serve un miracolo per ribellarsi al destino di una stagione senza...
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Adesso che l’obiettivo è sfumato, serve un miracolo per ribellarsi al destino di una stagione senza Champions League, tutto torna in discussione. Tutto, compreso quello che sembrava scolpito nella pietra fino al momento del tracollo e che oggi va riletto con i filtri di un campionato fallimentare e fallito.
Aver ascoltato Luciano Spalletti evocare la necessità di un incontro con John Elkann per rimettersi in discussione aumenta il senso di confusione, non lo toglie. Lui che ha appena incassato la piena fiducia con annessa firma su un contratto scadenza 2028 e che era stato messo (e si era messo) al centro del villaggio bianconero, dettando l’agenda e la lista dei desideri di mercato per l’estate. Ha fallito anche Spalletti, inutile girarci intorno, e il prezzo del fallimento non sarà la sua testa ma ripartire con un leader azzoppato perché la mancata qualificazione alla Champions League deriva anche da sue scelte tecniche e non solo dagli errori di costruzione della rosa.
C’è un dato che lo inchioda: da quando si è seduto in panchina al posto di Tudor, Spalletti ha raccolto 53 punti in 28 partite di campionato che assomigliano sinistramente ai 52 in 29 costati l’esonero a Thiago Motta. Sentirlo parlare di “grande stagione” è stato spiazzante e molto poco juventino: anche proiettando la sua andatura (1,89 di media) su un intero campionato si arriva sotto la probabile quota Champions. Ma quale grande stagione?
Il problema, ovviamente, è più ampio e complessivo. Da anni la Juventus sbaglia tutto già nella scelta degli uomini cui affida i pieni poteri per la propria rinascita. Prima Giuntoli e adesso Comolli, continua a bruciare progetti sportivi, uomini e centinaia di milioni di euro. Elkann dovrà rimettere mano al’ennesimo aumento di capitale per pagare i conti del fallimento, ma il primo responsabile è lui che non riesce ad affidare il club a mani competenti e salde. Una sorta di giorno della marmotta che è diventato una condanna per un popolo di milioni di persone.
Cosa resta di questa stagione? Poco, quasi nulla. L’ultimo mercato, come quello che l’ha preceduto, è stato infruttifero e lascia in eredità situazioni complesse da gestire. Senza i soldi dell’Europa che conta sarà difficile rinnovare Vlahovic e attirare i giocatori pronti subito che voleva Spalletti: bisognerà fare di conto, tagliare dove si può e investire quello che si riesce. Si dovrà confrontarsi con la rabbia giustificata dei tifosi e con il calo di appeal di un brand una volta noto perché vincere non era importante, ma l’unica cosa che contava, e che adesso ha vissuto la domenica della verità con la Fiorentina pensando che non fosse la partita della vita. Si è visto.
In tv mi capita di partecipare a dibattiti sul delitto di Chiara Poggi in cui...
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In tv mi capita di partecipare a dibattiti sul delitto di Chiara Poggi in cui i giornalisti si schierano da una parte o dall’altra, quasi che il giallo di Garlasco sia una sorta di derby, con le opposte tifoserie in campo. Io non so se Andrea Sempio sia colpevole, come sostiene la Procura di Pavia: mi limito a osservare che contro di lui sono stati raccolti molti indizi, più di quanti ne siano stati trovati a carico di Alberto Stasi, il quale però è stato con questi elementi condannato a 16 anni di carcere, e su questo forse varrebbe la pena che i tanti Sherlock Holmes da salotto televisivo facessero qualche riflessione.
Chiarito che non appartengo alla schiera di quelli che per contratto devono difendere Sempio e, sempre per contratto, devono attaccare Stasi, lasciatemi dire due parole riguardo alla qualità delle indagini svolte nel corso degli anni sull’omicidio di Chiara Poggi. Nelle pagine precedenti trovate la sintesi giornalistica dell’interrogatorio di Silvio Sapone. Il nome di costui non è noto alla maggior parte dell’opinione pubblica, ma per tre anni è stato il capo della polizia giudiziaria in servizio presso la Procura di Pavia. In pratica era colui al quale i pm affidarono l’incarico di svolgere le intercettazioni telefoniche e gli accertamenti su Andrea Sempio. Leggendo il verbale dell’ufficiale di pg cascano letteralmente le braccia e si capisce perché a distanza di quasi vent’anni ancora non abbiamo capito chi abbia ucciso una ragazza poco più che ventenne.
Garlasco, il mistero infinito di Chiara Poggi e i segreti di un’indagine imperfetta
Alla domanda dei magistrati, che vogliono sapere come si sviluppò l’indagine a carico di Sempio, Sapone mette le mani avanti, dicendo che lui di delitti non si è occupato quasi mai e che comunque gli assegnatari dell’inchiesta erano il procuratore capo e i suoi collaboratori. In pratica anticipa ciò che poi illustrerà nel dettaglio e cioè che di quell’indagine sul commesso del negozio di computer non sa nulla o quasi. E comunque non ricorda. Leggere per credere. Alla domanda dei pm, che gli chiedono che documenti avesse letto prima di condurre le indagini, Sapone risponde nel seguente modo: «Noi non avevamo alcun atto delle precedenti indagini. Non ci furono dati né gli atti, né le sentenze del processo Stasi. Facevano tutto i magistrati».
E le intercettazioni? Le ascoltavano i colleghi. Cioè, colui che guidava la polizia giudiziaria e che doveva coordinare le indagini era all’oscuro di tutto. E come ha fatto a redigere una nota conclusiva, gli chiedono i pm. «Leggevo i giornali», è la risposta. L’interrogatorio di Sapone è disseminato da «non ricordo» e perfino da un’ammissione di incompetenza. Come mai, domandano i magistrati, le microspie ambientali sono state attivate solo su un’autovettura in uso a Sempio? La risposta è sconcertante: «Non lo so. Non ricordo perché non è stata fatta. Io sono un po’ asino in tema di intercettazioni, non me ne intendo».
Le ammissioni dell’ufficiale e il blackout della polizia giudiziaria
E come ha fatto a redigere l’annotazione conclusiva se non aveva gli atti del primo processo e non aveva nemmeno l’interrogatorio di Sempio, insistono i pm. E Sapone continua a minimizzare il suo ruolo: «L’annotazione l’ho fatta sulla scorta delle trascrizioni delle intercettazioni fatte dagli altri ufficiali di polizia giudiziaria. Io non l’ho fatto perché non mi intendo di intercettazioni». Come dire, io non c’ero e se ci fossi stato dormivo.
Sulla base di queste risultanze d’indagine, le accuse nei confronti dell’amico del fratello di Chiara Poggi nel 2017 sono state archiviate e solo ora – cioè a distanza di quasi dieci anni e a diciannove dal delitto – la Procura di Pavia ha deciso di riaprire le indagini.
Come ho scritto, io non so se Sempio sia colpevole e se gli indizi raccolti a suo carico, che mi paiono più rilevanti di quelli contro Stasi, siano sufficienti a sostenere l’accusa e a ottenere una condanna per l’omicidio di Chiara. Tuttavia credo che quanto sta emergendo, e non solo con l’interrogatorio di Sapone, ma anche con altri di cui daremo conto nei prossimi giorni, dimostri che se oggi ancora non sappiamo chi sia l’assassino è perché le indagini sono state fatte nel modo che ho appena raccontato. Dunque, se a Garlasco il delitto resta ancora un mistero, la colpa è da attribuire ai responsabili delle indagini. Sono i loro errori, la loro impreparazione, i mancati accertamenti che ci impediscono di guardare in faccia l’assassino di Chiara. E non parlo solo di Sapone.
Non lo ha mai capito nessuno fino in fondo Franco Battiato. Per un motivo molto...
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Non lo ha mai capito nessuno fino in fondo Franco Battiato. Per un motivo molto semplice: applicati a lui gli schemi convenzionali con cui si giudica un artista non hanno mai funzionato. In primis perché le sue opere musicali non sono riconducibili ad alcuno schema. Battiato le convenzioni le ha sempre rigettate, così come ha sempre rigettato con uno sguardo di ironica compassione tutti quelli che per vari motivi si rivolgevano lui come un guru, un maestro che emanava luce.
Non era esattamente tipo da farsi adulare Franco Battiato e il rispetto che si è guadagnato nel corso degli anni stringendo intorno a sé un pubblico sempre più vasto, lo ha ottenuto con la musica, con le suggestioni che riusciva a creare, contaminando generi, facendo incontrare sacro e profano, alto e basso, classica e pop, diventando di volta in volta accessibile e mainstream ma anche incomprensibile ai più.
Ce lo ricordiamo tutti nel magico triennio 1979-1981 quando con tre dischi stupefacenti: L’era del cinghiale bianco, Patriots e La voce del padrone aveva cambiato volto alle classifiche facendo passare in radio il lato più surrealista e spiazzante della sua vocazione pop. Aveva iniziato negli anni Sessanta sperimentando, facendo avanguardia elettronica, immergendosi nelle atmosfere dilatate del progressive rock e poi aveva cambiato rotta, una, cinque, dieci volte. Del suo talento si erano accorti da subito Giorgio Gaber e Lucio Dalla. A seguire, tutti gli altri.
Se ne è andato in silenzio scioglendo progressivamente i fili che lo legavano alla vita e circondato solo dagli affetti delle persone più care. In eredità lascia un patrimonio di album e canzoni che sono lì per emozionare quelli che c’erano quando le ha composte, quelli che verranno o che non erano ancora nati quando quelle meraviglie uscirono su vinili e cd. Da Centro di gravità permanente a Up Patriots to arm, passando per Alexander Platz, Summer on a solitary beach, Gli uccelli, E ti vengo a cercare, La stagione dell’amore e poi ancora l’invettiva politica e sociale, un atto di amore verso l’Italia espresso con le parole più dure, quelle contenute in Povera Patria. E infine, su tutte, La cura, una canzone d’amore universale, una pietra miliare che non va commentata ma solo ascoltata. Ed eventualmente consigliata a chi non ha mai avuto la fortuna di imbattersi in tanta bellezza.
Emozionato davanti al presidente Mattarella, di fronte al quale ha dimostrato tutta la sua timidezza...
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Emozionato davanti al presidente Mattarella, di fronte al quale ha dimostrato tutta la sua timidezza Jannik Sinner ha scritto un’altra pagina indimenticabile del tennis mondiale vincendo gli Internazionali di Roma cinquanta anni dopo Adriano Panatta. Proprio l’ex campione insieme a Mattarella gli ha consegnato il trofeo. Una marcia inarrestabile quella di Sinner, che vince anche a Roma dopo Parigi (indoor), Indian Wells, Miami, Montecarlo e Madrid. L’uomo dei record, Sinner ne colleziona in continuazione. Ha vinto tutti i Masters 1000 come solo Djokovic era riuscito a fare (ma con sette anni di età in più. Al Foro Italico ha concluso il suo cammino battendo in due set il norvegese Casper Ruud in due set (6-4. 6-4) in una partita bella e difficile nella quale come al solito Sinner ha giocato al meglio nei momenti decisivi della partita. Jannik era emozionato all’inizio della finale, contratto nei primi game e poi dopo essersi sciolto e aver condotto come solo lui sa fare si è di nuovo emozionato di fronte al presidente Mattarella con il quale poi ha anche scherzato, mentre Adriano Panatta, un passo più in là sembrava visibilmente commosso. Adriano vinse al Foro Italico nel 1976 contro Guillermo Vilas, era un altro mondo e un altro tennis, si giocava con le racchette di legno a una velocità diversa. Non poteva esserci erede migliore di Sinner per riportare il trofeo in Italia, mettendolo nelle mani del numero uno al mondo. Che alla fine ha espresso tutta la sua felicità: “E’ stato un torneo fenomenale, tante cose positive. Sono arrivato con poco allenamento, semifinale molto tosta, oggi con Ruud ho cercato di giocare in modo aggressivo e sono molto contento di come ho giocato. Sono felice anche per Vavassori e Bolelli. E’ difficile dire cosa prova ora, è come se fossi ancora in partita. Ora ho bisogno di staccare un po’ e stare con la mia famiglia, ma vincere a Roma per me è molto importante perchè qui non avevo mai vinto”.
La partita
Sinner non ha iniziato come nelle precedenti partite, anzi nei primi game è stato in difficoltà e Casper Ruud si è portato subito sul 2-0 strappando il servizio all’altoatesino. Ma l’azzurro non ha dato tempo al norvegese di scappare, ha replicato e pareggiato i conti andando sul 2-2. Ruud non è quello dell’anno scorso, a cui aveva lasciato soltanto un game ai quarti di finale. È più aggressivo, più profondo, non regala nulla e Jannik non riesce a sfondare. Sul 4-3 a favore del norvegese Sinner sembra in difficoltà, sbuffa e sul suo servizio si salva un paio di volte, ma poi svolta. E’ il momento decisivo della partita e Sinner cambia marcia infilando cinque game consecutivi. Con i primi tre chiude il primo set 6-4, poi vola via sul 2-0 con Ruud che inizia a sbagliare. Il norvegese rischia di perdere ancora il servizio ma resta aggrappato al match. A questo punto la partita è in mano a Jannik, sa che mantenendo il servizio avrà vinto il torneo. Ma non è facile riuscirci. Sinner concede una palla break a Ruud ma riesce ad annullarla e poi va a servire per il match sul 5-4. Il pubblico di Roma sembra ammutolito dall’emozione, al primo match ball Sinner si prende il torneo ma anche l’ultimo punto lascia col fiato sospeso il pubblico di Roma perchè la pallina è vicinissima alla riga. Ma è dentro. Sinner ha vinto. La festa può iniziare. E adesso il Roland Garros dove a premiare il vincitore ci sarà ancora Adriano Panatta che a Parigi vinse nel 1976 firmando una splendida doppietta dopo Roma. Jannik Sinner proverà a imitarlo.
Continua a salire la tensione tra Washington e L’Avana. Secondo informazioni d’intelligence ottenute da Axios, il...
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Continua a salire la tensione tra Washington e L’Avana. Secondo informazioni d’intelligence ottenute da Axios, il regime castrista avrebbe acquistato 300 droni militari e starebbe prendendo in considerazione di attaccare la base statunitense di Guantanamo Bay, navi militari americane e probabilmente Key West (che è situata in Florida). In particolare, stando a quanto riferito da funzionari statunitensi, questo materiale bellico sarebbe stato comprato da Russia e Iran a partire dal 2023. La testata ha riferito che queste informazioni potrebbero essere usate da Washington per giustificare un eventuale attacco contro Cuba.
Non solo. Sempre Axios ha riportato che, mercoledì, il Dipartimento di Giustizia statunitense avrebbe intenzione di rendere pubblico un atto di incriminazione contro Raul Castro “per aver presumibilmente ordinato l’abbattimento, nel 1996, di due aerei appartenenti a un’organizzazione umanitaria con sede a Miami chiamata Brothers to the Rescue”. Inoltre, Washington starebbe considerando di imporre all’Avana ulteriori sanzioni nei prossimi giorni.
Insomma, la pressione statunitense su Cuba sta aumentando. Giovedì, il direttore della Cia, John Ratcliffe, si era recato sull’isola, per incontrare alcuni alti funzionari castristi e convincerli a scendere a patti con gli Stati Uniti. La Casa Bianca ha offerto aiuti umanitari e sostegno alle infrastrutture cubane, purché il regime allenti le sue attività repressive, liberi i prigionieri politici e si avvicini geopoliticamente agli Usa. Tuttavia, almeno finora, L’Avana non ha fatto passi avanti nella direzione auspicata da Washington. Il che ha aumentato notevolmente l’irritazione di Donald Trump che, a più riprese, ha ventilato la possibilità di ricorrere all’opzione militare. Tutto questo, mentre, come sottolineato da The Hill, l’isola si trova al momento ad affrontare una grave crisi di natura energetica.
Per Trump, il nodo è geopolitico. Da quando è tornato alla Casa Bianca l’anno scorso, il presidente americano ha puntato sulla riedizione aggiornata della Dottrina Monroe con il chiaro intento di estromettere i cinesi dall’Emisfero occidentale. Ora, non è un mistero che storicamente il regime castrista rappresenti uno dei principali punti di riferimento di Pechino, oltre che di Teheran e Mosca, in America Latina. Dopo la cattura di Nicolas Maduro a gennaio, Trump vuole quindi spingere L’Avana a entrare nell’orbita geopolitica di Washington. È in questo senso che ha aumentato la pressione sull’isola e sta ipotizzando un intervento militare. Uno scenario, quello bellico, che vede contrari i parlamentari democratici, mentre ha spaccato quelli repubblicani. Se alcuni di loro sono infatti favorevoli all’uso della forza, altri hanno espresso scetticismo. Vedremo nei prossimi giorni se la Casa Bianca opterà per la soluzione bellica o se continuerà a tentare la via del negoziato.
Pensando a Pedro Sánchez, il leader spagnolo, preso a modello da Elly Schlein, la segretaria...
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Pensando a Pedro Sánchez, il leader spagnolo, preso a modello da Elly Schlein, la segretaria del Pd che due anni fa disse «la Meloni toglie le sim card ai migranti», viene in mente uno dei celebri aforismi di Winston Churchill (è scomparso 61 anni fa e il mondo non pare migliorato): «I socialisti sono come Cristoforo Colombo: partono senza sapere dove vanno. Quando arrivano non sanno dove sono. Tutto questo con i soldi degli altri». A Sánchez che Colombo usò i soldi degli altri lo ricorda la colonna di plaza Cristobal Colón di Barcellona. Perché partire da lui per occuparsi di migranti? Perché è la dimostrazione dell’ipocrisia che c’è, in tutta Europa e in Italia particolarmente, su questa emergenza.
Lui apre i centri di detenzione e allo stesso tempo per farsi bello dà la cittadinanza a mezzo milione di “irregolari”. Mentre in Italia sinistra e giudici fanno il diavolo a quattro contro il Cpr che l’esecutivo ha creato grazie a un accordo che piace tanto all’Europa, con Edi Rama in Albania, l’autoproclamatosi leader maximo della sinistra mondiale copia e ha inaugurato in Mauritania due centri di detenzione dove rinchiude i migranti.
Pedro Sánchez e il modello Albania che piace alla sinistra spagnola
Si è però incrinato il muro di omertà costruito sul luogo comune che recita «l’Europa invecchia, i migranti ci servono e ci pagheranno le pensioni». Le cifre – quelle poche che si riescono a reperire oltre la cortina del conformismo buonista – dimostrano l’esatto contrario: il sistema di welfare europeo è messo in crisi proprio dai migranti.
La dimostrazione viene dalla Svezia dove Ulf Kristersson, primo ministro e già al dicastero economico, ha deciso di offrire fino a 34 mila dollari a ciascun migrante che accetti di tornarsene a casa sua. Dice il ministro delle Immigrazioni scandinavo Johan Forssell: «Non possiamo più permettercelo, dobbiamo cambiare strada». La Svezia, su 11 milioni di abitanti, ha il 20% di immigrati con mezzo milione di sussidi di disoccupazione pari a 1.100 euro al mese da erogare.
Friedrich Merz – cancelliere tedesco – ha dato un brusco stop ai ricongiungimenti familiari e ha interrotto ogni finanziamento alle Ong. Il perché lo ha spiegato il ministro degli Interni Alexander Dobrindt: «La capacità dei nostri sistemi sociali ha i suoi limiti, così come quella dei nostri sistemi educativi. Pure il nostro mercato immobiliare ha i suoi limiti e perciò anche l’immigrazione in Germania deve avere dei limiti».
Dalla Germania al Giappone: i limiti economici dell’accoglienza
A Berlino è stato coniato un nuovo termine: “imminflazione”. Che significa che ci sono troppi migranti, ma anche che l’eccesso di sussidi genera inflazione, che per i tedeschi è una piaga biblica. Su questo sono ormai concordi tutti i Paesi europei.
L’Ue è passata da circa 10 miliardi di euro spesi per gli stranieri nel precedente bilancio, a 22,7 miliardi di euro nel bilancio che si esaurisce il prossimo anno. Nel 2024, ultimo dato disponibile fornito dall’Ue, i richiedenti asilo sono stati quasi 912 mila e di questi quasi il 13% ha bussato alle porte dell’Italia. Meno della metà ha avuto riconosciuto lo status di rifugiato. Gli altri sono dispersi in Europa dove sono già presenti quasi sette milioni di ucraini in fuga dalla guerra. Un peso difficilmente sostenibile.
Il nuovo patto (approvato dall’Eurocamera due anni fa) si concentra sui respingimenti, i rimpatri veloci e di fatto sposa la linea italiana di accordi con Paesi terzi pronti ad accogliere i centri per il rimpatrio.
L’Europa cerca in tutti i modi di svuotarsi di migranti. Nell’ultimo anno l’Europa ne ha espulsi quasi 133 mila. E si tenta anche di copiare il modello giapponese che fa leva sull’Intelligenza artificiale. Obbedendo al mantra «invecchiamo, ci servono braccia» il Giappone si è riempito di 4,2 milioni di immigrati che sono però solo il 3,4% della popolazione (in Italia siamo al 10%: quasi 6 milioni su 59 milioni). Il governo di Sanae Takaichi ha lanciato lo slogan “japanese first”, prima i giapponesi: stretta alle frontiere, rimpatri e ricorso all’intelligenza artificiale. Takahiro Anno, giovane ingegnere informatico – ha fondato un partito ultranazionalista che al debutto ha conquistato otto deputati – ha proposto di ovviare alla dipendenza della manodopera straniera a bassa qualificazione con il massiccio uso di Intelligenza artificiale e con una politica di braccia aperte ai talenti.
I conti di Itinerari previdenziali e il bilancio Inps
Approccio impossibile in Italia, dove si continua a sostenere che i migranti ci pagheranno le pensioni. L’ultimo rapporto di Itinerari previdenziali, però, evidenzia che su 4,6 milioni di immigrati abili al lavoro, soltanto 3,4 milioni effettivamente hanno un’occupazione e si fa notare che i pensionati sono raddoppiati in dieci anni. L’11% degli soggetti regolari. Inoltre, la quasi totalità degli stranieri di casa nostra sta sotto i 17 mila euro di reddito lordo e di fatto non paga l’Irpef e usufruisce di tutti i bonus sociali e sul mezzo milione di pensionati il 45% non ha versato contributi.
Uno studio recente su quanto pesano i migranti sul welfare, in realtà, non c’è. Ma nel 2017 Majlinda Joxhe e Skerdilajda Zanaj – ricercatori immigrati che lavorano con Eurostat – nel loro Measuring Fiscal Effects of Immigration in Europe avevano notato che nei 27 Paesi dell’Unione in media la posizione fiscale netta dei migranti regolari – cioè la differenza tra quanto pagano in tasse e contributi e quanto ricevono in welfare – era pari a 104 euro a testa al mese per ogni extracomunitario e a 82 euro per ogni comunitario.
Tornando in Italia, le cifre delle Ong dicono che il saldo fiscale dei migranti per il 2024 è pari a 4,6 miliardi tenendo conto che versano 39,1 miliardi e ricevono 34,5 miliardi di beneficio. Cifre che se proiettate sul lungo termine ci dicono che i migranti non versano abbastanza per pagarsi le pensioni di domani. E vanno inseriti anche altri numeri. Il primo è sulle spese assistenziali: ne assorbono il 22% (1,3 miliardi su 5,9 complessivi).
Bisogna considerare che lo Stato spensde circa 7.500 euro per ogni studente all’anno e che la spesa sanitaria per i migranti è in forte ascesa. I dati sono confermati dall’Osservatorio Inps: nel 2024 sono stati rilevati 4.611.267 cittadini stranieri negli archivi dell’Istituto di previdenza italiano guidato da Gabriele Fava. Di questi, 3.980.609 persone sono attive nel mercato del lavoro e 252.013 persone percepiscono prestazioni a sostegno del reddito (disoccupazione, mobilità).
Vi sono poi altri “pesi”. Complessivamente lo Stato spende 4,8 miliardi per la gestione dei migranti in arrivo. Solo per i minori non accompagnati che sono poco più 18 mila, Roma versa una media di 120 euro al giorno per 789 milioni di euro all’anno. A cui si sommano circa 400 milioni di parcelle che le casse pubbliche coprono per gratuiti patrocini e assistenza legale. E questo spiega perché ogni volta che si propone un respingimento s’instaurino cause e ricorsi.
Limitandoci al solo Cpr di Gjader in Albania, su 495 immigrati mandati là dall’Italia, due terzi ce li siamo dovuti riprendere. A conti fatti ogni anno spendiamo 7,3 miliardi che si sommano agli 8,6 miliardi di rimesse che i migranti regolari hanno fatto all’estero. A quel margine di contribuzione di chi è a norma per 4,6 miliardi vanno sottratte spese dello Stato per 7,3 miliardi e gli 8,6 miliardi di valore esportato che fa uno sbilancio dell’immigrazione per oltre 12 miliardi di euro all’anno.
Per avere una visione prospettica bisogna rifarsi ancora a Itinerari previdenziali. Come Paese, scrivono nel rapporto, «siamo esportatori netti di forza lavoro qualificata, mentre importiamo manodopera con competenze e livelli d’istruzione molto diversi da quelli italiani con ricadute negative salariali e di sviluppo della produttività».
Chi enfatizza i 177 miliardi di valore aggiunto prodotti dai migranti, non considera che questi lavoratori sono spesso un fattore negativo di produttività e incidono sull’abbassamento delle retribuzioni. E sempre Itinerari previdenziali quasi profetizza: «Analizzando la serie storica dal 2015 si rileva che il numero di lavoratori e di percettori di sostegno al reddito è aumentato a un tasso medio annuo del 2,6%; il numero di pensionati cresce del 6,4% medio annuo e in dieci anni sono quasi raddoppiati (più 86,4%)». La conclusione? Con tutta probabilità pagheremo loro le pensioni.
La copertina di questo numero di Panorama è dedicata a Giorgia Meloni, la quale ha...
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La copertina di questo numero di Panorama è dedicata a Giorgia Meloni, la quale ha annunciato nei giorni scorsi un piano per costruire 100 mila case. Una parte di questi alloggi, come spiega il presidente del Consiglio, verrà realizzata grazie a un investimento pubblico a cui parteciperà anche Cassa depositi e prestiti. Un’altra verrà finanziata da imprese private, anche con la partecipazione di fondi stranieri, con l’obiettivo di mettere a disposizione di famiglie e studenti abitazioni a prezzi calmierati. Il progetto del governo è senza dubbio ambizioso, perché in Italia non si parla di edilizia economico-popolare da molti anni.
Nella storia della Repubblica, il piano Fanfani (dal nome dell’allora ministro del Lavoro, esponente di spicco della Democrazia cristiana) con cui nel Dopoguerra si diede un alloggio a milioni di italiani, resta un esempio straordinario. Tra il 1949 e il 1963, utilizzando i contributi versati dallo Stato, dalle aziende e dai lavoratori, furono realizzati 350 mila alloggi e non soltanto si ricostruì un Paese martoriato dalla guerra, ma l’operazione divenne un incredibile volano di sviluppo che contribuì al “miracolo economico”, dando lavoro a centinaia di migliaia di addetti. Non so se il Piano Casa di Meloni farà altrettanto: me lo auguro, anche perché i prezzi delle abitazioni per molte giovani coppie sono diventati impossibili da sostenere.
Però, oltre a riconoscere che per la prima volta dopo tanto tempo si torna a parlare di edilizia popolare, non mi è sfuggito che tra le misure di Palazzo Chigi ce n’è una che mira a rendere più efficaci e veloci gli sgomberi delle case occupate. Con la scusa che in Italia mancano gli alloggi, c’è chi, spalleggiato da centri sociali, sindacati e organizzazioni di sinistra, prende possesso di edifici pubblici, ma non solo, senza averne titolo. In un Paese normale, l’abuso dovrebbe durare meno di ventiquattr’ore ma, da noi, prima di intervenire e porre fine a un reato servono mesi, se non anni. Risultato? Chi forza la porta di un’abitazione sottraendo l’appartamento ad altri che, magari, avrebbero diritto a occuparlo, non solo non rischia nulla, ma ha la possibilità di restare a lungo indisturbato, e senza pagare, in un locale che non è suo. Qualche volta accade persino che, per fargli liberare la casa non dovuta, gliene si offra un’altra. In pratica, vincono l’arroganza e l’abuso. Meloni dice che con le nuove misure adottate dall’esecutivo questa storia finirà e anche qui ce lo auguriamo.
Il piano casa di Giorgia Meloni e la sfida degli alloggi popolari
Tuttavia, è già iniziato il piagnisteo dei centri sociali e degli attivisti, i quali dicono che in questo modo finiranno sul marciapiede le famiglie indigenti. In realtà, le famiglie che davvero vivono in condizioni di povertà sono quelle che attendono con pazienza l’alloggio a cui hanno diritto, mentre altri lo ottengono senza averne titolo e a gratis. Secondo alcune ricerche, nel nostro Paese sono più di 20 mila gli appartamenti “rubati”, cioè occupati con la forza. Ma l’aspecto ancor più preoccupante è che gli enti che gestiscono le case popolari segnalano una morosità che ha raggiunto i 3,2 miliardi. Cioè, non solo si occupa la casa, ma non la si paga. Nonostante l’affitto vada dai 33 ai 130 euro euro al mese, migliaia di persone vivono a sbafo.
Lo squilibrio del welfare e i conti del sistema Italia
Ovviamente conosco già l’obiezione: non versano un euro, neanche i 33 di fitto, perché sono poveri e non hanno soldi. Ma siamo sicuri che sia così? Alberto Brambilla, un esperto di pensioni e di conti pubblici, ha di recente calcolato quanti sono gli italiani che vivono a carico delle collettività, senza cioè pagare le tasse e contribuire a sorreggere i servizi sanitari: 7,2 milioni. E, sempre il professor Brambilla, ha stimato che nel 2025 siano stati 32 milioni i cittadini che hanno richiesto assistenza allo Stato, con aiuti o integrazioni varie. In pratica, solo una minoranza, ovvero un italiano su quattro, regge il peso del sistema, mentre gli altri fanno i furbi. Ovviamente, non voglio dire che non esistano i poveri e nemmeno sostenere che chi non paga l’affitto delle case popolari sia necessariamente un approfittatore. Certo, quando vedo che ci sono nuclei familiari che campano con il sussidio, ricevono un aiuto per pagare le bollette e pure la locazione dell’alloggio in cui vivono, e non pagano un euro di tasse, mi domando che cosa facciano nella vita. Brambilla dice che, negli altri Paesi, se non dichiari un reddito, intorno ai trent’anni qualcuno bussa alla tua porta e te ne chiede conto. Invece, da noi, non soltanto nessuno ti dice nulla, ma addirittura c’è chi sostiene che hai ragione a occupare la casa e non pagare: è lo Stato che ti deve dare un reddito e pure un tetto.
Dunque, non so se il decreto di Giorgia Meloni servirà a sgomberare gli approfittatori che lasciano il conto da saldare ai contribuenti onesti. Però, a prescindere dal risultato, ben venga. Era ora.
Antonio Conte è più lontano che vicino al Napoli. Non è ancora il momento degli...
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Antonio Conte è più lontano che vicino al Napoli. Non è ancora il momento degli annunci ufficiali, ma le parole pronunciate dopo aver incassato la certezza della qualificazione alla prossima Champions League lasciano poco spazio a interpretazioni diverse. E’ vero che De Laurentiis è capace di qualsiasi ribaltone e che sul tavolo c’è un contratto attivo ancora fino al 30 giugno 2027 con cui fare i conti, ma la sensazione che il Napoli sia pronto a salutare il condottiero del quarto scudetto della storia è più che una suggestione.
Non si è nascosto il tecnico leccese, pur non volendo ufficializzare una decisione presa già da qualche settimana e che ha coinvolto anche il patron partenopeo. Fosse un addio, non si tratterebbe di fuga e sarebbe qualcosa di diverso rispetto alla chiusura tempestosa dei rapporti con Juventus e Inter. E sarebbe anche un finale logico di una storia durata due anni, intensissima e vincente soprattutto nel primo dei due, onerosissima per le casse del club e che – tirando un bilancio – è stata un win-win per entrambe le parti.
“Noi quello che dovevamo fare l’abbiamo fatto, il presidente sa benissimo qual è il mio pensiero. Lo sa già da un po’ di tempo. Aspettiamo, il club sta già lavorando per il futuro, aspettiamo l’ultima partita e poi è giusto che insieme al presidente si dica quello che poi è stato partorito. Già deciso di fatto? Con il presidente è già un mese che parliamo, ho espresso il mio pensiero e le mie intenzioni” ha detto. Nulla di più, nemmeno davanti all’insistenza di chi vorrebbe sapere subito: “Non rivelo nulla oggi? Assolutamente no, mancherei di rispetto anche al presidente con cui c’è un’amicizia. Non mancherei di rispetto a questa amicizia, ma proprio in virtù di questa amicizia è bello essere onesti su tutto”.
Il bilancio per Conte è positivo: uno scudetto, un probabile secondo posto e una Supercoppa Italiana messi in bacheca. Il rimpianto della Champions League giocata malissimo e di quella trasferta a Copenaghen che ha precluso le possibilità di arrivare ai playoff di febbraio (“Il risultato che hanno fatto gli altri”). Più in generale: “Avevo promesso che, nel momento in cui la mia esperienza a Napoli fosse finita, avrei lasciato un gruppo solido e ambizioso, capace di lottare e dare sempre fastidio. Ricordatevi che ho sempre detto: ‘Non siamo i più forti, ma dobbiamo diventare i più duri’. Il Napoli deve dare fastidio ogni anno a Juventus, Milan e Inter”.
Parole che profumano di addio e che aprono a settimane calde per due panchina: quella del Napoli del futuro, se le sensazioni saranno confermate (e De Laurentiis evidentemente ci sta lavorando da un mese) e quella della nazionale perché Conte libero diventa una tentazione enorme anche per il futuro presidente della Figc.
Fategli largo che ripassa lui: il voluminoso ex senatore del Pd, Mirello Crisafulli. Concentrato di...
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Fategli largo che ripassa lui: il voluminoso ex senatore del Pd, Mirello Crisafulli. Concentrato di astuzia e veracità. Settantasisette anni e non sentirli. L’aspirante sindaco di Enna ha aperto la campagna elettorale nell’aula magna dell’università, che fortissimamente volle nonostante la sola licenza elementare. Sala gremita. Nemmeno un posto in piedi. Gli altoparlanti che sparano uno sbeffeggiante Vasco Rossi: «Io sono ancora qua. Eh, già…». Elly Schlein, l’indispettita segretaria, gli ha negato il simbolo. Lui, come il commissario Montalbano, se ne catafotte: «Non ne ho bisogno, tutti sanno chi sono». Disse lui: «A Enna vinco con il maggioritario, con il proporzionale e anche con il sorteggio». Disse lei: «Dobbiamo colpire la gestione feudale del consenso. Basta con i cacicchi e con le correnti che bloccano il partito».
Il Barone rosso, invece, voleggia ancora sul cucuzzolo dell’isola. Mirello sfida Elly. «Da quassù vedo lontano e con un certo distacco». Senza attendere la bollinatura degli «pseudo dirigenti nazionali», autocertifica: «Il Pd sono io». Pure nell’impervio capoluogo, in mezzo alla Sicilia più ispida e di sinistra, si vota a fine maggio. L’opposizione smania. Tra il successo del referendum sulla giustizia e le prossime politiche, arrivano queste cruciali amministrative. Quale migliore occasione per dimostrare che non sarà l’ennesima crociata dell’Armata Brancaleone? Allora si stringono patti, si compilano programmi, si professa armonia. Per cercare di far dimenticare quello che la Seconda repubblica ha puntualmente sconfessato.
Il ritorno dei cacicchi e il miraggio del Campo largo
Il rifiorito Campo largo sembra già l’estirpato Ulivo. Vinse due volte le elezioni, per rinsecchire rapidamente al governo. E anche oggi, da Zagarolo a Conversano, la coalizione tribola. A Enna, Mirello assicurava la vittoria persino con il sorteggio. A Salerno, Vincenzo De Luca reiterava: «Qui mi votano anche le pietre». Cacicco pure lui: anzi il più illustre esponente dell’immortale categoria. Non ama Elly. Eufemismo. Il sentimento è ricambiato. I trascorsi non sono certo idilliaci. Riassumiamo, quindi: un anno fa lo «Sceriffo» non si ricandidò governatore in Campania, ma solo perché non era passata la regola sul terzo mandato. In compenso, a ottobre 2025 il suo primogenito è diventato segretario regionale del Pd.
L’adamantina sperava di aver fregato lo scafato. Illusa. Don Vincenzo adesso vuole diventare, per la quinta volta non consecutiva, sindaco di Salerno. Degli accordi capitolini se ne impipa pure lui. Tanto da aver costretto 5 stelle e Avs, ferocemente avversi, a correre con un proprio candidato: Franco Massimo Lanocita. Per non parlare del simbolo negato, ovviamente. Il figliolo, Piero, abbozza: il civismo in città è «tradizione». L’ex ministro, Andrea Orlando, ironizza: «Le tradizioni vanno sempre rispettate, come il Natale e la Pasqua». Il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, suggella: «Evidentemente il simbolo non serviva…».
Le fratture sull’asse Pd-M5S dalla Puglia all’Emilia
In Campania a penare sono i piddini. Nella confinante Puglia, invece, a frantumare i sogni di concordia sono soprattutto i Cinque stelle di Giuseppe Conte, futuro contendente della «testardamente unitaria» Elly alle primarie. I progressisti corrono divisi a Trani, Molfetta e Gallipoli. Nemmeno a San Giovanni Rotondo riesce il miracolo. Non è solo la patria di Padre Pio. Proprio l’ex premier si trasferì qui da giovane al seguito del padre, diventato segretario comunale. Insomma, i sensali del campo largo dovevano mostrarsi bendisposti e caritatevoli. Invece, niente. Pure nella città che custudisce le spoglie del santo e i ricordi del giovane Giuseppi, finisce malamente. Pd e Cinque stelle da una parte. Riformisti da un’altra. Rifondazione comunista da un’altra ancora. Nella scarlatta Emilia-Romagna, intanto, procede la diaspora di Avs. I dirigenti locali di Europa Verde accusano il leader, Angelo Bonelli, di aver svenduto l’ecologismo per compiacere gli alleati piddini, tacciati delle più turpi cementificazioni.
E poi c’è lui: l’incontenibile Matteo Renzi. A dispetto della sbandierata fratellanza e dell’irrilevanza numerica di Italia Viva, riesce a rimestare come nessuno mai. Considera ancora la Toscana un suo feudo. E le prossime amministrative saranno decisive. Non si fanno prigionieri. Vedi il caso dell’ennesima vecchia gloria Dem: David Ermini, già vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, prima amico e poi acerrimo nemico del Machiavelli di Rignano. S’erano tanto amati, fin da quando Matteo era presidente della Provincia di Firenze. Ermini entrò in Parlamento ai tempi dell’epopea rottamatrice. Fino alla consacrazione definitiva: la guida del Csm. Ma poi Renzi ritrattò: «Un errore politico clamoroso». Mai scelta sarebbe stata più funesta: «Le persone mediocri non dovrebbero essere mai premiate». Ermini, dopo ulteriori accuse, annunciò querela. Ma l’impavido infierì: «È diventato vicepresidente del Csm grazie al metodo Palamara».
Lo psicodramma del fu Giglio Magico in Toscana
Adesso lo svillaneggiato si candida sindaco a Incisa e Figline Valdarno, con il sostegno di Pd e Avs. I Cinque stelle si sottraggono: nel 2024 l’ex renzianissimo fu nominato presidente di Spininvest, la holding finanziaria di Aldo Spinelli. E il terminalista ha patteggiato tre anni e due mesi per l’inchiesta sul porto genovese che travolse l’ex governatore ligure, Giovanni Toti. Ma nemmeno Casa Riformista, ultima trovata di Matteo, appoggia Ermini. Anzi: avanza una candidatura antagonista. «Desta sconcerto» attaccano dal Pd il senatore Dario Parrini e la deputata Simona Bonafè, ex segretari regionali nella ruggente epoca di Matteo al potere. I due infieriscono: «Non hanno avuto il coraggio di usare il simbolo di Italia Viva per paura di perdere voti? La coerenza in politica è fondamentale». Tocca così replicare all’indomabile Francesco Bonifazi, commissario di Italia Viva in Toscana: «Parrini e Bonafè parlano di coerenza? Guardino le giravolte di Ermini. Chissà cosa ne pensa il loro ex amico Luca Lotti».
È l’ultimo, straziante, psicodramma del fu «giglio magico». Anche a Sesto Fiorentino, comunque, i renziani decidono di frantumare i sogni schleineiani. La plateale rottura arriva sull’ampliamento dell’aeroporto di Peretola. Campo largo contrarissimo. Casa Riformista favorevolissima. Assieme ad Azione, +Europa e una selva di siglette sostiene quindi un altro sfidante: Alessandro Martini, già assessore a Firenze della seconda giunta Nardella.
E anche a Viareggio si sono impuntati. Eppure, le cose sembravano andare magnificamente. Onorando le liturgie romane, erano state persino celebrate le primarie. La vincitrice non incontra però i gusti degli italovivi. Così, dopo aver partecipato speranzosi alla partita, hanno deciso prima di portarsi a casa il pallone e poi di bucarlo. In ossequio al nobile spirito della consultazione, ovviamente: «Il risultato certifica le differenze interne, non c’è stato un vincitore netto».
Largo a un’altra aspirante dunque. Niente alleanza. Pure in Versilia sembra già il buon vecchio Ulivo. «Io non volevo solo partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle fallire» dice il protagonista della Grande Bellezza, compiacendosi dei suoi controversi intenti. Matteo Renzi è già il Jep Gambardella del campo largo. Sembra in buonissima compagnia. Testardamente uniti, certo. Ma fino a un certo punto. Finché convenienza non li separi.
Novanta minuti di pura tensione e che hanno prodotto un ribaltone clamoroso in zona Champions...
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Novanta minuti di pura tensione e che hanno prodotto un ribaltone clamoroso in zona Champions League. Il mezzogiorno di fuoco del calcio italiano è valso il prezzo del biglietto e ad una giornata dalla fine del campionato ha prodotto alcuni verdetti, non tutti definitivi, che segnano presente e futuro delle squadre coinvolte.
L’unica certezza scritta nella pietra è che il Napoli giocherà la prossima Champions League. Non c’erano tanti dubbi, dovendo Conte semplicemente chiudere il lavoro in casa del genere retrocesso Pisa, ma la pratica è stata sbrigata dai partenopei (0-3) senza che ci fossero tremori e, dunque, da qui in poi De Laurentiis potrà concentrarsi sul progetto sportivo della prossima stagione.
Gli altri verdetti non sono definitivi, ma perché tra una settimana la classifica venga riscritta serve che succedano cose poco pronosticabili. In estrema sintesi: il Milan è risorto nel momento più buio, la Roma gode perché ha dominato il derby e si è iscritta nel quartetto per l’Europa che conta, la Juventus sta vivendo un vero e proprio dramma sportivo.
I bianconeri sono fuori dalla Champions League a una giornata dalla fine, colpevoli di aver gettato al vento tutto prima con il Verona e poi facendosi battere dalla Fiorentina (0-2) davanti alla propria gente, giustamente arrabbiata. Un disastro sportivo ed economico. Il campionato si chiuderà con un derby in casa del Torino nel quale la Juventus deve solo vincere, sperando che da San Siro e Verona arrivi una combinazione dei risultati favorevole: difficilissimo.
Chi non muore mai è Max Allegri. In coda alla settimana dei veleni e dei regolamenti di conti, alla guida di una squadra che non dava più segni di vita, il tecnico livornese a costruito a Marassi (1-2) in capolavoro di cinismo e praticità. Le reti di Nkunku e Athekame sono un pass per la Champions League e anche un modo per ribadire la straordinaria capacità di Allegri di portare in porto le proprie barche anche in mezzo a mari tempestosi. La chiusura a San Siro contro il Cagliari è una trappola psicologica più che tecnica, ma i rossoneri sono padroni del proprio destino.
Il derby dell’Olimpico, invece, ha completato la rimonta della Roma che solo un mese fa sembrava spacciata, tagliata fuori da tutto dopo aver gettato al vento il lavoro di tre quarti di stagione. La Lazio ha fatto la figura dello sparring partner, si è consegnata a due capocciate di Mancini e chiude malissimo un’annata nata senza che ci fossero visioni e speranze.
Gasperini non dipende dai risultati di nessun altro e gli basta vincere a Verona, sul campo di una squadra già retrocessa, per dare ai Friedkin quello che inseguono dal 2019 e cioè il ritorno in Champions League. La quota quarto posto si è alzata così tanto da tagliare fuori, quasi certamente, il Como di Fabregas per il quale il treno era passato nelle scorse settimane. Rimane una straordinaria qualificazione all’Europa League, il successo sul Parma serve a tenere ancora aperta una porticina al sogno.
Sarebbe divertente immaginare Mao Zedong dopo la nuotata nello Yangtze a Wuhan (guarda te le...
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Sarebbe divertente immaginare Mao Zedong dopo la nuotata nello Yangtze a Wuhan (guarda te le coincidenze) – incipit della grande Rivoluzione culturale – che s’accomoda sulla riva con secchiello e paletta e scandisce «grande è la confusione sotto il cielo, dunque la situazione è eccellente». Questa è la condizione dei titolari dei circa 30 mila stabilimenti balneari d’Italia – danno da lavorare a mezzo milione di addetti – in balìa delle onde della direttiva Bolkestein. Tra proroghe, pronunciamenti, ordinanze che si susseguono, non sanno più che pesci pigliare e aspettano come l’oracolo di Delfi una sentenza della Cassazione.
Sanno, però, che il 58% degli italiani vuol fare vacanze al mare: dunque grande confusione, ma eccellente prospettiva. Che però è come lo yogurt, a scadenza: se non cambiano le cose, al 31 dicembre di quest’anno il 90% delle 27 mila concessioni demaniali dovrà andare a gara.
Il bivio della Cassazione e il pressing di Bruxelles sulla direttiva Bolkestein
La Suprema Corte dovrebbe però annullare due ordinanze del Consiglio di Stato – la 17 e 18 – del 2021 secondo cui le concessioni balneari non potevano essere prorogate automaticamente e si esaurivano al 31 dicembre 2023. Mario Draghi – in quel momento presidente del Consiglio – potè così tacitare l’Europa che premeva perché la Bolkestein fosse applicata senza ulteriori esitazioni. Il custode della legge di Bruxelles si chiama Salvatore D’Acunto responsabile per la rimozione delle barriere nel Mercato interno. È il “nemico” giurato dei nostri bagnini e da anni redige procedure d’infrazione contro l’Italia.
Oddio, non che l’Europa tratti tutti allo stesso modo: la Spagna, la Francia, la Croazia, ma anche la Grecia che molti indicano come modello virtuoso fanno come pare a loro. Sono passati altri cinque anni da quel pronunciamento del Consiglio di Stato, oggi presieduto da Luigi Maruotti che pare avere cambiato un po’ orientamento, ma la situazione è di assoluto caos; c’è un punto fortissimo di contrasto: la scarsità della risorsa condizione perché sia applicabile la Bolkestein. I “bagnini” ma anche il governo hanno puntato tutto sulla dimostrazione che solo il 35% dei litorali è in concessione, ma prima il Consiglio di Stato e poi l’Ue hanno detto: è scusa che non vale.
Ora la Cassazione potrebbe eccepire che i pronunciamenti dei giudici amministrativi, se basati sulla dimostrazione o meno della scarsità, sono nulli. Solo che l’estate – al contrario di quello che cantavano i Righeira – sta cominciando e ci sono in ballo, malcontati, una quarantina di miliardi di fatturato turistico. A dirlo – per quel che vale – è per esempio l’European Best destination 2026 che, forte di preferenze espresse da un milione e passa di turisti, sostiene che Cefalù, Bosa, Ravello, Procida e Taormina sono tra le mete più ambite di quest’anno anche perché il 98% dei litorali italiani ha le acque più pulite del Mediterraneo.
Il caos dei bagnini e la contromossa della Regione Calabria
Solo che questi turisti rischiano di non trovare nessuno che li accudisce. Al caos sulle licenze si è aggiunto a quello sulla sorveglianza e cioè su quante ore deve stare a bordo spiaggia il bagnino e quale brevetto di salvamento debba avere. Secondo alcuni Tar – per esempio nelle Marche sono in rivolta tutti i gestori dei lidi pesaresi – finché il chiosco (inteso anche come ristorante) sta aperto deve esserci presente l’addetto al salvamento che deve avere anche il “patentino” per usare i defibrillatori.
Tornando a bomba, la legge appena approvata dalla Regione Calabria farà discutere. Il presidente Roberto Occhiuto, di Fi, ha capito che il turismo balneare è una scommessa possibile e, scottato dal caso Gioiosa Ionica – 17 concessioni messe forzatamente all’asta -, ha deciso di stoppare la guerra delle licenze. Anche a costo di un duro contrasto con il governo e con il ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, che sta cercando una strada per salvare le vecchie concessioni senza urtare il premier che in Europa ha garantito che l’Italia si sarebbe adeguata alla Bolkestein entro quest’anno. La norma della Calabria dice che, se non c’è scarsità di risorse, non vanno fatte le gare e le concessioni restano in mano ai titolari.
Sposa così la tesi di tutte le associazioni che rappresentano i gestori. Fabrizio Licordari, presidente di Assobalneari, uno dei più combattivi, commenta: «Pieno apprezzamento e plauso istituzionale nei confronti del Consiglio regionale della Calabria e della Giunta guidata dal presidente Roberto Occhiuto per l’approvazione unanime delle nuove disposizioni legislative in materia di demanio marittimo. La scelta compiuta rappresenta un atto politico e amministrativo serio, coerente e giuridicamente fondato, che applica correttamente la direttiva Bolkestein rispettandone integralmente l’articolo 12. Introduce infatti un principio fondamentale troppo spesso ignorato: l’obbligo di procedure a evidenza pubblica può sussistere esclusivamente in presenza di una effettiva scarsità della risorsa naturale e di un interesse transfrontaliero certo».
Licordari è convinto che il governo impugnerà la legge calabrese, ma chiede che si arrivi almeno al tanto promesso bando tipo che è allo studio del ministero guidato da Salvini. D’altra parte la Lega con Gian Marco Centinaio – ora vicepresidente del Senato – quando era ministro del Turismo ha sempre difeso strenuamente i balneari. Anche di recente Centinaio, pensando al caso di Spotorno dove il sindaco vuole azzerare le licenze, ha dichiarato: «Lì va in scena un attacco ideologico contro l’impresa balneare». Il nodo del contendere di maggior frizione sono i criteri per stabilire gli indennizzi a chi perde la concessione.
L’assalto dei fondi d’investimento e i paradossi dei prezzi sulle spiagge libere
Resta il dato che se abolire le concessioni doveva servire a favorire la concorrenza sembra che stia avvenendo l’esatto contrario. Il fondo Onda – costituito da alcuni dei maggiori gruppi economici del Nord Est: dai Lunelli a Matteo Marzotto, da Donato Romano de La Piadineria ai Rivetti (Stone Island) e agli Zucchetti (software operativi) – sta rastrellando alle aste le concessioni di Veneto e Friuli, un altro gruppo finanziario attorno al fondo Vesper (Matteo de Barbant, Alfredo De Falco) starebbe puntando sul Gargano e altri imprenditori come Davide Tavianello (farmacie Hippocrates), Enrico Giacomelli (Namiral) e l’immobiliarista Giuseppe Amitrano – seguendo le orme del “capostipite” del settore Flavio Briatore – si stanno buttando sui lidi.
Anche l’affermazione che liberando le spiagge si fa un favore ai clienti regge poco. A Bonassola (siamo in Liguria) la società Fisa, che gestisce la spiaggia pubblica in accordo col Comune, ha raddoppiato i prezzi: un lettino in prima fila per tutta la stagione sfonda i 4 mila euro! Ed è certo circostanza sorprendente sapere che nello spezzino il Tar della Liguria prima ha ordinato che venissero distrutte le attrezzature dei bagni, poi ha sancito che le gare devono essere fatte entro giugno. Risultato non c’è più turismo balneare.
Lo stesso vale per Spotorno dove il limite del 40% di spiaggia pubblica ha tolto di mezzo 9 lidi storici. Ma i pronunciamenti contradditori ormai riguardano tutta Italia. A Grosseto il Tar ha annullato la proroga delle concessioni, ad Arma di Taggia vanno a bando 12 concessioni senza indennizzi, nel Lazio invece il Tar ha confermato le concessioni fino al 2033, a Rimini sono stati aperti i bandi senza però aspettare la normativa tipo che è in elaborazione da parte dell’esecutivo e ci sarà uno tsunami di ricorsi.
Mentre in Italia si vive questa assoluta incertezza, altrove ignorano l’Europa. In Spagna – Paese della vicepresidente della Commissione europea e commissaria alla Concorrenza la socialista Teresa Ribera – le concessioni sono state prorogate per 90 anni. È partita la procedura d’infrazione, ma Pedro Sánchez, il premier spagnolo, l’ha respinta al mittente. La Francia – temendo soprattutto le proteste dei lidi della Corsica – si acconcia a concessioni di almeno 25 anni, ma con manufatti non edificati sul terreno demaniale, mentre in Grecia ha fatto molto rumore lo stop in 251 località per lettini e ombrelloni. Peccato che nessuno dica che le concessioni demaniali nel Paese vanno da 5 a 99 anni. A chi sono riservate le più lunghe? La risposta è semplice: agli hotel che si affacciano sul mare. Che guarda caso sono in mano ai capitali e alle catene alberghiere di tedeschi – la Freaport si è comprata 14 aeroporti delle isole dopo la crisi del 2009 – olandesi e americani.
Resta un mistero perché la bozza dell’istanza di archiviazione di Andrea Sempio del 2017 sia...
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Resta un mistero perché la bozza dell’istanza di archiviazione di Andrea Sempio del 2017 sia uscita dalla Procura di Pavia e sia finita nel «fascicolo permanente» di Sempio redatto dal Nucleo informativo del Comando provinciale dell’Arma.
Il comandante di quell’ufficio era il maggiore Maurizio Pappalardo, oggi accusato di numerosi reati e recentemente condannato a 5 anni e 8 mesi di reclusione per corruzione e stalking nei confronti dell’ex fidanzata. Ma nessuno lo ha ancora coinvolto ufficialmente nelle indagini sulla discussa archiviazione di Sempio su cui resta aperta un’inchiesta per corruzione.
Il giallo della minuta fotocopiata e le tre immagini nel cellulare
Gli acquirenti della Procura di Brescia, a tal proposito, hanno sentito Pappalardo come persona informata dei fatti, anche perché nel cellulare dell’ufficiale in congedo gli investigatori hanno rinvenuto tre foto che immortalavano altrettanti documenti del fascicolo su Sempio. Ma nessuno è riuscito a spiegare come la bozza della richiesta di archiviazione, con tanto di correzioni scritte a mano e un nuovo incipit di undici righe appuntato a mano su un foglietto (con il logo della società di intercettazioni Rcs), sia potuta finire nel fascicolo «P» di Sempio.
Il dato certo è che la minuta è stata fotocopiata, probabilmente con una certa fretta o con superficialità. Infatti due pagine sono state duplicate insieme: della 17 si vede solo un angolo, sotto la piegatura della precedente. Quindi, chi ha fatto la copia di quell’atto segreto non si è preoccupato di controllare di avere il documento integrale. Lo stava facendo di nascosto, senza l’autorizzazione dei magistrati? Le indagini dovranno trovare la risposta.
Intanto la pm che ha ammesso di avere redatto la bozza dell’istanza, Giulia Pezzino (che nel febbraio del 2025 si è dimessa dall’ordine giudiziario), ha spiegato ai colleghi di Brescia di averla inviata solo al proprio diretto superiore, Mario Venditti, oggi indagato per corruzione.
E a proposito dell’allegata noticina vergata a mano, ha spiegato: «Non ho mai visto questo scritto. Non riconosco la calligrafia, né il logo riportato sul foglio (Rcs, ndr). Non so a cosa corrisponda». L’ex magistrato non si accorge che quel testo non è altro che l’inizio dell’atto da lei firmato il 15 marzo 2017.
Le difformità tra la bozza segreta e l’atto formale depositato
Come si può vedere nelle foto in questa pagina, quelli sull’incipit sono stati, comunque, interventi non sostanziali. A colpire è la sigla «fatto» in calce al testo tipica delle Procure, anche se nessuno, come vedremo ha, per ora, riconosciuto la paternità del documento.
Per quanto riguarda il resto della bozza rinvenuta nel fascicolo «P», le correzioni fatte a penna sono pochissime e alcune di queste non sono state recepite nel documento finale (come la proposta di inserire l’aggiunta «sua eventuale» alla parola «colpevolezza»).
Nella richiesta informale e non firmata predisposta dalla Pezzino si chiede l’archiviazione senza fare alcun riferimento agli eventuali avvisi da notificare alle persone offese o danneggiate legittimate a fare opposizione.
Invece, nella richiesta formale sottoscritta dalla Pezzino, da Venditti e dal procuratore Giorgio Reposo, i magistrati spiegano perché non possano essere considerate persone offese o danneggiate dal reato la denunciante Elisabetta Ligabò, madre di Alberto Stasi, e il medesimo figlio. Ciò al fine di giustificare la mancata notifica dell’avviso della richiesta di archiviazione ai due, impossibilitati così a fare opposizione. L’argomento, di carattere formale, è che le persone offese o danneggiate dall’omicidio sono i congiunti più stretti della vittima e non già colui che in quel momento si trovava detenuto, in ipotesi ingiustamente, per il medesimo fatto.
Il gip Fabio Lambertucci, il 23 marzo 2017, appena otto giorni dopo la richiesta, accoglie, nel suo decreto di archiviazione, tale erronea impostazione, dando atto che è stata avvisata unicamente la famiglia Poggi. Ma come si fa a non considerare, almeno teoricamente, «persone danneggiate» Stasi o i suoi genitori che hanno dovuto versare centinaia di migliaia ai Poggi? Aveva più interesse a presentare opposizione alla richiesta di archiviazione chi aveva già un colpevole in carcere e ottenuto un cospicuo risarcimento o chi nel nuovo procedimento veniva scagionato a discapito di Sempio?
Il mistero della grafia anonima e i sospetti della sezione di pg
Ma torniamo all’appunto scritto a penna.
La grafia non sarebbe quella di Venditti, come confermato ieri dai legali dell’ex magistrato. Altrettanto disponibile a chiarire la questione è stato l’ex procuratore Reposo: «La grafia di quel documento non appare riconducibile alla mia. D’altra parte il fascicolo è stato assegnato al procuratore aggiunto e al sostituto, che certamente non avevano bisogno dei miei consigli: o, se ne avevano, me li avrebbero chiesti».
Da parte loro, escludono «categoricamente» la paternità dell’appunto anche i difensori di Silvio Sapone, l’ex capo della sezione di polizia giudiziaria della Procura di Pavia. Per un ventennio è stato il collaboratore di fiducia dei magistrati della Procura e suoi colleghi ci hanno raccontato che non di rado scriveva a penna bozze di informative di pg.
Nelle nuove intercettazioni depositate dalla Procura di Pavia gli viene attribuito, dalla famiglia Sempio, un ruolo per cui non è mai stato indagato. La mattina del 27 settembre 2025, Andrea Sempio spiega ai suoi famigliari chi sia quel militare: «[…] Adesso è nell’inchiesta Clean […] praticamente intercettavano, per dire, vari imprenditori così e dicevano “Ciccio guarda” che ne so, “ti arriva la Finanza il mese prossimo” e in cambio, diciamo, di protezione […] pigliavano dei soldi». Quindi aggiunge: «Il problema è che quello lì si occupava anche del caso Garlasco […] aveva intercettato anche noi in quel periodo».
I verbali delle intercettazioni ambientali e i legami con l’inchiesta Clean
Dunque Andrea collega alcuni contatti avuti con Sapone durante le indagini del 2017 a Clean, una mega inchiesta in tre tronconi che, oltre a imprenditori, politici e funzionari pubblici, ha coinvolto anche alcuni dei carabinieri della cosiddetta «Squadretta» di investigatori che operava a Pavia. «Io l’ho detto ad Angela», specifica Sempio, «se quello lì l’han preso in Clean, probabilmente faranno un collegamento con noi, prima o poi secondo me». Gli attuali inquirenti, però, precisano che Sapone «non risulta sia mai stato indagato» nell’inchiesta Clean (anche se nei faldoni di Clean 2 è citato più volte).
Secondo Sempio, il luogotenente in pensione lo aveva contattato direttamente: «Questo Sapone mi ha chiamato una volta perché, a quanto mi hanno detto, c’era anche un sistema in cui loro cercavamo di prendere le persone che erano sottoposte a indagine o che […] “se mi dai i soldi ti aiuto”».
L’indagato assicura pure di avere girato immediatamente il contatto al suo avvocato, che avrebbe successivamente definito il maresciallo «un pirla». In un’altra conversazione Sempio commenta: «Secondo me era proprio lui che chiamava, perché qua è lui quando mi ha proposto la roba…». Secondo Sempio, dunque, Sapone potrebbe avergli offerto aiuto nel pieno delle indagini del 2017 e quando i magistrati, nel 2025, paiono interessati ai suoi rapporti con il carabiniere, dà l’idea di volerlo scaricare, mentre elenca al padre i contatti con Sapone e con il proprio avvocato, contenuti probabilmente in un tabulato: «Io te l’ho stampato solo… perché se loro vogliono sapere di Sapone… qua hanno le tre chiamate». Il genitore replica: «No, non faccio niente… questa è una cosa che non so se serve». Ma il figlio insiste: «Fagliela vedere… poi… rompevano i maroni sulle varie cose, noi sapevamo prima le cose. Loro hanno detto perché avete […] l’archiviazione a febbraio se c’è stata a marzo?».
Resta la domanda delle 100 pistole: ma perché, solo pochi mesi fa, i Sempio erano pronti a consegnare ai magistrati la testa dell’uomo che gli aveva offerto protezione e che gli avrebbe passato notizie di prima mano sull’inchiesta? Si tratta dell’ennesima domanda, per ora, senza risposta.
Che scandalo: Trump fa affari, Trump sta al gioco di Xi, Trump molla gli alleati...
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Che scandalo: Trump fa affari, Trump sta al gioco di Xi, Trump molla gli alleati in Asia, Trump lascia sola l’Europa. Tutti salgono in cattedra per spiegare cos’è la trappola di Tucidide, evocata dal leader cinese: se una potenza emergente minaccia di scalzare la potenza egemone ma traballante, l’esito inevitabile è il conflitto. E allora? Che dovrebbe fare Trump, piuttosto che cercare un modus vivendi con l’avversario? Fargli la guerra santa? Morire per Taipei? Lui un’idea ce l’ha: «Non voglio che qualcuno dichiari l’indipendenza», ha detto ieri, «e che gli Usa debbano percorrere 15.000 chilometri per andare in guerra». Avesse ragionato così con l’Iran…
Pure la destra critica The Donald: le frange radicali del mondo Maga gli rinfacciano che l’appeasement con Pechino sarebbe un tradimento dell’America first. È vero: il tycoon prometteva di risolvere gli scompensi provocati dall’irruzione del Dragone nel commercio mondiale, con il loro impatto sull’occupazione e i salari negli Usa. Ma nelle attuali condizioni, egli può ottenere più di un accordo che consenta a lui e alla nazione di «fare affari»? Ci ha messo del suo per complicarsi la vita: i dazi non hanno piegato la Cina, alla quale non saranno sfuggite le cattive prestazioni belliche degli statunitensi. Se però, oggi, il regime gusta la crisi del «complesso americano» (La Stampa), è anche perché, alle spalle, c’è un paio di decenni di clamorosi abbagli strategici dell’Occidente. A propiziare l’ingresso della «tigre» nel Wto, in nome dell’inarrestabile diffusione della democrazia liberale, fu Bill Clinton. Mica Trump.
La trappola di Tucidide e il realismo di Trump
Francis Fukuyama, altro protagonista di quegli anni di ubriacatura ottimistica, ormai teorico semipentito della «fine della Storia», su Repubblica si impunta sul principio: «A Trump», dice, «non importa sostenere le democrazie nel mondo». «In un “deal”», rincara la dose, sul quotidiano di Torino, Stefano Stefanini, «tutte le pedine intermedie sono poi spendibili, se il prezzo è giusto. Anche Taiwan. Anche Kiev». È la logica volgare del «fare affari», no?
La vera domanda, in realtà, è se chi illustra la trappola di Tucidide ne abbia colto le implicazioni. Per chiarirle, insieme all’ideatore della formula, il politologo Graham Allison, vale la pena citare la «tragedia delle grandi potenze», che è al centro del realismo offensivo di John Mearsheimer: la struttura del sistema internazionale e la competizione per l’egemonia regionale, secondo lo studioso, rendono la guerra l’esito più probabile. Di fronte a una prospettiva del genere, la versione alternativa al realismo politico, il realismo difensivo, confida che la strada del compromesso rimanga sempre percorribile. Occorre una sorta di autolimitazione, che preservi gli interessi principali di ogni parte in causa, allontanando lo spettro della lotta senza quartiere. E se la posta in ballo è tanto delicata, se l’effetto collaterale di un fallimento è tanto pernicioso, è logico che siano necessarie rinunce pesanti. Anche sul piano morale.
Il sacrificio di Taiwan e le nuove linee rosse di Washington
In un suo saggio recente, Charles Glaser, esponente di spicco di tale corrente, suggerisce esattamente questo agli Stati Uniti: arretrare (nel senso di attestarsi su una linea più sicura); difendersi; continuare a competere. Applicata alla regione dell’Indo-Pacifico, l’argomentazione dovrà scandalizzare le anime belle degli editorialisti: la prima vittima della pace potrebbe essere l’indipendenza di Taipei. «Combattere una guerra in Asia orientale per preservare la democrazia a Taiwan», scrive Glaser, «metterebbe la sicurezza ed eventualmente persino la sopravvivenza degli Usa in serio pericolo». «La migliore opzione degli Stati Uniti», che non significa quella perfetta, solo la più adeguata alla situazione, «è terminare il loro impegno nei confronti di Taiwan […], conservando invece i loro impegni di alleanza nei confronti di Giappone, Corea del Sud e Filippine». Significa che si può eliminare il fattore da cui nascerebbe un grave incidente, precisando, al contempo, che le «linee rosse» (Il Foglio) esistono a Washington come a Pechino.
Naturalmente, ciò presuppone che Trump, a parte «fare affari», voglia tenere in piedi certe alleanze tradizionali che costano, ma sono segno della capacità americana di proiettare influenza. E, dunque, esercitano funzioni deterrenti sulle ambizioni cinesi. D’altro canto, l’indignazione per il distacco da Taipei trascura che Xi gode, sì, di tanti vantaggi, però sconta altrettanti elementi di debolezza. L’Armada di The Donald non ha offerto una prova memorabile in Iran. Ma il Dragone, militarmente, è ancora indietro. E sui chip, benché lo neghi, l’expertise a stelle e strisce gli serve. L’ex sottosegretario Onu, Kim Won-soo, lo ha spiegato al Corriere: la leadership cinese preferirebbe un’annessione pacifica di Taiwan. «Non può permettersi di impegnarsi in una guerra lunga e potenzialmente dolorosa». Anziché combattere, gli Usa possono «fare affari» sfruttando le loro leve. A differenza dell’Ue, che gli affari li lascia fare a Pechino, offrendosi sul piatto d’argento.
Il katéchon globale e la riscoperta del senso del limite
Il destino delle relazioni tra i due blocchi, almeno nell’immediato, difficilmente poggerà su qualcosa di meglio di una dinamica frenante. Un’ambiguità che scoraggi imprese sconsiderate della Cina. Un katéchon che rallenti l’ascesa della potenza emergente e, magari, il tracollo di quella declinante. Nessun automatismo, nel bene e nel male, può considerarsi dato. Il futuro dell’umanità si decide sul filo degli equilibri precari indicati da Massimo Cacciari: la riscoperta del senso del limite, anzitutto spaziale; ergo, la volontà politica di trovare un accomodamento, piuttosto che inseguire la chimera dello Stato mondiale, che si espande all’infinito. «Il progresso», deve riconoscere Fukuyama, «incontra ostacoli importanti». Toh: la fine della Storia può attendere.
L’Eurovision Song Contest 2026 si è concluso con una vittoria destinata a restare nella storia...
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L’Eurovision Song Contest 2026 si è concluso con una vittoria destinata a restare nella storia della manifestazione. A conquistare il primo posto è stata infatti la Bulgaria grazie a DARA e al brano Bangaranga, una performance che ha saputo trasformare il palco di Vienna in uno spettacolo potente, visionario e profondamente legato alle radici culturali del suo Paese. Per la Bulgaria si tratta del primo trionfo nella storia dell’Eurovision.
Fin dalle prove generali, DARA era riuscita ad attirare l’attenzione grazie a un’esibizione completamente diversa rispetto alle proposte pop più tradizionali viste in gara. Luci aggressive, coreografie ispirate ai rituali folkloristici balcanici e un’atmosfera quasi cinematografica hanno dato vita a una performance costruita sull’impatto emotivo prima ancora che sulla melodia. Bangaranga mescola elettronica contemporanea, ritmi tribali e richiami alla tradizione bulgara, creando un’identità sonora immediatamente riconoscibile.
Dietro il personaggio artistico di DARA c’è Darina Yotova, cantante nata a Varna nel 1998 e diventata famosa in patria dopo la partecipazione a X Factor Bulgaria. Negli anni successivi l’artista ha costruito una carriera molto solida nell’Europa orientale, distinguendosi per lo stile diretto.. Con l’album ADHDARA aveva già mostrato la volontà di raccontare una generazione inquieta e impulsiva. All’Eurovision quella stessa energia si è trasformata in un linguaggio universale.
La finale di Vienna ha confermato quanto il concorso europeo stia cambiando. Sempre più spesso il pubblico premia artisti capaci di portare sul palco una forte identità culturale invece di inseguire formule pop internazionali già viste. DARA ha saputo fare esattamente questo: costruire una proposta contemporanea senza rinunciare alle proprie radici.
Alle sue spalle, al secondo posto, si è classificato Israele con Noam Bettan e la ballata Michelle, una delle canzoni più melodiche della serata. Terza posizione invece per la Romania con Alexandra Căpitănescu e Choke Me, brano dark-pop che ha conquistato soprattutto il televoto grazie a una messa in scena molto teatrale.
Ottimo risultato anche per l’Italia, che ha chiuso al quinto posto con Sal Da Vinci e Per sempre sì. Il cantante napoletano è stato tra i protagonisti più apprezzati della settimana eurovisiva. Il brano, già prima della finale, aveva superato quota 60 milioni di streaming sulle piattaforme digitali, confermando il forte legame dell’artista con il pubblico italiano e internazionale. Pur restando fuori dal podio, il suo piazzamento conferma ancora una volta la continuità dell’Italia all’interno della competizione europea, ormai stabilmente tra i Paesi più competitivi dell’ultimo decennio.
Il successo della cantante bulgara potrebbe rappresentare l’inizio di una nuova fase per il concorso. Una fase in cui autenticità, contaminazione culturale e forza visiva contano più delle formule costruite a tavolino. E dopo il trionfo di Vienna, il nome di Dara è destinato a diventare uno dei più popolari della nuova scena pop europea.
In principio fu il Green deal, quando l’Unione europea aprì la finestra da cui è...
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In principio fu il Green deal, quando l’Unione europea aprì la finestra da cui è entrata l’industria cinese del clean tech, cioè pannelli solari e turbine eoliche. Un ingresso che oggi ha portato l’Europa alla dipendenza al 90% dall’industria cinese in quel settore.
Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese.
Il fallimento strategico del Green Deal europeo e il dominio elettrico cinese
Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni.
L’ombra di Dongfeng su Cassino e l’avanzata nella penisola iberica
Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
I nodi della produttività asiatica tra automazione e vincoli industriali
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
Entra nel vivo l’organizzazione della prossima Milano Fashion Week. In programma dal 19 al 23...
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Entra nel vivo l’organizzazione della prossima Milano Fashion Week. In programma dal 19 al 23 giugno 2026, la kermesse, realizzata con il supporto del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, di Agenzia ICE e del Comune di Milano, presenta un calendario di 75 appuntamenti, di questi, 22 sfilate tra fisiche e digitali; 46 presentazioni e 7 eventi. Dedicata alle collezioni di moda e accessori maschili per la primavera/estate 2027, la fashion week vede l’esordio in passerella di Thom Browne, Garcias, Martin Quad e Shinyakozuka. Tra le novità anche la co-ed di Giorgio Armani: lunedì 22 giugno, infatti, Leo Dell’Orco e Silvana Armani presenteranno, per la prima volta insieme, la collezione Uomo e una selezione di capi della collezione Cruise 2027 Donna. Non solo, lato presentazioni, la schedule si arricchisce del prêt à porter toscano di Bunhova By Bungaro, della maglieria di De Nobiliary Particle, dei gioielli Dodo, di Koday, Materia, Sergio Davila e Tolotta. “La moda è un linguaggio universale che non conosce differenze e confini. È un sistema solido, radicato e profondamente internazionale, capace di rappresentare un modello virtuoso proprio nel momento in cui affrontiamo sfide e complessità che riguardano tutti noi. In questo contesto, Milano si conferma il luogo in cui questo sistema trova la sua espressione più compiuta: una piattaforma aperta, capace di generare valore culturale ed economico per l’Italia e per il mondo”, ha spiegato Carlo Capasa, Presidente Camera Nazionale della Moda Italiana, ”La nuova edizione della Milano Fashion Week Uomo ribadisce tale vocazione con una proposta ricca e articolata, che va ben oltre la sfilata come atto centrale: accanto alle passerelle, numerose presentazioni ed eventi animano la città, sperimentando format e linguaggi capaci di rispondere ai cambiamenti del nostro tempo e di allargare la conversazione sulla moda maschile contemporanea. Camera Nazionale della Moda Italiana rinnova con convinzione il proprio impegno nella promozione dei designer della nuova generazione. Abbiamo scelto di attivare per la terza edizione lo spazio di Fondazione Sozzani come palcoscenico dedicato a una selezione di brand emergenti, che avranno l’opportunità di sfilare e presentare le proprie collezioni in un contesto di prestigio e visibilità. È un investimento nel futuro della moda italiana: credere nei talenti significa dare loro gli strumenti e il contesto giusto per crescere”.
C’è un effetto collaterale dell’aumento di sovrappeso e obesità che finora era rimasto quasi invisibile. Non...
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C’è un effetto collaterale dell’aumento di sovrappeso e obesità che finora era rimasto quasi invisibile. Non riguarda soltanto il rischio cardiovascolare, il diabete o i costi sanitari. Tocca anche la vita quotidiana, gli spazi urbani e perfino gli ascensori. A lanciare il tema è uno studio presentato al Congresso europeo sull’obesità (Eco), in corso a Istanbul, che invita a ripensare gli standard con cui vengono progettati molti impianti di sollevamento utilizzati ogni giorno da milioni di persone. La questione, apparentemente curiosa, in realtà è molto concreta. Per decenni il settore ha fatto riferimento a un presupposto considerato stabile: il peso medio di un passeggero. In Europa gli standard industriali hanno assunto storicamente un valore di circa 75 chilogrammi per persona. Un dato che negli anni Settanta poteva essere realistico, ma che oggi non coincide più con la composizione corporea media della popolazione europea.
Lo studio coordinato da Fick Finer, presidente della International Prader-Willi Syndrome Organisation ed ex docente di Medicina all’University College London, ha analizzato 112 ascensori installati in diversi Paesi dell’Europa occidentale tra il 1970 e il 2024. L’obiettivo era verificare se la progettazione degli impianti abbia seguito l’evoluzione del peso corporeo della popolazione negli ultimi cinquant’anni. I risultati mostrano un andamento interessante. Fino ai primi anni Duemila i produttori sembravano avere progressivamente adeguato la capacità teorica degli ascensori alla crescita del peso medio. Negli anni Novanta, per esempio, il carico previsto per singolo passeggero era salito attorno agli 80 chili. Dopo il 2002, però, questa tendenza si sarebbe sostanzialmente fermata. E questo nonostante il peso medio della popolazione abbia continuato ad aumentare. Secondo gli autori, il problema non è soltanto tecnico. Riguarda anche la percezione sociale e l’accessibilità. Se un cartello indica che un ascensore può trasportare otto persone, ma nella pratica quello spazio diventa insufficiente o poco confortevole per corpi molto diversi rispetto al passato, il rischio è creare disagio, rallentamenti e persino situazioni potenzialmente critiche.
Le vecchie norme e il rebus della sicurezza negli edifici moderni
Il tema si intreccia con il mondo delle norme tecniche sugli ascensori, che negli ultimi anni hanno puntato soprattutto su sicurezza, accessibilità e gestione delle emergenze. Le norme europee della serie EN 81, recepite anche in Italia, regolano infatti aspetti come il trasporto di persone, i sistemi di allarme, l’accessibilità per le persone con disabilità e la prevenzione dei rischi. In particolare, la normativa UNI EN 81-70 stabilisce requisiti minimi per consentire un utilizzo sicuro e indipendente degli ascensori anche alle persone con disabilità, mentre la UNI EN 81-20 disciplina le regole di sicurezza per la costruzione e l’installazione degli impianti. Il punto evidenziato dalla ricerca presentata all’Eco è che molti criteri tecnici sono stati aggiornati tenendo conto soprattutto della superficie disponibile in cabina, più che dell’effettiva evoluzione del peso corporeo e della conformazione fisica della popolazione. In altre parole, gli ascensori moderni possono rispettare le dimensioni richieste dalle norme, ma continuare a basarsi su ipotesi di carico ormai datate. Secondo Finer, il passaggio da un modello fondato sul peso a uno basato principalmente sulla superficie calpestabile non avrebbe seguito davvero i cambiamenti antropometrici degli ultimi decenni. Oggi esistono infatti dati molto dettagliati sull’aumento della circonferenza vita e delle dimensioni corporee medie della popolazione, elementi che potrebbero richiedere una revisione più ampia degli standard progettuali.
Il problema riguarda soprattutto il patrimonio edilizio esistente. In Italia, secondo dati riportati dall’UNI, sono in funzione quasi un milione di ascensori e oltre il 70% degli impianti ha più di vent’anni. Una quota significativa supera addirittura i trent’anni di attività. Questo significa che milioni di persone utilizzano quotidianamente ascensori progettati in un’epoca in cui il profilo medio degli utenti era molto diverso da quello attuale. Non è un caso che negli ultimi anni le norme europee abbiano insistito anche sull’adeguamento progressivo degli impianti esistenti agli standard più moderni di sicurezza e accessibilità. Va chiarito che lo studio non sostiene che gli ascensori siano improvvisamente diventati insicuri. Gli stessi autori riconoscono i limiti della ricerca, definita descrittiva e basata su un campione relativamente ridotto. Tuttavia il lavoro pone una domanda che potrebbe diventare sempre più centrale nei prossimi anni: le infrastrutture progettate nel Novecento sono ancora adeguate ai cambiamenti fisici della popolazione contemporanea?
Per anni abbiamo pensato alla casa come al luogo della protezione assoluta, dello spazio separato...
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Per anni abbiamo pensato alla casa come al luogo della protezione assoluta, dello spazio separato dal rumore del mondo, dalla città, dal traffico, dallo smog, da tutto ciò che fuori sembra sporco, aggressivo, fuori controllo. Abbiamo imparato a scegliere ciò che mangiamo, a leggere le etichette dell’acqua, a controllare la temperatura delle stanze, a misurare il sonno, i passi, il battito, il tempo trascorso davanti agli schermi. Eppure, proprio l’elemento più costante, più intimo, più inevitabile della nostra vita quotidiana è rimasto a lungo fuori dalla grammatica del benessere contemporaneo: l’aria.
La respiriamo senza guardarla, la attraversiamo senza pensarci, la consideriamo neutra perché non ha forma, colore, rumore, odore, almeno non sempre. Ma l’aria domestica, quella che riempie camere da letto, cucine, soggiorni, stanze dei bambini, luoghi di lavoro ibrido e spazi in cui ormai si concentra una parte enorme dell’esistenza, è diventata una delle nuove frontiere tecnologiche e culturali del comfort abitativo. Non più solo riscaldare, raffreddare, arredare o illuminare, ma capire che cosa circola davvero dentro una stanza, quali particelle restano sospese, quali allergeni si accumulano, quali sostanze invisibili vengono generate da gesti apparentemente innocui come cucinare, accendere una candela, usare un detergente, vivere in un appartamento ben isolato nel cuore di una grande città.
È dentro questa nuova consapevolezza che si inserisce il lavoro di Dyson sulla purificazione dell’aria e, in particolare, il nuovo Dyson HushJet Purifier Compact, purificatore compatto che nasce da un principio quasi aeronautico: muovere l’aria in modo più potente, più controllato, più silenzioso, trasformando una tecnologia spesso percepita come funzionale in una parte sempre più invisibile, ma decisiva, della vita domestica.
Il nuovo dispositivo utilizza un flusso d’aria ad alta velocità ispirato ai motori a reazione, un ugello HushJet pensato per proiettare aria purificata in modo concentrato e silenzioso, un sistema di filtrazione elettrostatica a 360 gradi capace di catturare il 99,97% delle particelle fino a 0,3 micron, e una modalità notturna che arriva a 24 dB, un livello paragonabile a un sussurro. Ma oltre la scheda tecnica, oltre il design compatto, oltre la promessa di un filtro dalla durata fino a cinque anni, la vera questione è più ampia: che cosa significa, oggi, respirare aria pulita dentro casa?
L’intervista: perché l’aria indoor è il nuovo benessere invisibile
Quanto è davvero centrale oggi il tema della qualità dell’aria negli ambienti domestici e quali sono i principali rischi invisibili a cui siamo esposti quotidianamente?
«Oggi il tema della qualità dell’aria indoor è molto più centrale rispetto al passato, anche perché passiamo circa il 90% del nostro tempo in ambienti chiusi. Spesso associamo l’inquinamento all’esterno – traffico, smog o aree industriali – ma in realtà l’aria domestica può essere persino più inquinata. Recenti dati raccolti da Dyson attraverso oltre 2,5 milioni di purificatori connessi nel mondo mostrano che, in due Paesi su tre, i livelli medi annuali di PM2.5 all’interno delle abitazioni risultano superiori rispetto all’esterno. Le abitazioni moderne sono sempre più isolate termicamente: trattengono il calore, ma anche gli inquinanti. A questo si aggiungono sorgenti invisibili quotidiane come la cottura a gas, i detergenti, le candele profumate, il riscaldamento a combustione o i mobili che rilasciano composti organici volatili come formaldeide e benzene. Parliamo quindi di un inquinamento spesso invisibile, ma che può incidere concretamente sulla qualità del sonno, sulla respirazione e sul comfort quotidiano».
Quando si parla di aria “pulita”, cosa significa concretamente? Quali sono le differenze tra un ambiente semplicemente ventilato e uno realmente purificato da polveri sottili, allergeni e batteri?
«Un ambiente ventilato non è necessariamente un ambiente purificato. Aprire una finestra permette il ricambio d’aria, ma non garantisce l’eliminazione delle particelle ultrafini o degli allergeni presenti nell’ambiente, e in alcune aree urbane può addirittura introdurre nuovi inquinanti dall’esterno che sono invisibili e inodore. Quando parliamo di aria pulita, parliamo di aria in cui particelle come PM2.5, polline, polvere, batteri, allergeni e gas vengono intercettati attivamente attraverso sistemi di filtrazione ad alta efficienza».
In che modo le tecnologie Dyson riescono a intercettare particelle microscopiche come PM2.5, virus o agenti inquinanti, e quali sono le innovazioni più rilevanti introdotte negli ultimi anni?
«Per una realtà come Dyson, dal punto di vista ingegneristico, la sfida non è solo catturare gli inquinanti, ma distribuire l’aria purificata in modo uniforme nell’ambiente, mantenendo al tempo stesso silenziosità e comfort. È proprio su questo equilibrio tra prestazioni, gestione del flusso e acustica che Dyson ha concentrato lo sviluppo delle ultime tecnologie. Nel purificatore nuovo Dyson HushJet, ad esempio, abbiamo sviluppato un sistema di proiezione completamente nuovo ispirato ai motori a reazione. L’ugello HushJet genera un flusso d’aria concentrato e controllato, riducendo la turbolenza e quindi anche la rumorosità. In modalità notte il dispositivo raggiunge appena 24 dB, un livello comparabile a un sussurro, mantenendo comunque elevate prestazioni di purificazione. Dal lato filtrazione, il sistema elettrostatico a 360° cattura il 99,97% delle particelle fino a 0,3 micron, inclusi polline, polvere e forfora animale, integrando anche carbone attivo per gas e odori. Inoltre, il sistema è completamente sigillato: ciò che viene catturato resta all’interno del filtro. Un altro elemento distintivo è la durata del filtro fino a cinque anni, resa possibile dal nuovo materiale filtrante caricato elettrostaticamente».
L’aria è ancora il grande rimosso del benessere quotidiano
Il punto più interessante, forse, è proprio culturale. Perché la qualità dell’aria domestica non riguarda soltanto una tecnologia, un sensore, un filtro, un apparecchio più o meno sofisticato. Riguarda il modo in cui abbiamo costruito, per decenni, l’idea stessa di salute domestica. Siamo entrati nell’epoca della casa performante, intelligente, automatizzata, connessa, esteticamente curata e termicamente efficiente, ma il paradosso è che proprio gli ambienti più isolati, quelli progettati per trattenere calore e ridurre dispersioni, possono trattenere anche ciò che non vorremmo respirare.
Esiste ancora una sottovalutazione culturale del tema aria indoor rispetto, ad esempio, all’alimentazione o alla qualità dell’acqua?
«Negli ultimi anni sicuramente è cresciuta l’attenzione verso il tema della qualità dell’aria indoor, anche perché le conseguenze sanitarie dell’esposizione – persino a concentrazioni moderate – a determinati agenti inquinanti stanno emergendo in modo sempre più chiaro. Allo stesso tempo, credo che ci sia ancora una sottovalutazione culturale rispetto ad altri aspetti del benessere domestico, come l’alimentazione o la qualità dell’acqua. Oggi siamo molto attenti a ciò che mangiamo o beviamo, ma raramente ci chiediamo cosa stiamo respirando ogni giorno. Eppure un essere umano respira oltre 10.000 litri d’aria al giorno, mentre mediamente beviamo circa 2 litri d’acqua: questo confronto rende bene l’idea di quanto la qualità dell’aria abbia un impatto centrale sulla nostra vita quotidiana. L’aria è un elemento invisibile e proprio per questo spesso viene percepita come innocua o scontata. In realtà può avere un impatto diretto sulla qualità del sonno, sulla concentrazione, sul comfort quotidiano e, più in generale, sul benessere delle persone. Credo che nei prossimi anni assisteremo a una crescente consapevolezza culturale sul tema dell’aria indoor, molto simile a quella già avvenuta nel settore dell’acqua o dell’alimentazione».
Quanto incidono fattori quotidiani come cucinare, utilizzare detergenti o vivere in ambienti urbani sul livello di inquinamento domestico?
«Incidono molto più di quanto si pensi. Attività quotidiane apparentemente innocue possono generare picchi significativi di particolato e composti organici volatili. La cottura a gas, soprattutto ad alte temperature, può produrre PM2.5; detergenti e profumatori rilasciano VOC; candele e combustione domestica generano particelle ultrafini. In ambienti urbani, inoltre, gli inquinanti esterni possono accumularsi negli spazi interni, soprattutto nelle abitazioni moderne ad alta efficienza energetica».
Bambini, allergie, città: quando l’aria diventa una questione concreta
La purificazione dell’aria, in questo senso, smette di essere una promessa astratta e diventa una questione quotidiana, soprattutto per chi vive in città, per chi soffre di allergie, per chi ha bambini, animali domestici, anziani in casa, o semplicemente per chi ha iniziato a capire che il benessere non è fatto solo di ciò che si vede. Non si tratta di medicalizzare ogni stanza, né di trasformare la casa in un laboratorio sterile, ma di prendere atto che l’ambiente indoor è un ecosistema, e come tale può essere monitorato, migliorato, gestito.
Qual è il reale impatto di un purificatore d’aria sulla salute, in particolare per soggetti sensibili come bambini, anziani o persone con allergie?
«Per soggetti sensibili come bambini, anziani o persone allergiche, ridurre l’esposizione quotidiana a polveri sottili, pollini e allergeni può contribuire a migliorare il comfort respiratorio e la qualità della vita. In particolare, i bambini sono più vulnerabili perché respirano una quantità di aria significativamente maggiore in proporzione al loro peso corporeo rispetto agli adulti; questo significa che gli inquinanti presenti nell’ambiente possono avere un impatto relativamente più elevato sul loro organismo. Per questo motivo, garantire aria più pulita negli ambienti in cui vivono, dormono o studiano assume un’importanza ancora maggiore. Un purificatore non sostituisce naturalmente la ventilazione o eventuali indicazioni mediche, ma rappresenta uno strumento concreto per gestire meglio l’ambiente indoor, soprattutto in contesti urbani o durante i periodi di allergie stagionali».
In un contesto di cambiamento climatico e aumento dell’inquinamento, la purificazione dell’aria domestica è destinata a diventare uno standard, come oggi lo sono i sistemi di riscaldamento o raffreddamento?
«Credo di sì. La gestione della qualità dell’aria diventerà progressivamente parte integrante del concetto stesso di comfort abitativo. Così come oggi consideriamo essenziali il riscaldamento o il raffrescamento, in futuro sarà sempre più naturale aspettarsi ambienti in grado di monitorare e gestire automaticamente anche la qualità dell’aria».
Rendere visibile l’invisibile
Qui entra in gioco anche la dimensione più interessante della tecnologia applicata alla casa: non soltanto fare, ma mostrare. Non soltanto purificare, ma rendere leggibile ciò che normalmente resta fuori dalla percezione. Perché una delle ragioni per cui l’aria è stata così a lungo sottovalutata è proprio la sua apparente assenza. Ci accorgiamo di un odore, di un fumo, di una stanza chiusa, ma non vediamo il PM2.5, non vediamo i composti organici volatili, non vediamo gli allergeni finché non diventano sintomo, fastidio, stanchezza, irritazione, sonno disturbato.
Dyson integra sempre più sensori e tecnologia smart nei suoi dispositivi: quanto conta oggi la capacità di monitorare in tempo reale la qualità dell’aria?
«È fondamentale, perché rende visibile qualcosa che normalmente non percepiamo. Attraverso sensori avanzati e l’app MyDyson, l’utente può monitorare in tempo reale la qualità dell’aria, ricevere notifiche sullo stato del filtro e lasciare che il dispositivo regoli automaticamente la potenza in base ai livelli rilevati. Questo approccio permette non solo di migliorare l’efficienza della purificazione, ma anche di ottimizzare consumi energetici e silenziosità».
Come si evolverà il concetto di “comfort domestico” nei prossimi anni? L’aria sarà uno degli elementi centrali insieme a temperatura e design?
«Il comfort domestico sarà sempre più multidimensionale. Non riguarderà più soltanto temperatura o estetica degli ambienti, ma una combinazione più ampia di fattori legati al benessere quotidiano: qualità dell’aria, silenziosità, illuminazione, controllo dell’umidità e in generale capacità dell’ambiente di adattarsi alle esigenze di chi lo vive».
Infine, quali sono gli errori più comuni che le persone commettono quando pensano alla qualità dell’aria in casa?
«Uno degli errori più comuni è pensare che l’aria indoor sia automaticamente più pulita di quella esterna. Un altro equivoco frequente è associare la qualità dell’aria soltanto agli odori: in realtà molte delle sostanze più problematiche sono invisibili e inodori. Infine, spesso si sottovaluta l’importanza della distribuzione dell’aria nell’ambiente: non basta filtrare, bisogna anche far circolare efficacemente l’aria purificata in tutta la stanza».
Dyson HushJet Purifier Compact: la tecnologia che lavora in sottofondo
Dyson HushJet Purifier Compact nasce esattamente da questa idea: un oggetto che non deve imporsi nella stanza, ma lavorare in sottofondo, intercettando ciò che non si vede e restituendo all’ambiente una forma nuova di comfort. Il suo ugello HushJet, ispirato ai principi aerodinamici dei motori a reazione, proietta un flusso mirato di aria purificata riducendo turbolenze e rumorosità; il filtro elettrostatico e a carbone attivo è progettato per catturare particelle e odori; il sistema completamente sigillato fa sì che ciò che entra resti all’interno; la modalità automatica monitora la qualità dell’aria e regola le prestazioni in tempo reale, anche durante la notte.
Non è un dettaglio marginale che il prodotto sia stato pensato anche per la camera da letto, cioè per il luogo in cui la casa smette di essere rappresentazione e torna corpo, respiro, riposo, vulnerabilità. Perché se l’aria può incidere sulla qualità del sonno, sulla respirazione, sulla concentrazione e sul comfort quotidiano, allora la purificazione non appartiene più soltanto al mondo degli elettrodomestici, ma entra nella più ampia conversazione sul futuro dell’abitare.
Il vero cambio di paradigma è questo: l’aria non è più uno sfondo. È materia viva della casa, anche se invisibile. È infrastruttura biologica del benessere, anche se non la tocchiamo. È uno degli elementi che nei prossimi anni definiranno il nuovo lusso domestico, non quello ostentato, ma quello più silenzioso e radicale: vivere in un ambiente che non solo appare migliore, ma respira meglio insieme a noi.
Al terzo match ball Jannik Sinner chiude la maratona contro Medvedev e conquista la finale...
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Al terzo match ball Jannik Sinner chiude la maratona contro Medvedev e conquista la finale degli Internazionali di Roma. Due partite in una giocate con in mezzo una notte, Sinner a fine partita ha ammesso: “Stanotte ho fatto fatica a dormire, a me di solito non succede mai”. La tensione e l’adrenalina hanno lasciato il segno dopo la battaglia contro il russo interrotta sul 4-2 del terzo set dopo che Sinner aveva dominato il primo, ma nel secondo aveva avuto un passaggio a vuoto andando 0-3, aveva anche vomitato in campo, poi si era ripreso recuperando fino al 3-3, per poi cedere il set di fronte alla crescita di Medvedev che ha giocato un secondo set praticamente perfetto.
Dalla pioggia al sole
Le condizioni climatiche di venerdì sera sono state molto impegnative per entrambi i tennisti: altissimo il tasso di umidità, bassa la temperatura e le palle che andavano meno veloci del solito. Sinner ha confermato che sa subito entrare in partita e come gli capita spesso ha strappato il servizio a Medvedev per poi breakarlo ancora e volare a chiudere il primo set 6-2. Medvedev ci mette sempre un po’ a carburare, ma è considerato uno specialista nelle partite che si allungano. Il russo ha alzato il ritmo e ha ridotto moltissimo le pause tra un punto e l’altro, a dimostrazione di un’ottima condizione fisica. Dall’altra parte Sinner ha accusato invece la fatica, è andato spesso in affanno soprattutto dopo gli scambi lunghi, ma è sempre restato nel match grazie alla sua straordinaria capacità di concentrazione. “Nessuno ha la testa di Jannik” è la frase che si sente ripetere nel circuito dagli esperti mondiali di tennis. Probabilmente la capacità di giocare i punti decisivi sempre al meglio deriva proprio dalla sua concentrazione che raggiunge il massimo quando serve. E’ successo anche venerdì sera, all’inizio del secondo set, quando il match era in assoluto equilibrio e Sinner dopo aver richiesto l’intervento del fisioterapista che lo ha massaggiato alla coscia destra (con contestazione di Medvedev al giudice arbitro perchè il russo sosteneva che con i crampi non si può chiedere l’intervento) ha giocato uno splendido terzo game in risposta andando a strappare il servizio a Medvedev. Sul 4-1 a suo favore Sinner ha avuto l’occasione per andare sul 5-1, ma Medvedev ha annullato due palle-break poi mentre il russo serviva per andare sul 4-3 ecco la pioggia e la lunga notte di attesa. Fino al pomeriggio di oggi: Sinner e Medvedev sono rientrati in campo con il sole e una temperatura mite, il russo con un ace si è portato sul 4-3, poi Sinner ha vinto il proprio turno di servizio, ha sprecato due match ball sulla battuta di Medvedev per poi chiudere 6-4 e conquistare la seconda finale consecutiva a Roma. Prima di lui c’è riuscito solo Nicola Pietrangeli, perchè Adriano Panatta, vincitore nel 1976, ha raggiunto due finali ma in tre anni.
La felicità di Jannik
“E’ stato breve ma difficile: nella notte ho fatto fatica a dormire perché quando devi completare un match non sai mai cosa può succedere e c’è sempre molta tensione. Penso che Casper sia una sfida complicata, sta giocando molto bene, ogni settimana e ogni match le cose possono cambiare, per me è un torneo speciale e lo è per gli italiani, cercherò di fare del mio meglio”. Per Sinner è la quinta finale Masters 1000 del 2026, la sesta consecutiva da Parigi Nanterre 2025, la terza della stagione sui tre tornei di questa categoria sulla terra come solo Nadal è stato in grado di fare, l’ultima volta nel 2013. La striscia di vittorie di fila nei Masters 1000 si allunga a 33 ed è laventottesima di quest’anno.
È cominciato un clima di distensione tra Stati Uniti e Cina? Forse sì, ma non...
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È cominciato un clima di distensione tra Stati Uniti e Cina? Forse sì, ma non è detto. Donald Trump e Xi Jinping si sono incontrati a Pechino, dove hanno avuto dei colloqui per poi partecipare a una cena di Stato. Il tono generale ha segnato un rasserenamento dei rapporti e, in particolare, si è registrata una (non scontata) convergenza sul dossier iraniano. Al contempo, Taiwan resta però fonte di attrito tra le due potenze rivali.
«Il presidente Trump e io abbiamo avuto un approfondito scambio di opinioni sulle relazioni tra Cina e Usa e sulle dinamiche internazionali e regionali», ha affermato il presidente cinese durante la cena di Stato, per poi aggiungere: «Entrambi crediamo che la relazione tra Cina e Stati Uniti sia la più importante relazione bilaterale al mondo. Dobbiamo farla funzionare e non rovinarla mai». «Sia la Cina che gli Stati Uniti trarrebbero vantaggio dalla cooperazione e ci perderebbero dallo scontro. I nostri due Paesi dovrebbero essere partner, non rivali», ha continuato. «Il popolo cinese e quello americano sono entrambi grandi popoli. Raggiungere la grande rinascita della nazione cinese e rendere di nuovo grande l’America possono andare di pari passo», ha anche detto. «Il mondo è un mondo speciale quando noi due siamo uniti e insieme», ha dichiarato, dal canto suo, Trump, invitando Xi a visitare gli Stati Uniti il prossimo 24 settembre.
L’asse energetico sullo Stretto di Hormuz e il nodo di Taipei
Prima della cena, i due presidenti avevano avuto un colloquio di oltre due ore. «Le due parti hanno concordato che lo Stretto di Hormuz deve rimanere aperto per garantire il libero flusso di energia», ha reso noto un funzionario della Casa Bianca, per poi aggiungere: «Il presidente Xi ha inoltre chiarito l’opposizione della Cina alla militarizzazione dello Stretto e a qualsiasi tentativo di imporre un pedaggio per il suo utilizzo, e ha espresso interesse ad acquistare più petrolio americano per ridurre la dipendenza della Cina dallo Stretto in futuro». «Entrambi i Paesi hanno concordato che l’Iran non potrà mai possedere un’arma nucleare», ha proseguito il funzionario americano. Al contempo, secondo un comunicato del governo cinese, Xi ha fatto presente a Trump che la questione di Taiwan è quella «più importante» e che, se gestita non adeguatamente, potrebbe innescare un «conflitto». «L’indipendenza di Taiwan e la pace nello Stretto di Taiwan sono fondamentalmente incompatibili», ha dichiarato il presidente cinese, che ha anche auspicato che i due Paesi possano «superare la trappola di Tucidide» (vale a dire l’inevitabilità di una guerra tra potenze che competono per l’egemonia).
«Le nostre politiche in merito non sono cambiate. Sono rimaste pressoché invariate nel corso di diverse amministrazioni presidenziali e continuano a esserlo tuttora», ha dichiarato, sempre ieri, Marco Rubio, riferendosi al dossier taiwanese. «Credo che la preferenza della Cina sia probabilmente quella di un’adesione volontaria e spontanea di Taiwan. In un mondo ideale, ciò che vorrebbero è un voto o un referendum a Taiwan che approvi l’annessione», ha aggiunto. Il segretario di Stato americano, oltre a esprimere soddisfazione per la convergenza tra Washington e Pechino sulla crisi iraniana, ha poi reso noto che Trump ha posto a Xi la questione di Jimmy Lai.
Gli accordi commerciali per Boeing e i protocolli sull’Intelligenza Artificiale
Sempre ieri, il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, ha dichiarato che gli Stati Uniti si attendono un ingente ordine di aerei Boeing da Pechino, per poi aggiungere che le due parti discuteranno anche di acquisti di beni energetici e agricoli. «Le due superpotenze dell’IA inizieranno a dialogare e stabiliremo un protocollo su come procedere, in modo da garantire che attori non statali non si impossessino di questi modelli», ha detto il capo del Dipartimento del Tesoro Usa. Intervenendo su Fox News, Trump ha affermato che Pechino si è impegnata a comprare dagli Usa 200 aerei Boeing 737, oltre a maggiori quantitativi di soia, petrolio e gas naturale. Il presidente americano ha aggiunto che Xi «non fornirà equipaggiamento militare» a Teheran.
Lo scenario di una tregua tattica e l’ipotesi di una Jalta 2.0
Insomma, più che a una distensione, quella tra Usa e Cina somiglia a una tregua tattica. Entrambe le potenze hanno i loro problemi. L’amministrazione Trump non riesce a risolvere la crisi iraniana, mentre la Corte suprema statunitense ha cassato alcuni dei dazi che la Casa Bianca aveva imposto. La Repubblica popolare, dal canto suo, non riesce a rilanciare il consumo interno e inizia ad avvertire il peso della crisi di Hormuz. Senza trascurare che, negli ultimi 16 mesi, Pechino ha perso influenza sull’America latina. A causa di queste debolezze, i due rivali avrebbero quindi optato per una tregua, pur non rinunciando alla competizione geopolitica. L’altra possibilità (che non contraddice tuttavia necessariamente il primo scenario) è che Usa, Russia e Cina si stiano preparando a una sorta di Jalta 2.0. Ieri, Trump e Xi hanno parlato anche di crisi ucraina. Era inoltre fine aprile, quando l’inquilino della Casa Bianca si è sentito al telefono con Vladimir Putin. Tutto questo, mentre, sempre ieri, il Cremlino ha reso noto che lo zar visiterà la Cina «a brevissimo termine». Insomma, non è escluso che i tre presidenti stiano predisponendo una nuova spartizione dello scacchiere internazionale. Un piano che – chissà – potrebbe aver preso l’avvio l’anno scorso al vertice di Anchorage.
Scendi dall’auto, tiri fuori lo smartphone, inquadri il quadratino bianco e nero sul parcometro e...
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Scendi dall’auto, tiri fuori lo smartphone, inquadri il quadratino bianco e nero sul parcometro e paghi. Questione di secondi. Ma proprio qui si nasconde una delle ultime truffe digitali: il quishing: QR Code e phishing. L’allarme arriva da Pesaro, dove Pesaro Parcheggi ha scoperto decine di adesivi pirata incollati sopra i codici QR originali dei parcometri cittadini. L’azienda ha rimosso le esche e sporto denuncia, ma il fenomeno rischia di replicarsi ovunque e non solo sui parcheggi.
La truffa del Qr Code nei parcheggi come funziona
Il meccanismo è semplice: i truffatori stampano un QR Code falsi e lo applicano sopra quello autentico. Chi lo scansiona non finisce sul portale del Comune, ma su una pagina clone, graficamente identica a quella ufficiale, dove inserisce i dati della carta di credito, il codice di sicurezza e talvolta anche informazioni personali per ricevere la ricevuta. Dati che finiscono dritti in mano ai cyber criminali. Il paradosso? Non si paga nemmeno la sosta, col rischio di trovarsi pure la multa.
Come funziona il quishing e perché è così insidioso
Un QR Code è un’immagine che contiene quasi sempre un link. Quando lo inquadri, lo smartphone ti reindirizza automaticamente a un sito o a un’app. Ed è qui che scatta la trappola. La forza del quishing sta nella fiducia visiva: un codice QR sembra tecnologico, ufficiale, e soprattutto non mostra dove porta prima di essere aperto. Così abbassi la guardia e il truffatore ne approfitta. I siti fraudolenti sono spesso copie perfette di quelli originali, con loghi, colori e sistemi di pagamento apparentemente regolari. In alcuni casi il codice non si limita a rubare credenziali: può far scaricare un malware che, installato, dà ai criminali accesso a password, messaggi e persino ai codici della banca.
Tutti i campi in cui può scattare la truffa del QR Code
Il quishing non si ferma ai parcometri. Ci sono i ristoranti e locali: un adesivo sul tavolo che invita a “consultare il menu” o “prenotare” può aprire una pagina che scarica un virus o chiede i dati della carta. Ci sono poi eventi, fiere, volantini con codici sparsi su manifesti o brochure che possono nascondere link malevoli. Puoi poi ricevere e-mail e sms con messaggi tipo “Verifica la tua spedizione” che, con QR Code, portano a siti clone di banche, corrieri o servizi online. Puoi cadere anche in falsi download di app. Qui il codice fa scaricare un file che sembra un’applicazione ufficiale ma è un trojan. Una volta installato, il truffatore ottiene il controllo del telefono. E il quishing può colpire anche colonnine di ricarica elettrica, biglietterie automatiche, bancomat. Ovunque ci sia un QR per pagare, un adesivo pirata può essere incollato sopra quello legittimo.
Come difendersi dal quishing: cinque regole d’oro
Pre proteggerti bastano pochi accorgimenti. Toccare con mano: prima di inquadrare è sempre meglio passare un dito sul QR Code. Se si sente lo scalino di un adesivo applicato sopra la superficie è quasi certamente un falso. Bisogna poi controllare bene l’url dopo la scansione del codice. Per pagare i parcheggi il modo più sicuro è affidarsi alle app ufficiali direttamente dallo store del telefono, senza passare per link esterni. Ci sono poi le due regole sempre valide contro le truffe online: mai inserire dati sensibili e tenere aggiornato lo smartphone in modo che riconosca più facilmente siti pericolosi e file sospetti. E se temi di essere caduto in trappola? È opportuno chiamare subito la banca, bloccare la carta, monitorate i movimenti sul conto e sporgete denuncia alla Polizia Postale.
Manzoni torna a far discutere proprio quando sembrava consegnato, una volta per tutte, alla tradizione...
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Manzoni torna a far discutere proprio quando sembrava consegnato, una volta per tutte, alla tradizione scolastica. La nuova polemica sui Promessi Sposi — leggerli ancora al biennio? rimandarli al quarto anno? difenderli come testo fondativo o liberarli dall’obbligo? — ha riacceso i riflettori sull’autore che generazioni di studenti hanno incontrato tra Renzo, Lucia, don Abbondio e la peste. Manzoni è anche lo scrittore che ha mostrato come la storia possa diventare romanzo senza smettere di essere storia: documenti, lingua, archivi, invenzione, giudizio morale, ironia, cronaca del potere e dei suoi abusi, tutto è contesto e contenuto nei Promessi Sposi. Per capire se quella lezione sia ancora viva, abbiamo scelto di spostare la domanda dal banco di scuola alla scrivania di chi, oggi, continua a scrivere romanzi storici. Rita Monaldi e Francesco Sorti, da qualche anno in team con la figlia Theodora Maria Sorti, sono appena tornati in libreria con Unicum Opus, pubblicato da Rizzoli BUR: un romanzo “bifronte”, con due copertine e due storie parallele e indipendenti ma tra loro intimamente intrecciate. Unicum porta il lettore nella Roma barocca del 1670, tra conclavi, fazioni cardinalizie, misteriosi attentati con protagonista Atto Melani, ex cantante castrato e agente segreto di Luigi XIV. In Opus invece Anatole France, il grande scrittore francese, è alla ricerca ossessiva di un manoscritto che lo porta sulle tracce di Atto Melani in un viaggio sulle ali della memoria.
La loro narrativa ha fatto del documento, dell’ambientazione e dell’indagine d’archivio una materia feconda: li abbiamo intervistati per capire come funziona oggi la bottega di un romanziere storico e se davvero i classici siano troppo difficili per i ragazzi.
1. Nei vostri romanzi la ricerca storica è una struttura portante. Come funziona il vostro metodo di lavoro?
Rita – È un metodo anzitutto investigativo. Già nel Seicento, Gabriel Naudé insegnava che il passato viene scritto dai burattinai della storia e dai loro aedi, foraggiati per impedirne la riscrittura. Noi puntiamo l’attenzione proprio su queste vestali della bugia, sempre così attuali: un documento che non torna, una versione ufficiale troppo liscia per non esser stata levigata. Il romanzo nasce quando quel dettaglio comincia a illuminare un sistema di potere.
2. C’è anche un fascino quasi investigativo nella ricerca d’archivio: trovare una traccia, collegare indizi, scoprire dettagli rimasti ai margini. Avete scoperto l’archivio segreto di Atto Melani, cercato invano dagli storici. Ma non è l’unico ritrovamento che avete fatto lavorando a Unicum Opus, vero?
Theodora Maria – La lista sarebbe lunga come quella di Leporello! In particolare ci ha emozionato una vicenda a cui sembra che Manzoni si sia ispirato per il suo romanzo: la storia vera, tra Como e Milano, di due promessi sposi separati da un rapimento, ordinato da un potentissimo personaggio che detta legge dietro le quinte, ha i suoi classici “bravi” e rientra nelle famose “grida” secentesche.
Francesco – I lettori di Imprimatur, il nostro primo romanzo, lo conoscono bene: è il cardinale che, di lì a poco, diventerà papa Innocenzo XI, al secolo Benedetto Odescalchi. La sua ricchissima famiglia era imparentata con quella di Carlo Imbonati, l’uomo venerato da Manzoni e legato sentimentalmente a sua madre, Giulia Beccaria. Una cugina di papa Odescalchi sposò un Carlo Imbonati seicentesco; insieme abitarono a villa Imbonati, dove Manzoni soggiornò da giovane. I Manzoni e gli Odescalchi si incrociano perfino nella celebre Colonna Infame, voluta dal giurista milanese G.B. Trotti, famiglia imparentata sia con quella di Innocenzo XI che dello scrittore (sua figlia Sofia sposò un Trotti). Ma legami biografici a parte, c’è una vicenda drammatica. I “promessi sposi” si chiamavano Giovanna Odescalchi, nipote del cardinale, e Francesco Gallio: due fidanzati appena diciottenni, con una promessa matrimoniale scritta. Mirando a un legame più vantaggioso con la famiglia Borromeo (i Gallio erano in ribasso), lo zio cardinale – dopo la morte del padre della ragazza – si oppone all’unione, e fa intervenire il governatore spagnolo. La ragazza fu privata della sua libertà, il fidanzato arrestato e rinchiuso. Giovanna infine venne obbligata a sposare Carlo Borromeo, nipote guarda caso del famoso cardinal Federico, l’eroe manzoniano. Difficile non sospettare in tutto questo una fonte d’ispirazione della vicenda di Renzo e Lucia. Con una differenza tragica nel finale: Giovanna Odescalchi muore di parto poco dopo le nozze, lasciando orfano il figlioletto, e vedovo l’uomo che non aveva scelto.
RITA – “Viste tutte queste coincidenze, siamo particolarmente contenti che Rizzoli abbia deciso di candidare Unicum Opus al premio Manzoni Città di Lecco per il romanzo storico”.
3. Scrivere romanzi come i vostri significa dedicare mesi, anni di studio prima e durante la scrittura. Che cosa vi spinge a scegliere una strada così esigente, in un tempo editoriale spesso dominato dalla rapidità?
Rita – Ai grandi bivi esistenziali non siamo mai riusciti a scegliere la strada più conveniente, se non ci sembrava anche quella giusta.
Francesco – Da qui nacque la guerra che un quarto di secolo fa ci portò alla rottura con Mondadori all’indomani della pubblicazione di Imprimatur e a essere pubblicati per 13 anni solo all’estero. E sempre da qui è scaturita la pace col gruppo di Segrate: ora la serie di Atto Melani è in Rizzoli, che la sta ripubblicando in edizioni aggiornate con le nostre ultime scoperte. Vi abbiamo incontrato manager che hanno apprezzato le nostre scelte difficili dell’epoca.
4. Viviamo in un’epoca in cui il fantasy sembra intercettare una parte enorme del desiderio di evasione dei lettori. Perché, secondo voi, vale la pena tornare al romanzo storico?
Theodora Maria – La storia offre le trame migliori, e chiama a essere liberata dagli specchi deformanti: omissioni, menzogne, documenti distrutti. Proprio questo la rende potente rispetto al fantasy. Peccato che molti romanzi storici oggi siano fantasy travestiti, per fini ideologici, di cassetta o per pigrizia. Vale la pena di tornare al romanzo storico solo se è un romanzo di formazione, e non una mera accozzaglia di fatti più o meno azzeccati, allineati all’aria che tira.
5. I romanzi moderni sono chiave d’accesso per i classici, o tocca rassegnarci al dato di fatto che “i classici sono ormai troppo difficili”?
Theodora Maria – I tempi sono cambiati. Perché non usare cinema e TV, che hanno una storia nobile e quasi secolare, in appoggio allo studio dei classici? Il paradosso è estremo: a scuola solo libri, e a casa gli occhi incollati a YouTube. Bisogna riconciliare i due mondi. Esempio: far guardare ai ragazzi i Promessi Sposi, in parallelo alla lettura scolastica, nello sceneggiato RAI del 1967, di Sandro Bolchi, con Nino Castelnuovo e Paola Pitagora nei panni degli sposi, affiancati da nomi immensi come Tino Carraro nei panni di don Abbondio, Lea Massari in quelli della monaca di Monza, Franco Parenti era Azzeccagarbugli, Luigi Vannucchi don Rodrigo, Salvo Randone l’Innominato, Massimo Girotti impersonava Fra’ Cristoforo, e tanti altri grandi nomi del teatro d’arte. Soprattutto, la sceneggiatura di Riccardo Bacchelli ne fece un testo catturante ma anche estremamente fedele a Manzoni. L’ideale per il biennio. Davanti agli sceneggiati Rai anni ’50 e ‘60 io e mio fratello da bambini abbiamo trascorso ore, felicemente stravaccati per terra: dobbiamo ringraziare loro se poi abbiamo goduto la lettura dei libri dai quali erano stati tratti. E questo malgrado siamo cresciuti all’estero: ci siamo maturati e laureati in tedesco e in inglese.
Per capire davvero cosa sta succedendo oggi in Corea del Sud non bisogna necessariamente entrare...
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Per capire davvero cosa sta succedendo oggi in Corea del Sud non bisogna necessariamente entrare in un concerto K-pop, in un flagship store beauty di Seongsu o sul set di un drama Netflix. A volte basta osservare una ciotola di makgeolli. Bianca, opaca, leggermente frizzante, con quella fermentazione morbida e irregolare che per decenni ha raccontato soprattutto la Corea rurale, agricola, lontana dall’estetica iper moderna che il Paese ha esportato nel mondo negli ultimi vent’anni.
Eppure oggi proprio quella bevanda antichissima è diventata uno dei simboli più interessanti della trasformazione culturale coreana contemporanea.
A Seoul il makgeolli sta vivendo qualcosa che va molto oltre la semplice riscoperta gastronomica. È entrato nei cocktail bar frequentati dalla Gen Z, nei ristoranti di nuova cucina coreana, nelle degustazioni premium, nei concept store, nei locali dove il design minimalista incontra le fermentazioni tradizionali. E soprattutto è entrato dentro un racconto molto più ampio: quello di una Corea che sta imparando a trasformare la propria identità culturale in linguaggio globale senza rinunciare alle proprie radici.
Dal drink dei contadini ai rooftop di Seoul
Per anni il makgeolli è stato considerato quasi una bevanda “di un’altra Corea”. La Corea delle campagne, dei lavoratori agricoli, dei ristoranti tradizionali frequentati soprattutto da persone anziane. Una bevanda popolare, economica, servita spesso in semplici ciotole metalliche e percepita come distante dall’immagine sofisticata e internazionale costruita da Seoul durante l’esplosione globale della Korean Wave.
Poi qualcosa è cambiato.
Negli ultimi anni la Corea ha iniziato a vivere una gigantesca riscoperta del proprio heritage culturale. Ma non nel modo nostalgico con cui spesso l’Occidente guarda al passato. Seoul non sta conservando la tradizione sotto vetro: la sta trasformando in esperienza contemporanea.
Il makgeolli è diventato improvvisamente cool. Non in maniera artificiale, ma attraverso un processo molto coreano di reinterpretazione estetica e narrativa. Le bottiglie hanno cambiato design. Le brewery indipendenti hanno iniziato a sperimentare fermentazioni premium, ingredienti regionali e collaborazioni artistiche. I locali hanno costruito pairing sofisticati. I bartender hanno iniziato a usarlo nei cocktail contemporanei. E il pubblico giovane ha smesso di considerarlo “la bevanda dei genitori”.
Oggi capita sempre più spesso di vedere ventenni discutere di makgeolli con la stessa naturalezza con cui a Milano si parla di vino naturale o di craft beer. Cambiano le etichette, cambia il linguaggio, ma il meccanismo culturale è sorprendentemente simile: il ritorno all’autenticità diventa anche risposta alla standardizzazione globale.
Il laboratorio di Seoul: cosa racconta la fiera del makgeolli
Questa trasformazione non resta teorica. La si vede molto chiaramente anche dentro eventi come la Korea Makgeolli Expo di Seoul, dove il makgeolli viene presentato non più come semplice prodotto tradizionale, ma come universo culturale fatto di degustazioni, packaging contemporaneo, produttori regionali, pairing gastronomici, cocktail, artigianato, turismo e racconto del territorio. È qui che la bevanda smette di essere solo memoria contadina e diventa piattaforma: un luogo in cui la Corea mette in scena la propria capacità di rendere attuale ciò che è antico, senza doverlo banalizzare o travestire da moda passeggera.
Passeggiando tra gli stand si percepisce chiaramente come il makgeolli stia vivendo una trasformazione molto simile a quella attraversata dal vino naturale in Europa: piccole brewery indipendenti che raccontano il territorio, attenzione quasi ossessiva agli ingredienti, fermentazioni artigianali, bottiglie costruite come oggetti estetici, un linguaggio visivo sofisticato e soprattutto un pubblico giovane disposto a consumare tradizione purché venga raccontata con codici contemporanei.
Il punto non è soltanto quante bottiglie vengano assaggiate o quanti stand attirino creator e influencer lifestyle. Il punto è che il makgeolli, dentro una fiera di questo tipo, diventa leggibile come fenomeno culturale: una tradizione che si organizza, si racconta, si posiziona e prova a parlare anche fuori dai confini coreani. Esattamente come è già accaduto con il cinema, con la musica, con il beauty e con la cucina, anche l’alcool tradizionale entra così nel vocabolario più ampio del soft power coreano.
La Corea che riscopre sé stessa
La trasformazione del makgeolli racconta in realtà qualcosa di molto più profondo sulla Corea contemporanea.
Negli ultimi anni Seoul ha vissuto un ritorno potentissimo verso tutto ciò che è tradizione reinterpretata: hanok restaurati trasformati in café, artigianato riportato dentro il design contemporaneo, fermentazioni storiche riscoperte da chef e giovani imprenditori, ceramiche tradizionali diventate oggetti lifestyle, quartieri storici trasformati in hub creativi.
Zone come Ikseon-dong, Seochon o persino alcune aree di Seongsu mostrano chiaramente questa nuova direzione culturale. La Corea non vuole più scegliere tra modernità e passato. Vuole trasformare il passato in un’estensione della propria contemporaneità.
Ed è esattamente qui che il makgeolli diventa interessante anche dal punto di vista culturale e politico. Perché non è soltanto una bevanda: è un pezzo di identità nazionale che viene riposizionato dentro il mercato globale.
Il nuovo soft power coreano
Per anni il soft power coreano si è appoggiato soprattutto su musica, drama e beauty. Oggi però la Korean Wave sta entrando in una fase diversa, più ampia e probabilmente più matura. Non esporta più soltanto contenuti pop, ma uno stile culturale completo.
La cucina coreana internazionale, il boom del turismo gastronomico, la crescita dell’interesse per le fermentazioni tradizionali, l’estetica heritage, il design legato alla rural culture, il successo mondiale della letteratura coreana: tutto sembra far parte dello stesso ecosistema.
Ed è interessante osservare come la Corea stia cercando di costruire connessioni sempre più profonde anche attraverso la cultura scritta e non soltanto quella visiva o musicale. In Italia questo processo passa anche attraverso iniziative come il portale “Libri Coreani in Italia”, creato dal Consolato Generale della Repubblica di Corea a Milano per raccogliere e promuovere le principali pubblicazioni di autori coreani in Italia e di autori italiani sulla Corea. Una piattaforma che ha già superato le 200mila visualizzazioni e che racconta bene come la Korean Wave stia progressivamente entrando in una dimensione più strutturata e culturale.
Perché la Corea di oggi non sta semplicemente esportando intrattenimento. Sta costruendo familiarità culturale.
Una nuova immagine della Corea
Osservare il successo contemporaneo del makgeolli significa quindi osservare una Corea molto diversa dagli stereotipi occidentali più comuni. Non soltanto tecnologia, K-pop, luci di Gangnam o skincare. Ma anche fermentazione, ritualità, rural heritage, memoria gastronomica e territorio.
Ed è forse proprio questa la fase più interessante della Korean Wave contemporanea: quella in cui il Paese smette di sembrare soltanto una potenza pop iper veloce e inizia invece a raccontarsi come civiltà culturale complessa, stratificata, capace di trasformare persino una bevanda antichissima in un linguaggio contemporaneo.
Oggi il makgeolli non è più soltanto alcool tradizionale. È design, branding, lifestyle, esperienza, turismo e identità. Ed è probabilmente una delle immagini più precise della Corea che sta arrivando adesso.
Nel pop contemporaneo, dove tutto sembra progettato per gridare più forte, correre più veloce e...
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Nel pop contemporaneo, dove tutto sembra progettato per gridare più forte, correre più veloce e occupare ogni secondo disponibile dell’attenzione collettiva, Olivia Marsh sceglie invece una strada completamente diversa: rallentare. Creare spazio. Lasciare che siano il silenzio, la vulnerabilità e le emozioni trattenute a parlare.
Con il nuovo singolo Paraglider, pubblicato da Warner Music Korea, l’artista australiano-coreana apre una nuova fase del proprio percorso musicale con un brano etereo e malinconico, costruito attorno all’idea del lasciar andare: le relazioni che continuano a pesare, il bisogno costante di controllo, la paura di abbandonarsi davvero al cambiamento.
La canzone si muove in modo lento, quasi sospeso, accompagnata da una vocalità sognante che è diventata uno dei tratti più riconoscibili di Olivia Marsh. Non c’è bisogno di esplosioni emotive o grandi climax: Paraglider lavora per sottrazione, creando un’atmosfera intima e cinematografica che sembra galleggiare tra sogno e realtà.
Anche il videoclip traduce visivamente questa sensazione di libertà fragile e luminosa, usando il volo come metafora di liberazione emotiva. Il concetto del “daydream”, il sogno a occhi aperti, attraversa l’intero immaginario del progetto e amplifica la dimensione poetica del brano.
Paraglider anticipa il secondo EP dell’artista, che porterà lo stesso titolo e continuerà ad approfondire il suo approccio autobiografico alla scrittura. Un elemento centrale nella costruzione della sua identità musicale sin dal debutto, avvenuto nel 2024 con il singolo 42, seguito nel 2025 dall’EP Meanwhile, che aveva attirato l’attenzione del pubblico internazionale grazie alla sua capacità di unire sensibilità indie-pop, storytelling emotivo ed estetica globale.
Nella sua discografia figurano anche brani come Strategy, Lucky Me featuring Wonstein e Too Good to be Bad, tracce che hanno progressivamente consolidato la sua immagine di artista capace di muoversi tra Corea, Australia e scena internazionale senza perdere autenticità.
Ed è forse proprio questo il punto più interessante del percorso di Olivia Marsh: in un’industria sempre più dominata dall’eccesso, dalla velocità e dalla necessità di diventare immediatamente virali, lei costruisce invece un pop delicato, introspettivo, quasi sussurrato. Un pop che non vuole sovrastare chi ascolta, ma accompagnarlo.
Con Paraglider, Olivia Marsh non cerca di impressionare. Cerca qualcosa di molto più difficile: far sentire.
Panorama ha parlato con lei.
Per iniziare, potresti presentarti con le tue parole e raccontarci chi è Olivia Marsh oggi? Ho sempre trovato molto difficile presentarmi. In questo momento mi descriverei come una persona che ama profondamente la musica e che sta imparando a fidarsi e ad accogliere la propria voce.
“Paraglider” sembra più un rilascio silenzioso che una rottura drammatica: da dove nasce questa idea di una libertà morbida, quasi sospesa? Il brano è nato in modo molto organico. Ricordo perfettamente quando l’ho scritto. Ero vicina a quello che potrei descrivere solo come un quasi burnout e alla fine ho fatto un breve viaggio in Australia. Quando sono tornata, mi sentivo rigenerata e guarita. La settimana del mio ritorno in Corea ho improvvisamente avuto un’esplosione di ispirazione. “Paraglider” è stata la prima canzone che ho scritto in quel periodo. Penso che quel senso di sollievo dopo un momento stressante sia finito naturalmente dentro il brano.
Nel brano c’è un equilibrio molto delicato tra vulnerabilità e controllo. Come hai attraversato quello spazio emotivo mentre lo scrivevi? Per “Paraglider” ho scritto soprattutto ciò che mi veniva naturale in quel momento. Non stavo pensando troppo a cosa volessi dire o cercando di trasformarlo in qualcosa di preciso. È stato solo riascoltandolo che ho iniziato a notare il filo emotivo che lo attraversava. Sono abbastanza sicura che le voci che si sentono nel brano siano anche alcune delle primissime take registrate, e penso che questo abbia aiutato a preservare la sensazione iniziale che provavo.
La tua voce ha una qualità quasi senza peso, sognante. È qualcosa che costruisci consapevolmente o è semplicemente il tuo modo naturale di esprimerti? Penso che il mio stile vocale si sia sviluppato naturalmente negli ultimi anni. Forse è semplicemente una preferenza personale, ma mi sento più a mio agio cantando in head voice oppure usando la voce di petto nei registri più bassi. Quando ero più giovane mi piaceva spingere di più la voce e cantare con molta più potenza, ed è sicuramente qualcosa che mi piacerebbe sperimentare ancora anche nelle canzoni future.
Il videoclip lavora sull’idea del volo come qualcosa di interiore più che fisico. Cosa significa per te, personalmente, questa sensazione di “liberazione”? So di essere una persona che tende a pensare troppo. Per me liberazione significa liberarsi da tutte quelle preoccupazioni e da quei pensieri inutili che riempiono la mia mente.
Rispetto alle tue uscite precedenti, questo brano sembra più trattenuto, quasi più introspettivo. Riflette un cambiamento nel tuo modo di raccontare le storie? In realtà penso che tutto questo EP sia un po’ più introspettivo. Non era qualcosa che avevo pianificato intenzionalmente: è nato naturalmente dallo spazio emotivo in cui mi trovavo mentre scrivevo le canzoni. Sento un legame molto forte con ogni traccia perché riflettono chi ero in quel preciso momento della mia vita.
Hai descritto il tuo songwriting come autobiografico: quanto di “Paraglider” nasce direttamente dalle tue esperienze personali? Penso che tutto in “Paraglider” sia, in qualche modo, un riflesso dei miei pensieri e delle mie esperienze. L’ho scritta durante un periodo in cui stavo guarendo e uscendo da una situazione molto stressante. Anche se nasce da qualcosa di estremamente personale, spero che chi ascolta possa proiettare le proprie emozioni dentro la canzone e magari trovare anche lui un senso di guarigione.
Nel brano c’è una forte sensazione di immobilità, qualcosa di piuttosto raro nel panorama musicale di oggi. Era una scelta intenzionale? Non era davvero intenzionale, semplicemente quella sensazione di quiete mi sembrava emotivamente giusta in quel momento. Ricordo che volevo che la canzone desse la sensazione di planare o cadere liberamente senza paura.
Il tuo sound mescola delicatezza e precisione emotiva. Quali influenze — musicali o meno — hanno contribuito a costruire questa estetica? Direi che le mie influenze più grandi sono in realtà gli autori e i creativi con cui lavoro. Negli ultimi anni ho avuto la fortuna di incontrare persone incredibilmente talentuose. Imparo tantissimo da loro a livello creativo, ma anche attraverso i rapporti e le amicizie che costruiamo insieme. Tutte queste esperienze influenzano naturalmente il modo in cui creo musica.
Hai debuttato nel 2024 e la tua identità artistica sembra essersi evoluta molto rapidamente. Qual è il cambiamento più grande che senti di aver vissuto nell’ultimo anno? Probabilmente il cambiamento più grande è stato imparare a fidarmi di più del mio istinto. Credo di aver sempre saputo quale tipo di stile e di musica mi attirasse naturalmente, ma per molto tempo non ero sicura che fosse giusto affidarmi completamente a quella direzione. Oggi mi sento molto più motivata a creare cose che amo davvero e a crearle con sincerità. Spero che chi ascolta riesca a percepirlo e a connettersi più profondamente con la mia musica.
Con il secondo EP in arrivo, in che modo “Paraglider” definisce il tono di questo nuovo capitolo? “Paraglider” è in realtà l’ultima traccia dell’EP, quindi la percepisco quasi come il capitolo finale che tiene insieme tutto il resto. Nella mia mente esiste una sorta di arco narrativo quando si ascoltano le canzoni una dopo l’altra. Personalmente sento che questo EP ha un approccio più genuino e organico. Ci sono anche leggere differenze di stile, quindi spero che le persone possano sorprendersi nel modo migliore possibile.
C’è un verso della canzone che senti particolarmente vicino a te in questo momento? “You’re the one I live for and breathe for, so set me free.”
È una frase che contrasta con alcune delle linee più oscure del brano e sembra quasi una piccola apertura verso la luce.
Come vorresti che le persone si sentissero ascoltando “Paraglider” per la prima volta? Spero che provino una sensazione di rilascio, libertà e meraviglia — quasi come se stessero volando sopra il mondo e planando senza sforzo nel cielo.
Essere un’artista australiano-coreana influenza il modo in cui crei o esprimi le emozioni nella musica? Assolutamente sì. Anche inconsapevolmente, tutto ciò che ho vissuto — da mia madre che mi cantava canzoni quando ero bambina, ai gusti musicali di mio padre, fino al fatto di essere cresciuta e aver studiato in Australia, per poi trasferirmi in Corea e conoscere la scena K-pop e la cultura della scrittura musicale qui — ha avuto un’enorme influenza sulla mia musica e sulla mia identità.
Se dovessi descriverti — non solo come artista, ma anche come persona — con una sola parola, quale sarebbe? “Aperta”. In questo periodo sto cercando di restare più aperta alle diverse esperienze e alle emozioni.
C’è una parte importante del cattolicesimo democratico italiano che mostra sempre più segni di inquietudine...
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C’è una parte importante del cattolicesimo democratico italiano che mostra sempre più segni di inquietudine rispetto al futuro politico del Paese. In particolare, questo mondo ritiene che il cosiddetto «bipolarismo selvaggio» non possa essere la regola aurea del sistema politico italiano, e che per superarlo sia necessario affermare una vera e credibile «politica di centro», cui necessariamente serve un soggetto politico corrispondente.
Non avendo mai amato i partiti personali o del capo e non essendo affascinati dal «leaderismo», coloro che si ritengono eredi dalla miglior tradizione cattolico-popolare del nostro Paese, immaginano un luogo, o se si preferisce un contenitore politico, che sia autenticamente democratico, plurale, e riformista. Non un «centro» che sappia lucrare rendite di posizione giocando sugli equilibri politici, ma un soggetto politico dinamico, innovativo e moderno.
Un nuovo spazio oltre il consolidamento della sinistra
Del resto, mano a mano che si consolida la leadership della Schlein dentro il Pd, diversi esponenti cattolici osservano che nel campo cosiddetto progressista la sinistra italiana nelle sue multiformi espressioni sta consolidandosi sempre di più e quindi un’area di centro democratica e riformista sarebbe del tutto fuori luogo e fuori spazio in quel campo politico. In questo contesto, quindi, i cattolici popolari vorrebbero contribuire ad aprire una nuova stagione politica in Italia, partendo da due presupposti: il primo è che questa cultura politica, con i suoi esponenti e i suoi dirigenti più rappresentativi, ha giocato un ruolo decisivo nei momenti più importanti della storia democratica italiana, e crede che il «centro politico» nel nostro Paese si identifichi prevalentemente con questo filone di pensiero.
Il secondo elemento attiene direttamente al ruolo e alla funzione della cultura politica cattolica popolare e sociale, ed è la presa d’atto che, senza un sussulto di dignità e una nuova assunzione di responsabilità questa cultura rischia di decadere in un ruolo di puro gregariato e di marginalità nello scacchiere politico italiano. I cattolici popolari e sociali non vogliono ridursi ad essere «i cattolici indipendenti di sinistra» all’interno dei vari partiti di riferimento. Queste considerazioni sono probabilmente alla base e stanno spingendo a muoversi la galassia del centro che guarda a sinistra, anche in vista delle prossime scadenze elettorali.
L’appuntamento dell’Antonianum e la rete dei territori
La data da evidenziare in rosso è quella del prossimo 16 maggio, quando all’Auditorium Antonianum di Roma, a due passi da San Giovanni in Laterano, si ritroverà gran parte del mondo cattolico democratico ex popolare, che dopo le convinte esperienze della Margherita e dell’Ulivo, ha proseguito, chi con entusiasmo e chi meno, aderendo al Pd, che tuttavia alcuni, oggi, cominciano a ritenere un luogo «scomodo». Il titolo dell’iniziativa è «Costruire Comunità» ed è il seguito ideale dell’appuntamento di un anno fa a Milano, a cui poi sono seguite altre iniziative.
Ci sono però due elementi che rendono questo incontro più significativo rispetto ai tanti che si susseguono da mesi: il primo è il parterre delle organizzazioni che la promuovono. L’iniziativa nasce da Paolo Ciani, deputato eletto nelle liste del Pd sotto la sigla di Demos, realtà vicina alla Comunità di Sant’Egidio, e da Graziano Delrio, deputato del Pd, che di recente ha creato l’associazione Comunità democratica. Inoltre compaiono alcune realtà civiche territoriali di area cattolica: Basilicata Comune, la lista creata da Angelo Chiorazzo; Campo Base, lista che ha eletto quattro consiglieri provinciali a Trento; e infine Per, associazione campana fondata nel 2020 da Nicola Campanile, già responsabile regionale dell’Azione Cattolica, uno dei principali animatori della cosiddetta Rete Trieste, network nato dopo la 50esima Settimana sociale della Chiesa italiana.
Il ruolo di Romano Prodi nella nuova fisionomia del centro
Campanile, che alle elezioni regionali si era presentato da solo, è tra i promotori della Rete Civica Solidale nazionale, esperienza che raduna movimenti politici e civici di ispirazione cristiana e sociale. In sintesi, è un raduno che prova a chiamare a raccolta quel mondo cattolico – fatto di associazioni, movimenti, esperienze di liste territoriali – che ora fatica a trovare un riferimento. L’obiettivo è di riunire queste realtà che gravitano nel mondo dell’associazionismo cattolico. La domanda è: per andare dove? E, altro dettaglio non da poco, con chi.
La risposta a queste due domande la può dare la seconda differenza rispetto alle altre iniziative, e cioè la presenza confermata di Romano Prodi. Da tempo si dice che il Professore non abbia più rapporti splendidi con la segretaria del Pd. Dopo aver contribuito significativamente alla sua elezione, Prodi ha visto piano piano scemare la sua influenza: Elly non lo chiama più tre volte la settimana per chiedere consigli e la strada che il Pd sta prendendo, insieme ad altri soggetti, lo preoccupa perché lo porrebbero in una condizione marginale. Inoltre è consapevole che tutta questa attenzione verso la sindaca di Genova va verso la creazione di un «centro» che non corrisponde affatto alle tradizioni cattoliche popolari, ma alle mire di potere di Renzi e soci. Prodi è consapevole che con Schlein e Conte probabilmente non si vince e con la Salis lui stesso perderebbe una parte rilevante della sua influenza. Da qui il tentativo di dare una fisionomia più organizzata a un’area di centro cattolico-popolare, anche con un proprio candidato, che possa fortemente entrare in partita e condizionarne gli sviluppi. Ci riuscirà? Avrà il tempo necessario per questa impresa? Difficile dirlo, ma chi conosce bene il Professore, anche se ha sulle spalle 87 primavere, sa che tenterà fino all’ultimo.
Gli italiani leggono. Molto più di quanto il racconto abituale sulla presunta morte dei libri...
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Gli italiani leggono. Molto più di quanto il racconto abituale sulla presunta morte dei libri lasci immaginare. Secondo una ricerca commissionata da Amazon Kindle e condotta da OnePoll su 2.000 adulti in Italia tra febbraio e marzo 2026, il 97% degli italiani legge almeno una volta a settimana e il 53% lo fa ogni giorno. Numeri che raccontano un legame ancora fortissimo con la lettura, ma anche una trasformazione silenziosa: non è il desiderio di leggere a essere entrato in crisi, è la capacità di farlo senza interruzioni.
In un tempo scandito da notifiche, stanchezza, frammentazione mentale e giornate che sembrano non concedere mai davvero una pausa piena, la lettura resiste, ma cambia forma. Diventa più breve, più intermittente, più esposta al rischio di perdere il filo. Il libro resta un rifugio, ma sempre più spesso è un rifugio disturbato.
Sei minuti persi a ogni sessione: il costo invisibile delle distrazioni
Il dato più interessante emerso dall’indagine riguarda proprio la qualità del tempo dedicato ai libri. Ogni sessione di lettura comporta in media sei minuti persi a rileggere o rielaborare il testo, soprattutto a causa di distrazioni, interruzioni e affaticamento visivo. Considerando una media di quattro sessioni a settimana, il tempo disperso arriva a circa 22 ore all’anno.
Non si tratta soltanto di minuti sottratti alla lettura. È qualcosa di più sottile: il momento in cui la mente esce dalla pagina, torna indietro, cerca di ricostruire una frase, un passaggio, un’emozione già interrotta. La lettura, che dovrebbe essere immersione, diventa recupero. Il piacere del libro si trasforma in piccolo esercizio di resistenza.
Quasi due terzi dei lettori, il 63%, dichiarano infatti di dover rileggere alcuni passaggi per comprenderli pienamente. Più della metà, il 53%, indica proprio distrazioni e interruzioni come la causa principale della perdita di qualità dell’esperienza di lettura.
Quando leggere diventa uno sforzo
La conseguenza non è soltanto una lettura più lenta. È una lettura più fragile. Tra chi si trova spesso a dover rileggere, uno su cinque afferma che questo allunga significativamente i tempi, mentre un quarto dei lettori dichiara di aver abbandonato libri che stava apprezzando perché proseguire richiedeva troppo sforzo.
È qui che emerge una delle contraddizioni più contemporanee: non si smette di leggere perché i libri non interessano più, ma perché il contesto rende sempre più difficile restare dentro una storia, un saggio, un pensiero lungo. I libri lasciati a metà diventano così una piccola frustrazione privata, una pila fisica o digitale di intenzioni sospese.
L’abbandono non nasce necessariamente dalla noia. A volte nasce dalla fatica. Dalla sensazione che riprendere quel libro, dopo giorni o settimane di interruzione, significhi dover ricominciare mentalmente da capo.
La lettura si spezza in momenti più brevi
Le abitudini stanno quindi cambiando. Alle lunghe sessioni continuative si affiancano sempre più spesso momenti brevi, distribuiti nella giornata. Quasi la metà dei lettori, il 49%, evita di leggere quando è stanca o stressata. Il 40% sceglie momenti dedicati per concentrarsi meglio. Il 18% suddivide la lettura in sessioni più brevi.
È una trasformazione che racconta bene il presente: leggere resta un gesto desiderato, ma deve trovare spazio tra impegni, schermi, notifiche, lavoro, pendolarismo, sonno arretrato e attenzione ridotta. Non è più soltanto una questione di tempo disponibile. È una questione di energia mentale.
Per questo cresce l’interesse verso strumenti capaci di adattare l’esperienza di lettura ai ritmi personali. Già oggi l’11% dei lettori utilizza modalità di visualizzazione personalizzate, segno che la lettura digitale non viene più percepita solo come alternativa al libro cartaceo, ma come ambiente modulabile, capace di accompagnare abitudini diverse.
La Gen Z vuole una lettura più flessibile
Il bisogno di personalizzazione è particolarmente evidente tra i lettori più giovani. Tra la Gen Z, il 59% si dichiara frustrato quando gli strumenti di lettura non si adattano al proprio modo di leggere, mentre il 69% trova difficile mantenere continuità tra distrazioni e impegni quotidiani.
È un dato che ribalta una narrazione troppo semplice sui giovani e i libri. Il problema non è necessariamente il disinteresse. È l’attrito tra il desiderio di leggere e un ecosistema quotidiano progettato per interrompere. La lettura, per restare centrale, deve diventare più accessibile, più elastica, più compatibile con vite che raramente concedono lunghi spazi vuoti.
Quando questo accade, l’impatto è immediato: tra chi utilizza funzionalità di personalizzazione, il 39% percepisce la lettura come meno stancante, il 31% la trova più piacevole e il 13% legge più frequentemente.
Kindle e la promessa di una lettura senza rumore
È in questo scenario che si inserisce Kindle, nato con l’obiettivo di rendere la lettura più semplice da integrare nella vita quotidiana. Il design leggero, la lunga durata della batteria e la possibilità di portare con sé un’intera libreria rispondono proprio a una delle nuove esigenze dei lettori: non dover pianificare in anticipo quando e cosa leggere.
Ma il punto più rilevante, oggi, è forse l’ambiente senza distrazioni. In un mondo in cui ogni dispositivo sembra chiedere attenzione, Kindle propone un’esperienza più concentrata, costruita intorno alla pagina. Testo e illuminazione regolabili aiutano a ridurre l’affaticamento visivo, mentre funzioni come definizione delle parole, evidenziazioni e indicatori di avanzamento accompagnano la lettura e aiutano a mantenere il ritmo.
La questione, dunque, non è soltanto tecnologica. È culturale. La lettura contemporanea ha bisogno di nuovi spazi di continuità. Di strumenti che non aggiungano rumore, ma lo riducano. Di dispositivi che non trasformino il libro nell’ennesima app, ma che provino a restituirgli la sua funzione più preziosa: creare una parentesi.
Gli italiani leggono ancora. Il punto, ora, è riuscire a leggere meglio. Con meno interruzioni, meno fatica, meno sensazione di dover sempre rincorrere il filo perduto. Perché arrivare all’ultima pagina, oggi, non è più soltanto una questione di tempo. È diventato quasi un piccolo atto di resistenza.
Luciano Darderi non ce l’ha fatta a conquistare la finale degli Internazionali di Roma. Il...
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Luciano Darderi non ce l’ha fatta a conquistare la finale degli Internazionali di Roma. Il suo sogno è svanito contro Casper Ruud in un pomeriggio in cui il tennista italoargentino non è mai riuscito a giocare il suo tennis. Il grande orgoglio di Luciano non è bastato, Darderi ha pagato la stanchezza delle maratone epiche contro Zverev e Jodar. Cinque ore e mezzo in campo e soprattutto la lunga notte di mercoledì con Darderi in campo fino alle due di notte contro Jodar. La giornata di riposo di ieri non è bastata per recuperare le energie, soprattutto perchè il livello si è alzato e Ruud sulla terra battuta è un osso duro da superare. Così oggi, in un altro match diviso in due — stavolta per il maltempo — l’esito è stato inesorabile: 6-1 6-1 in un’ora e cinque minuti di gioco. Luciano lunedì sarà numero 16 al mondo, migliorando di due posizioni il best ranking. Per Ruud questa è una sorta di rinascita. Già numero 2 del mondo nel 2022, si era poi eclissato. Negli ultimi mesi, dopo il matrimonio e la nascita della figlia all’età di 27 anni, ha avviato una seconda carriera. Partito da numero 25 del torneo, la classifica live lo vede ora in 17ª posizione.
La partita
Si capisce subito che non è una giornata buona per Darderi, l’inizio di partita è schockante: Luciano cede i primi sei punti, subisce un parziale di 8-1 e si ritrova sotto 0-2. Sembra sciogliersi e trovare profondità nei colpi, ma il controbreak è solo un’illusione. Le gambe non girano, gli errori gratuiti sono tanti, mentre dall’altra parte della rete Casper Ruud è solido e concede pochissimo al servizio (65% di prime con l’82% di punti vinti nel primo set). Sul 4-1 e vantaggio Ruud, con Darderi al servizio, arriva l’interruzione per pioggia. Si riprende dopo due ore, ma Ruud è concentrato e preciso, mentre Darderi troppo falloso. Finisce 6-1 il primo set. Stessa musica nel secondo, Ruud si porta sul 4-1 e Darderi cerca con l’orgoglio di riaprire la partita ma corre male, forse ha i crampi e non riesce a muoversi sul campo come servirebbe. Ruud chiude 6-1, il pubblico romano saluta Darderi con un grande applauso. Il suo resto comunque un bellissimo torneo e a soli 24 anni il sogno di vincere a Roma è solo rimandato.
L’11 maggio, si apre il sipario. Non è la solita commedia o la solita tragedia,...
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L’11 maggio, si apre il sipario. Non è la solita commedia o la solita tragedia, non siamo nella Roma imperiale né ad Atene durante la guerra del Peloponneso. Eppure, di spettacolo teatrale – nel senso positivo, quello spettacolare – Tuttofood 2026 ne ha molto. Milano è la capitale italiana del business, ma anche della moda. Entrambi questi elementi si fondono fra i padiglioni di Rho Fiera, generando un ambiente creativo e avanguardistico. Migliaia di marchi food & beverage del panorama italiano e non solo, tradizionali e innovativi. Insomma, la fiera del cibo si è aperta all’insegna del “ce n’è per tutti i gusti”.
Le novità di Tuttofood, da Barilla a Molino Casillo
Tanto per cominciare, Barilla ha presentato nelle ultime settimane ben due nuovi formati di pasta: i Riccioli, dalla forma seducente e attorcigliata che è accattivante nell’estetica ed eccellente nella funzionalità. Le scanalature profonde e la superficie ruvida, ottenute grazie a una speciale trafilatura al bronzo esclusiva Barilla, avvolgono e trattengono ogni goccia di condimento, garantendo un’eccellente tenuta del sugo. E poi le Gran Ruote, un formato molto particolare in edizione limitata che si ispira al mondo della Formula Uno, unendo al gusto anche il design.
Di notevole spessore anche il marchio Altograno di Molino Casillo, azienda leader italiana nella macinazione del frumento. Frutto di anni di ricerca e dell’innovativo metodo Lavorazione Circolare (ora brevetto internazionale del gruppo), si basa su un metodo che, durante la macinazione, recupera le preziose proteine del germe di grano. Ne risulta uno sfarinato genuino e altamente nutriente che offre una fonte naturale di proteine e fibre, 100% grano senza aggiunta di additivi. Un prodotto che unisce i benefici per la salute a un gusto autentico, ideale per pane, pizza, pasta e pasticceria.
Il nuovo volto di Caffè Borbone e VOGA
Anche Caffè Borbone si è presentato a Tuttofood con delle novità importanti.Da un lato il caffè macinato, che proietta l’azienda in un nuovo segmento strategico all’interno del mercato domestico. Il prodotto nasce infatti per il rituale della moka, che ancora oggi è il metodo di preparazione più diffuso nelle case italiane, e si distingue per una qualità accessibile che valorizza gli aspetti più sensoriali all’interno di una tazzina: aroma, profumo e intensità. Dall’altro lato la linea innovativa delle Compostabili, che rappresentano un’estensione nel settore del monoporzionato, con soluzioni più ecologiche per la gestione del prodotto finito, che potrà essere conferito fra i rifiuti organici.
VOGA è un brand che porta con sé una visione del tutto particolare del bere. Bere con stile, eleganza, naturalezza e personalità. Lanciato negli Stati Uniti oltre vent’anni fa, dove ha conquistato un pubblico internazionale sensibile allo stile e alle nuove tendenze, il marchio arriva in Italia con un’idea chiara e contemporanea: portare questa innovazione nel mondo del vino in un Paese tradizionalista come l’Italia. Elemento distintivo di questa visione è la bottiglia cilindrica del Pinot Grigio delle Venezie DOC, che supera i canoni classici del vino per avvicinarsi al mondo del design.
Siccome si avvicina l’ora dell’aperitivo, e successivamente della cena, si spera che i nostri consigli siano utili a placare la vostra fame e la vostra sete. Spostandoci da uno stand all’altro, curiosando fra i prodotti e chiacchierando con i manager ed esperti del settore, sono passati già quattro giorni. A Rho Fiera è il 14 maggio, ed è sera ormai. I padiglioni si svuotano, la folla si dissipa. Il sipario si chiude, ma restano il buon cibo e i bei ricordi. In attesa del prossimo anno.
Il Signor Rossi e la Signora Bianchi, che pensavano di essere vicini alla pensione, dovranno...
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Il Signor Rossi e la Signora Bianchi, che pensavano di essere vicini alla pensione, dovranno rifare i conti. Dal 2027 i tempi si allungano. Al signor Rossi, lavoratore dipendente che pensava di andare in pensione anticipata nel 2029, serviranno 5 mesi in più di contributi, oltre alla finestra di attesa per il pagamento dell’assegno. La signora Bianchi, che maturerà la pensione di vecchiaia nel 2027, dovrà aspettare un mese in più rispetto ad oggi e dal 2029 i mesi saranno cinque anche per lei. L’aumento dell’aspettativa di vita fa scattare un nuovo adeguamento dei requisiti anagrafici e contributivi. Conseguenza? Entro il 2029, l’età pensionabile salirà complessivamente di 5 mesi. Le modifiche, introdotte dalla Legge di Bilancio 2026, coinvolgeranno milioni di lavoratori e non solo per le pensioni di vecchiaia, ma anche per quelle anticipate, per i contributivi puri e per Quota 41 dei lavoratori precoci.
Dal 2027 aumenta l’età per la pensione di vecchiaia
Da anni il sistema pensionistico italiano prevede un adeguamento automatico dei requisiti in base all’aspettativa di vita. Ma nel 2027, dopo diversi anni di sostanziale stabilità, torneranno gli aumenti. La pensione di vecchiaia, che oggi si ottiene a 67 anni con almeno 20 anni di contributi, richiederà dal 1 gennaio 2027 un mese in più (67 anni e un mese). Dal 2028 ci sarà un ulteriore incremento fino a 67 anni e tre mesi. E le stime sui dati Istat indicano un possibile nuovo adeguamento dal 2029, che farebbe salire l’età pensionabile a 67 anni e cinque mesi. L’aumento riguarderà anche i cosiddetti “contributivi puri”, cioè coloro che hanno iniziato a lavorare dopo il 1 gennaio 1996. Per questa categoria la pensione di vecchiaia contributiva passerà dagli attuali 71 anni a 71 anni e un mese nel 2027, poi a 71 anni e tre mesi nel 2028 e infine a 71 anni e cinque mesi dal 2029, mantenendo il requisito minimo di cinque anni di contributi. In pratica, chi oggi è vicino al pensionamento dovrà rivedere i propri calcoli e mettere in conto alcuni mesi di lavoro aggiuntivi.
Pensione anticipata: aumentano contributi e tempi di uscita
Le novità riguardano anche la pensione anticipata ordinaria, cioè quella che permette di lasciare il lavoro indipendentemente dall’età anagrafica, una volta raggiunti i contributi richiesti.Oggi servono 42 anni e 10 mesi di versamenti per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne. Dal 2027 si salirà rispettivamente a 42 anni e 11 mesi e 41 anni e 11 mesi, mentre dal 2028 saranno necessari 43 anni e un mese per gli uomini e 42 anni e un mese per le donne. A questi requisiti bisogna aggiungere poi la “finestra mobile” di tre mesi, cioè il periodo che passa da quando si maturano i requisiti a quando viene effettivamente pagata la pensione. Questo significa che un lavoratore uomo che maturerà il diritto nel 2028 riceverà il primo assegno solo dopo 43 anni e quattro mesi di contribuzione effettiva. Stessa sorte per la pensione anticipata contributiva destinata ai contributivi puri. Dal 2027 serviranno 64 anni e un mese di età e almeno 20 anni e un mese di contributi, che saliranno a 64 anni e tre mesi e 20 anni e tre mesi dal 2028. Resterà inoltre il vincolo sull’importo minimo dell’assegno, pari ad almeno tre volte l’assegno sociale, con soglie ridotte per le donne con figli.
Quota 41 e lavori gravosi: chi sarà escluso dagli aumenti
L’adeguamento all’aspettativa di vita coinvolgerà anche Quota 41 per i lavoratori precoci, cioè chi ha versato almeno 12 mesi di contributi prima dei 19 anni di età e che rientrano nelle categorie tutelate dall’Ape sociale. Il requisito contributivo salirà a 41 anni e un mese nel 2027 e a 41 anni e tre mesi nel 2028. Se verrà confermato il nuovo incremento previsto dal 2029, si arriverà a 41 anni e cinque mesi. Gli unici esclusi dall’adeguamento per il biennio 2027-2028 sono i lavoratori impegnati in attività gravose, usuranti o particolarmente pesanti.
Isopensione e fondi esubero: cosa cambia per chi lascia il lavoro in anticipo
L’aumento dell’età pensionabile avrà effetti anche sugli strumenti utilizzati dalle aziende per accompagnare i dipendenti verso la pensione. Negli ultimi anni molte imprese hanno fatto ricorso all’isopensione e ai fondi esubero, cioè meccanismi che permettono ai lavoratori vicini alla pensione di uscire prima dal lavoro ricevendo un assegno ponte pagato dall’azienda fino al raggiungimento dei requisiti pensionistici. Con il rinvio dell’età pensionabile, però, migliaia di lavoratori rischiavano di ritrovarsi senza stipendio e senza pensione per alcuni mesi. Secondo le stime, il problema avrebbe potuto coinvolgere oltre 5 mila persone che avevano già aderito agli scivoli pensionistici entro il 2025. Per evitare nuovi casi di “esodati”, l’Inps ha stabilito che per gli accordi firmati entro gennaio 2026 la durata degli assegni sarà prorogata automaticamente in base all’aumento dell’aspettativa di vita. Resta, comunque, il nodo dei costi. Dal 2027 l’isopensione consentirà un anticipo massimo di quattro anni invece degli attuali sette, mentre i fondi esubero resteranno limitati a cinque anni. Una stretta che obbligherà molte aziende a rivedere i piani di uscita del personale e a fare i conti con contributi figurativi sempre più pesanti.
Sta per giungere ad una conclusione la prima fase del processo che vede coinvolti due...
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Sta per giungere ad una conclusione la prima fase del processo che vede coinvolti due pesi massimi del settore tech americano: Elon Musk e Sam Altman.
Ieri infatti si sono concluse a Oakland le arringhe finali nel processo intentato dal magnate proprietario di SpaceX e Tesla contro OpenAI, Sam Altman e Greg Brockman. Processo che vede Musk chiedere 150 miliardi di dollari di danni.
I motivi del contenzioso
OpenAI, nata nel 2015 come organizzazione non profit con la missione di sviluppare l’intelligenza artificiale a beneficio dell’umanità, ha tradito i propri ideali fondativi trasformandosi in una macchina da profitto?
Questo il cuore della battaglia tra i due miliardari, Musk da un lato e Altman dall’altro. Per il patron di Tesla, la risposta è inequivocabile. Il magnate ha dichiarato davanti alla giuria di essere stato ingannato: «Ero uno sciocco che ha fornito loro finanziamenti gratuiti per creare una startup», ha detto, ricordando di aver donato circa 38 milioni di dollari a quella che riteneva essere una no-profit orientata al bene collettivo, non a far arricchire i suoi vertici.
Le accuse formali si articolano su due fronti: la violazione del trust caritatevole e l’arricchimento ingiusto. Musk sostiene infatti che Altman, Brockman e Microsoft abbiano di fatto abbandonato la missione originaria della fondazione, trasformando OpenAI in una struttura commerciale orientata al profitto.
Un elemento chiave dell’accusa riguarda il ruolo di Microsoft, che secondo Musk ha influenzato Altman e Brockman spingendoli ad allontanarsi dalla missione non profit, siglando accordi commerciali legati ai servizi cloud.
Oltre al risarcimento economico, Musk chiede che OpenAI torni ad essere una no-profit e che Altman e Brockman vengano rimossi dai loro ruoli dirigenziali.
I testimoni portati
Il processo ha visto sfilare sul banco dei testimoni alcuni tra i nomi più noti della Silicon Valley, tra cui Sam Altman, Greg Brockman, il CEO di Microsoft Satya Nadella e lo stesso Elon Musk.
Musk in persona ha testimoniato nella prima settimana, dichiarando di essersi sentito raggirato. La sua deposizione ha però riservato più di una sorpresa: ha ammesso, provocando qualche sussulto in aula, che la sua stessa azienda di intelligenza artificiale xAI utilizza i modelli di OpenAI per addestrare i propri.
Sul fronte dell’accusa, il legale di Musk Steven Molo ha citato ripetutamente le dichiarazioni di ex membri del board di OpenAI, sottolineando un pattern di disonestà attribuito ad Altman. Ilya Sutskever, co-fondatore di OpenAI, ha testimoniato di aver trascorso mesi a raccogliere prove di quello che descriveva come un sistematico schema di inganni e cattiva gestione da parte di Altman.
Tra le prove più esplosive prodotte dalla difesa, invece, spicca il diario personale di Brockman del 2017, nel quale la struttura non profit di OpenAI veniva definita «una bugia».
Nadella, dal canto suo, ha testimoniato di non essere mai stato contattato da Musk riguardo a presunte violazioni, aggiungendo di essere «molto orgoglioso» dell’investimento effettuato in OpenAI.
Le conseguenze di una pronuncia in favore di Musk
Se la giuria e la giudice Yvonne Gonzalez Rogers dovessero pronunciarsi in favore di Musk, le ripercussioni sull’industria dell’intelligenza artificiale sarebbero di portata storica.
Sul piano immediato, Musk ha chiesto che i OpenAI restituisca fino a 150 miliardi di dollari alla componente non profit, che la struttura for-profit venga smantellata e che Altman e Brockman perdano i loro ruoli.
Una simile sentenza avrebbe conseguenze devastanti per i piani di crescita di OpenAI, compromettendo i piani della società per quella che promette di essere una storica quotazione in borsa, prevista entro la fine dell’anno.
Il tre è un numero speciale per il delitto di Garlasco. Tre volte Alberto Stasi...
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Il tre è un numero speciale per il delitto di Garlasco. Tre volte Alberto Stasi è andato a processo: assolto le prime due, condannato la terza nel 2015. E tre volte Andrea Sempio è stato indagato per il delitto di Garlasco: archiviato le prime due, presumibilmente rinviato a giudizio la terza.
Ma la prima di quelle tre volte, fra il 2016 e il 2017, contempla un curioso – chiamiamolo così – appunto, riesumato lo scorso ottobre a seguito della nuova inchiesta garlaschese, all’interno di un fascicolo del Nucleo informativo dei carabinieri di Pavia. Dieci righe manoscritte contenenti un errore grossolano, ma soprattutto con le correzioni a una bozza della richiesta di archiviazione per l’allora 28enne “recepita” infine dagli allora inquirenti.
Il contenuto dello scritto
Riportiamo dunque il testo nella sua interezza, per amor di precisione e di cronaca: “Il presente procedimento trae origine da un esposto a firma della madre di Andrea Stasi, Sig.ra Elisabetta Ligabò, arrivato alla Procura generale presso la Corte d’Appello di Milano e da questa trasmesso per competenza territoriale a questa Procura della Repubblica (Pavia). In tale esposto, alla luce di talune investigazioni difensive affidate a una società privata venivano segnalati indizi di colpevolezza per l’omicidio di Chiara Poggi a carico di soggetto diverso da Andrea Stasi, nella specie in Andrea Sempio”.
Peccato che il Nucleo informativo non avesse “titolo per disporre del provvedimento in bozza”. In vista della nuova inchiesta, non solo quella su Sempio, ma anche quella legata al filone della corruzione, gli inquirenti hanno trasmesso gli atti alla Procura di Brescia.
Il collegamento con il filone della corruzione
Perché questi documenti sono riemersi dopo così tanti anni? Beh, perché nell’ottobre del 2025 i pm pavesi avevano chiesto ai carabinieri di setacciare qualsiasi documento su Sempio. Avevano infatti scoperto che il 24 dicembre 2016 l’allora comandante del Nucleo Maurizio Pappalardo, recentemente condannato per corruzione e stalking nel caso “Clean 2” – molto probabilmente legato al cosiddetto “sistema Pavia” – avrebbe fotografato con il cellulare degli atti “dalla scrivania dell’allora procuratore aggiunto (Mario Venditti), dopo aver ricevuto insistenti messaggi che lo richiedevano in Procura provenienti da Antonio Scoppetta”, maresciallo dei carabinieri a Pavia.
Il fascicolo su Sempio legato a Garlasco
Di quelle foto nessuna traccia. Svanite nel nulla. In compenso, gli investigatori hanno scoperto un “fascicolo P (permanente)” su Sempio, aperto il 25 marzo 2017, alcuni giorni dopo la prima archiviazione del gip. L’elemento più interessante di quel fascicolo non riguardava il decreto di archiviazione in sé, quanto piuttosto una richiesta di archiviazione in bozza, con alcuni appunti scritti a mano e quel foglio “spillato” antecedente alla prima pagina. Ah, una curiosità di cui vi sarete probabilmente già accorti: all’interno del manoscritto Stasi viene chiamato erroneamente Andrea, e non Alberto. Tuttavia, nell’istanza definitiva, le correzioni annotate, prive di data e firma, sono state infine recepite dagli inquirenti.
Il Salone Internazionale del Libro di Torino è tornato al Lingotto Fiere dal 14 al...
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Il Salone Internazionale del Libro di Torino è tornato al Lingotto Fiere dal 14 al 18 maggio per la sua XXXVIII edizione, confermandosi ancora una volta uno degli eventi culturali più grandi e trasversali d’Italia. Il tema scelto per il 2026 è “Il mondo salvato dai ragazzini”, ispirato all’opera di Elsa Morante del 1968, attorno a cui si sviluppa un programma che intreccia letteratura, cinema, televisione, informazione, podcast e cultura pop.
Oltre 2.700 eventi e più di 500 stand
I numeri raccontano la dimensione raggiunta dal Salone: oltre 2.700 eventi, distribuiti in circa 70 sale, con più di 500 stand e oltre 1.250 marchi editoriali presenti negli spazi del Lingotto.
L’inaugurazione è stata affidata alla scrittrice britannica Zadie Smith, protagonista della lectio inaugurale “Ogni cosa era estrema. Ed è tuttora così”, dedicata all’adolescenza e alle nuove generazioni.
Gli ospiti che allargano il pubblico oltre i lettori forti
Uno degli aspetti più evidenti di questa edizione è la capacità del Salone di intercettare pubblici molto diversi tra loro. Accanto ai grandi nomi della letteratura internazionale, il programma ospita figure provenienti dal cinema, dalla televisione, dalla comicità, dalla divulgazione e dalla musica.
Tra gli ospiti annunciati figurano Paola Cortellesi, Marco Bellocchio, Fiorello, Luciana Littizzetto, Alessandro Baricco, Roberto Baggio, Erin Doom e Francesco Costa.
La presenza di creator, personaggi televisivi e autori capaci di mobilitare community online molto attive continua così a trasformare il Salone in un evento che vive anche fuori dai padiglioni, attraverso contenuti condivisi in tempo reale sui social.
Le nove sezioni che raccontano il presente
L’edizione 2026 è organizzata attorno a nove sezioni curate da personalità differenti del mondo culturale. Tra queste ci sono “Romance”, affidata a Erin Doom, “Leggerezza” con Luciana Littizzetto, “Informazione” curata da Francesco Costa, “Cinema” con Francesco Piccolo e “Romanzo” con Alessandro Piperno.
Una struttura che riflette perfettamente la natura sempre più ibrida del Salone: non soltanto una manifestazione editoriale, ma un luogo in cui la cultura contemporanea viene raccontata attraverso linguaggi differenti e pubblici differenti.
Torino resta il centro della conversazione culturale italiana
Nel 2025 il Salone aveva superato i 231 mila visitatori, confermandosi uno degli appuntamenti culturali più partecipati del Paese.
Il 2026 sembra muoversi nella stessa direzione, con un modello ormai molto chiaro: trasformare il libro nel punto di partenza di una conversazione più ampia che coinvolge spettacolo, attualità, intrattenimento e social media. Ed è probabilmente proprio questa la ragione per cui il Salone continua ad allargare il proprio pubblico anno dopo anno, riuscendo a parlare anche a chi normalmente resta lontano dal mondo editoriale.
Travolto dalla tempesta dei regolamenti di conti interni al club e con la squadra alla...
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Travolto dalla tempesta dei regolamenti di conti interni al club e con la squadra alla deriva, Gerry Cardinale ha scelto di uscire allo scoperto. Non poteva fare altrimenti, del resto, dopo che gli scontri tra dirigenti e con la parte tecnica erano diventati di pubblico dominio, dando una parziale spiegazione al crollo dei risultati nell’ultima parte del campionato, tanto verticale da mettere a rischio la qualificazione alla prossima Champions League con relativi ricavi.
La lunga intervista concessa a Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport, dunque, risponde prima di tutto a questa esigenza: dare un segnale di presenza e di vicinanza all’azienda in un momento difficilissimo in cui servirebbe quella compattezza che è venuta meno. Cardinale non fa un appello generico al mondo Milan, anche se ai tifosi chiede di concentrarsi sulle prossime, decisiva, scadenze in campo, ma fa sentire la voce del padrone con l’obiettivo di trasmettere dentro e fuori Casa Milan e Milanello la sensazione che ogni atto, parola o comportamento non passeranno inosservati.
Che l’operazione, tardiva visto che i segnali di sgretolamento erano evidenti da almeno un mese, abbia successo o no lo diranno i risultati del Milan con il Genoa e il Cagliari: servono due vittorie per blindare la Champions League o anche meno se la Roma non dovesse fare filotto. In tempi normali non sarebbe nulla per cui perdere il sonno, in casa rossonera lo è diventato perché la squadra ormai da un po’ non reagisce a nessuno stimolo interno o esterno.
Cardinale, i messaggi lanciati dentro il mondo Milan
Il patron del fondo RedBird si è concentrato, però, anche su una serie di messaggi destinati a chi per conto suo gestisce l’azienda Milan. Il riferimento alla profonda delusione per il crollo dell’ultima parte di campionato (dal sogno scudetto all’incubo di mancare la Champions League), evocare il termine “fallimento” nel caso non si riuscisse a raddrizzare la situazione e l’ammissione che dalle valutazioni di fine anno non è escluso nessuno, sono moniti diretti a chi vive e lavora nella società.
“Tutti dovrebbero aspettarsi che ogni stagione, ma in particolare quelle in cui le prestazioni sono inferiori alle aspettative, tutto venga rivalutato e io rivaluterò tutti e tutto” ha detto, precisando poi che il ragionamento è ad ampio raggio e riguarda non solo “sostituire le persone”, ma anche “esaminare la struttura e l’organizzazione perché non siamo stati all’altezza”. Ecco perché nessuno è al riparo dall’esame estivo, nemmeno Giorgio Furlani contestato dai tifosi rossoneri che ne chiedono la testa e che nel lungo confronto con le due testate non viene mai difeso apertamente.
Non sarà sfuggito che l’unico nome fatto è quello dell’allenatore, Max Allegri. L’unico di cui si dice che è già stato protagonista di un confronto su presente e futuro, l’unico associato ai ragionamenti del numero uno di RedBird e non perché sia oggetto di una critica mirata.
Cardinale, cosa ha detto ai tifosi del Milan
Questo passaggio è chiave anche nella comunicazione con il popolo milanista. Cardinale non ha molti crediti da spendere, anzi: è inviso a tutti perché considerato il simbolo di una gestione che non ha come obiettivo primario la vittoria ma solo tenere in ordine i conti, generare profitti e costruire un’operazione finanziaria che garantisca un ritorno al fondo subentrato ad Elliott nel 2022.
Mettendo in discussione tutto e tutti, compreso l’uomo oggi meno apprezzato dalla tifoseria, è un segnale di apertura ed attenzione a quello che pulsa nel cuore di milioni di appassionati. Il tempo dirà se alle parole seguiranno i fatti. Lo stesso vale per la rivendicazione su cui Cardinale ha insistito più volte e cioè che “è assurdo pensare che interessi solo il denaro e non vincere”, con riferimento al resto della sua carriera professionale.
I fatti dicono che quando RedBird è sbarcata a Milano il Milan ha smesso di vincere. Anche in questo caso, solo gesti concreti potranno convincere i tifosi a cambiare idea. Cardinale, però, per la prima volta ha presentato un’autocritica in passato delegata ad altri. Non ha ripetuto il cliché già visto del manager made in Usa che tenta di spiegare al calcio italiano come si faccia a coniugare risultati e sostenibilità, come se fosse una ricetta nota soltanto a lui.
Ha detto con molta franchezza: “Non biasimo i tifosi per essere arrabbiati, sono arrabbiato anch’io. Sono appassionati quanto me. Ma proviamo a sostenere i nostri ragazzi, invece di buttarli giù. Io provo un senso di responsabilità enorme, quando non siamo all’altezza e vedo la reazione dei tifosi la prendo molto sul personale, sono sconvolto. Mi entra sottopelle e sento un enorme obbligo di sistemare le cose con un’urgenza che nessuno dovrebbe mettere in discussione. Mi sveglio ogni mattina con il desiderio di vincere e con un profondo senso di delusione e frustrazione quando non ci riusciamo”.
Se si sia trattato solo di un tentativo di prendere tempo o se nasconda una svolta sarà chiaro nelle prossime settimane, quando il Milan saprà qual è stata l’eredità di questa stagione di veleni, chi continuerà a farne parte e chi dovrà lasciare. E, soprattutto, quale linea di comando e pratica di gestione, rigorosamente separata tra parte economica e sportiva, diventerà la quotidianità a Casa Milan e Milanello.
RTL 102.5 è sul podio anche nel quarto d’ora con 508 mila ascoltatori. RTL 102.5,...
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RTL 102.5 è sul podio anche nel quarto d’ora con 508 mila ascoltatori.
RTL 102.5, anche nel 2026, è la radio più ascoltata d’Italia. Secondo la rilevazione Audiradio, RTL 102.5 è ascoltata ogni giorno da 6,5 milioni di italiani, Radio Zeta è seguita da oltre 1,110 milioni di persone e Radiofreccia da 1,3 milioni.
L’intero gruppo, con RTL 102.5, Radio Zeta e Radiofreccia, supera i 9 milioni di italiani all’ascolto.
Fra le prime radio anche nel quarto d’ora
RTL 102.5 è fra le prime radio anche nella rilevazione del quarto d’ora, con 508 mila ascoltatori.
Washington continua a guardare a Cuba. Giovedì, il direttore della Cia, John Ratcfliffe, si è...
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Washington continua a guardare a Cuba. Giovedì, il direttore della Cia, John Ratcfliffe, si è recato sull’isola per “consegnare personalmente il messaggio del presidente Trump, secondo cui gli Stati Uniti sono pronti a impegnarsi seriamente su questioni economiche e di sicurezza, ma solo se Cuba apporterà cambiamenti fondamentali”. In particolare, il direttore della Cia si è visto con il ministro degli Interni cubano, Lazaro Alvarez Casas, e con il nipote di Raul Castro, Raulito Rodríguez Castro, che – secondo The Hill – sta svolgendo un ruolo centrale nei negoziati tra Washington e L’Avana.
“Durante l’incontro”, ha riferito l’agenzia d’intelligence statunitense, “il direttore Ratcliffe e i funzionari cubani hanno discusso di cooperazione in materia di intelligence, stabilità economica e questioni di sicurezza, il tutto nel contesto del fatto che Cuba non può più essere un rifugio sicuro per gli avversari nell’emisfero occidentale”. “Le informazioni presentate dalla parte cubana, unitamente agli scambi avuti con la delegazione statunitense, hanno dimostrato in modo inequivocabile che Cuba non rappresenta una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, né esistono motivi legittimi per includerla nella lista dei Paesi sospettati di sponsorizzare il terrorismo”, ha affermato, dal canto suo, il governo castrista.
La visita di Ratcliffe si inserisce nella strategia di pressione che Washington sta portando avanti sull’Avana. “Sebbene il direttore abbia sottolineato che il presidente Trump predilige il dialogo, i cubani non devono illudersi che il presidente non imporrà le sue linee rosse”, ha dichiarato un funzionario statunitense a conoscenza del meeting. “Il governo cubano deve decidere se cogliere questa opportunità o continuare su una strada insostenibile che porta solo a un isolamento e a un’instabilità ancora maggiori”, ha aggiunto.
Gli Stati Uniti hanno offerto a Cuba aiuti umanitari e sostegno alle sue infrastrutture. In cambio, chiedono che il regime castrista liberi i prigionieri politici, cessi le sue attività repressive e si avvicini all’orbita di Washington. Finora tuttavia il governo cubano non è sembrato fare significativi passi avanti. Una situazione che sta irritando la Casa Bianca. Non a caso, nelle scorse settimane, Trump non ha escluso l’uso della forza militare contro l’isola.
Più in generale, non bisogna trascurare che il presidente americano ha inserito il dossier cubano nella sua strategia di rilancio della Dottrina Monroe. Per gli Stati Uniti è sempre più impellente estromettere Pechino dall’Emisfero occidentale. Sotto questo aspetto, è noto come il regime castrista rappresenti storicamente uno dei principali punti di riferimento della Cina in America Latina. È quindi questo legame che, dopo la cattura di Nicolas Maduro, Trump punta spezzare.
Nevicata a maggio in Trentino a quote non troppo alte. E’ successo il 14 maggio...
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Nevicata a maggio in Trentino a quote non troppo alte. E’ successo il 14 maggio 2026 e le immagini del video si riferiscono a quanto accaduto ai 1500 metri di Panarotta. Precipitate anche le temperature (fonte Ansa Video)
ACBC inaugura in Via Signorelli 10 il suo Innovation Hub: 400 mq pensati per ridefinire il modo...
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ACBC inaugura in Via Signorelli 10 il suo Innovation Hub: 400 mq pensati per ridefinire il modo in cui l’innovazione viene anticipata, progettata, sviluppata e portata a mercato nei settori fashion, luxury e lifestyle. Più che uno spazio, si tratta di una piattaforma operativa che rende tangibile il modello ACBC: un approccio end-to-end che integra ricerca sui materiali, sviluppo prodotto, strategia e go-to-market. Un posizionamento distintivo rispetto alla consulenza tradizionale, che si traduce in un sistema di servizi capace di accompagnare brand e produttori lungo tutta la filiera.
Al centro c’è l’Innovation Hub, cuore tecnologico e progettuale di ACBC, dove l’azienda opera lungo l’intero ciclo di vita del prodotto: dallo sviluppo dei materiali al design e alla trasformazione, fino alla gestione del fine vita e alla circolarità. L’Hub offre accesso a un ecosistema selezionato di soluzioni emergenti, fungendo da collettore e da piattaforma di validazione: dalle startup internazionali alle scale-up già pronte per un’applicazione industriale. Inoltre, attiva processi di cross-fertilization con settori come l’automotive e l’interior design, trasformando la ricerca in applicazioni concrete.
L’innovation hub conta un team interno di 8 persone sotto la guida del Chief Innovation Officer Edoardo Iannuzzi, con esperti nel campo tessile, mondo pelle e polimeri ed un database di più di 3800 materiali e circa 200 realtà collegate divise tra start-up e innovatori del mondo dei materiali e leader multi-nazionali, con copertura di diverse supply chain dall’Asia, EU e USA. L’hub adotta una duplice strategia di innovazione: da una parte l’area “Available”, dove l’innovazione ricerca e mette a disposizione dei brand su base stagionale – seguendo la stagionalità della moda – materiali pronti per integrazione e implementazione, testati su Proof Of Concept di prodotto; e dall’altra l’area “New Frontiers”, dove l’hub sviluppa propri brevetti con un budget del 5% del fatturato in R&D, per realizzare le tecnologie innovative che serviranno per la trasformazione circolare del settore moda.
Accanto all’Hub, ACBC struttura la propria offerta su tre direttrici complementari. La Strategy Consulting supporta le aziende nella definizione di strategie di crescita, nella riprogettazione dei modelli organizzativi ed operativi, nell’eccellenza operativa (acquisti e produzione) e nell’integrazione della sostenibilità lungo tutta la catena del valore, dalla visione all’execution. Il Supply Chain Managed Services abilita invece l’esecuzione: dallo sviluppo e industrializzazione del prodotto al sourcing di materiali, componenti e prodotti finiti, con un approccio scalabile e flessibile. Completa il modello l’area Marketing & Communication, che traduce l’innovazione in posizionamento, storytelling e attivazione sul mercato, attraverso strategie e execution su PR, eventi e canali digitali. Trasversale a tutte le attività è l’approccio T2T (Trace to Track / Tech to Trust), che integra tecnologia e tracciabilità lungo la filiera, rafforzando trasparenza e credibilità dei progetti sviluppati.
“L’Hub nasce per mettere l’innovazione, spesso poco valorizzata nel fashion, al servizio del settore. ACBC seleziona e traduce soluzioni su materiali, prodotto e circolarità in KPI economici e ambientali chiari e misurabili, permettendo ai brand di valutarle e adottarle su basi oggettive e scientifiche, comprendendone i benefici concreti.” dichiara Edoardo Iannuzzi, ACBC Co-Founder & Chief of Innovation.
“Con l’Innovation Hub rafforziamo la nostra visione: costruire un’infrastruttura capace di connettere competenze, tecnologie e filiere su scala globale, mettendo a sistema know-how e capacità esecutiva. Vogliamo consolidare il nostro ruolo di partner di riferimento nell’evoluzione del settore contribuendo a guidare la trasformazione verso modelli più avanzati, integrati e competitivi”, afferma Gio Giacobbe, Co-Founder & CEO di ACBC.
L’apertura dell’Innovation Hub si inserisce in una fase di consolidamento per ACBC, sostenuta anche dall’ingresso del fondo Gyrus Capital, con l’obiettivo di accelerarne lo sviluppo e rafforzarne il posizionamento a livello internazionale.
Certificata B Corp e riconosciuta come punto di riferimento nella consulenza per il settore fashion, luxury e lifestyle, ACBC è oggi partner di riferimento per brand globali che vogliono sviluppare nuovi prodotti e modelli di business, facendo dell’innovazione – tecnologica, progettuale e industriale – il principale motore di competitività.
Dunque funziona così: c’è un turista inglese che va a zonzo per Milano, fotografa il...
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Dunque funziona così: c’è un turista inglese che va a zonzo per Milano, fotografa il Duomo, fa un salto al Cenacolo, magari gironzola fra piazza della Scala e via Montenapoleone. E poi quando a sera torna nel B&b che lo ospita trova la polizia sanitaria che lo interroga: «Lei per caso il 25 aprile era sul volo Sant’Elena-Johannesburg?». Immaginiamo l’imbarazzo del poveretto: «Sì, che c’è di male?». Chissà cosa gli sarà passato nella testa. «Forse in Italia è reato non aver partecipato al corteo dell’Anpi per la festa della Liberazione?», si sarà chiesto. «Nel caso me ne scuso». Ma la polizia sanitaria non ha voglia di scherzare: «Lei il 25 aprile era sul volo Sant’Elena-Johannesburg in cui c’era una contagiata dell’Hantavirus. Dunque ci deve seguire».
Così l’hanno prelevato, caricato in ambulanza e rinchiuso all’ospedale Sacco. «Non si muoverà di qui per cinque settimane». In pratica è prigioniero politico delle Bs, Brigate Sanitarie. Non sarà rilasciato prima della cinquecentesima apparizione di Matteo Bassetti nei talk show.
Sequestro sanitario a Milano: il caso del turista inglese al Sacco
Si badi bene: il turista inglese non risulta infettato dall’Hantavirus. Né presenta sintomi. Non presenta sintomi nemmeno il suo compagno: pure lui ha rischiato grosso, ma poi le Brigate Sanitarie hanno pensato bene di rilasciarlo, senza cauzione. Aveva preso un altro aereo. Pericolo scampato. Ma è così che funziona: una specie di lotteria dei voli, il superenalotto del jet. Se esce il numero giusto sei salvo. Se esce quello sbagliato sei fottuto. A bordo c’era un hanta-untore? Addio. Non importa quanto sia grande l’aereo, dove eri seduto, quanto è durato il volo e soprattutto non conta se sei positivo o no ai test: ti prendono e ti rinchiudono.
E noi già immaginiamo, come in un film dell’orrore, quello che potrebbe accadere nelle prossime settimane se le Brigate Sanitarie si scateneranno allo stesso modo in tutta Italia. Avvicineranno un turista inglese mentre entra agli Uffizi di Firenze: «Scusi, lei era su quell’aereo?», e lo sequestreranno. Poi avvicineranno un turista francese mentre sale sulla gondola di Venezia: «Scusi, lei era su quell’aereo?», e lo sequestreranno. L’Hantavirus diventerà la nuova sindrome di Stendhal, in pratica: davanti a una cosa bella vieni rapito. Solo che a rapire non è la bellezza, ma i guardiani della salute. E per 42 giorni non te ne liberi…
Il virus della paura e le nuove linee guida UE
Eppure tutti dicono che non stiamo rischiando come ai tempi del Covid. «Non corriamo grandi pericoli», garantisce il ministero della Salute. «Non corriamo grandi pericoli», ripetono gli esperti internazionali. «Non corriamo grandi pericoli», s’accodano le virostar di casa nostra ritornate in auge catodica come ai bei tempi del lockdown. Ma se non corriamo grandi pericoli che senso ha prelevare uno che sta fotografando la Madonnina, senza sintomi, senza virus, e rinchiuderlo in ospedale come se fosse un appestato? A parole dicono tutti di non volere creare allarmismi, ma in realtà è chiaro che è proprio quello che vogliono fare. Ci sguazzano negli allarmismi.
E non solo in Italia: a Bordeaux, in Francia, è stata messa in quarantena una nave con 1.700 persone a bordo perché un novantenne ha avuto una gastroenterite ed è morto. Escluso Hantavirus, escluso Norovirus (qualsiasi cosa sia), escluse epidemie pericolose: le autorità hanno confermato che si tratta soltanto di un piccolo focolaio di gastroenterite, un banale cagotto insomma. Però ci sono 1.700 persone sequestrate. Per un novantenne con il cagotto. E poi dicono niente allarmismi?
Avanti di questo passo, niente allarmismi dopo niente allarmismi, non so dove potremo arrivare. E così torno a vedere davanti ai miei occhi pericolosi film dell’orrore. C’è un ottantacinquenne che starnutisce sull’autobus? Metteranno in quarantena tutti i passeggeri. C’è un ottantaduenne che tossisce al bar? Metteranno in quarantena tutti i clienti. State attenti: se salite in ascensore con qualcuno che ha la congiuntivite, potrebbero presto obbligarvi a cinque settimane di isolamento, al buio e bendati, così imparate. E, ovviamente, prima di salire a bordo di un aereo fatevi dare la cartella clinica di tutti gli altri passeggeri, altrimenti c’è il rischio che quando atterrate vi prelevino direttamente al gate per portarvi all’ospedale. Reparto sani, non contagiati in attesa di giudizio. Con la voce di Burioni nelle orecchie 24 ore su 24.
L’architettura del controllo e la limitazione delle libertà
Ma c’è poco da scherzare. La situazione è seria. Perché il virus è davvero pericoloso. Non il virus che ci hanno attaccato i topi dell’Argentina: quello a quanto dicono tutti è conosciuto e si può controllare. Il virus pericoloso è quello della paura. Perché come ha detto il grande scienziato Robert Malone, uno degli inventori del mRna e poi coscienza critica ai tempi del Covid, «storicamente i governi e le istituzioni hanno sempre compreso l’utilità politica della paura. La paura giustifica i poteri di emergenza. La paura accelera i finanziamenti. La paura aumenta il consumo dei media. La paura crea coesione sociale attorno a comportamenti conformistici».
E la dimostrazione sta nel fatto che proprio in queste ore la Commissione europea ha adottato una «iniziativa contro le minacce sanitarie globali», cinque linee guida che mirano per l’appunto a dare più poteri di controllo (la chiamano «architettura più efficace e meno frammentaria») e a limitare le libertà personali (la chiamano «aumentare gli strumenti di prevenzione»). L’inglese sequestrato mentre fa il turista a Milano e la nave bloccata per un cagotto, dunque, potrebbero essere solo un assaggio di quel che ci aspetta. E non so voi, ma a me l’assaggio già basta per farmi venire mal di pancia. Non è che mi metteranno in quarantena per questo?
Clamoroso ribaltone, aveva ragione la Lega Calcio Serie A: il derby dell’Olimpico Roma-Lazio e le...
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Clamoroso ribaltone, aveva ragione la Lega Calcio Serie A: il derby dell’Olimpico Roma-Lazio e le partite ad esso collegate si possono giocare di domenica all’ora di pranzo senza che ci siano preclusioni per l’ordine pubblico. Fischio d’inizio alle 12, così da guadagnare spazio e tempo rispetto alla finale degli Internazionali d’Italia programmata nel vicinissimo Foro Italico per le 17 alla presenza (si spera) di Jannik Sinner e sotto gli occhi del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
L’esito dell’ennesima giornata di trattative frenetiche è sorprendente ma dimostra anche quanto tempo sia stato perso tra polemiche e muro contro muro. La Lega e la Prefettura di Roma si sono accordate in extremis dopo che il Tar del Lazio aveva deciso di non decidere, spendendo la materia del contendere all’Avvocatura di Stato perché si facesse carico di mediare tra le posizioni. Il ricorso presentato d’urgenza da via Rosellini, dunque, non era stato né accettato, né respinto. L’ultima riunione all’ora di cena ha portato alla scelta finale.
Insieme al derby di Roma anche le altre partite Champions
Alla stessa ora – domenica 17 maggio con inizio alle 12 – vengono programmate anche le partite delle squadre impegnate nella lotta per la Champions League: Juventus-Fiorentina, Genoa-Milan, Como-Parma e Pisa-Napoli. Invariato il resto del calendario della 37° giornata del campionato.
A far cambiare parere ai responsabili dell’ordine pubblico, fermi fino alla serata della finale della Coppa Italia nel negare qualsiasi apertura alla Lega Serie A, la protesta annunciata dagli ultras della Roma. L’idea di avere contemporaneamente fuori dallo stadio Olimpico, a poche decine di metri di distanza, entrambe le tifoserie (quella laziale non entra in contestazione al presidente Lotito), in un match a quel punto schedulato in orario serale di un giorno feriale, ha portato a nuove riflessioni. In sostanza, molto meno rischiosa la domenica che questo nuovo scenario.
Le proposte (respinte) della Lega e un giorno perso
Il paradosso è che la soluzione, arretrare l’orario di inizio del calcio e possibilmente avanzare quello del tennis, era stata suggerita inutilmente dai vertici della Lega Serie A andando a scontrarsi con un muro di dinieghi. L’accordo che era sotto gli occhi di tutti già nel pomeriggio del mercoledì della finale di Coppa Italia è stato lasciato fuori dalla porta della stanza delle trattative per poi essere riammesso un giorno dopo dalla finestra. Così è diventata l’unica soluzione possibile.
Avere il derby in notturna e con i tifosi all’esterno dell’Olimpico era diventato troppo pericoloso. Anche per questo il Tar del Lazio non si è pronunciato, coinvolgendo l’Avvocatura dello Stato. E qui si sono trovati Prefettura di Roma, Lega Serie A, i club romani, Sport e Salute e la Federtennis che con parole sprezzanti, per tutta la giornata, aveva scaricato il problema sui colleghi dl calcio. Così il numero uno della Fitp, Angelo Binaghi: “Non penso che l’Atp sposti la finale perché il calendario del calcio è fatto con i piedi”. In ogni caso, alla fine ha dovuto accettare la convivenza.
La presa di posizione dei gruppi organizzati della tifoseria della Roma aveva spinto anche il club giallorosso ad attivarsi per riportare il derby la domenica. E adesso? Squadre e tifosi hanno in ogni caso subito un danno evidente, le prime nella preparazione di impegni agonistici fondamentali e i secondi per l’incertezza nel programmare la propria presenza negli stadi. Di fatto si è tornati al punto di partenza, quello scritto nel comunicato ufficiale della Lega Calcio Serie A nella giornata di lunedì, con la correzione sull’orario del fischio d’inizio. Un pasticciaccio che si poteva evitare la cui responsabilità, però, è difficile da addebitare soltanto a chi ha scritto il calendario.
Imu, Tari, multe stradali, rette scolastiche. La rottamazione quinquies si allarga anche ai debiti con...
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Imu, Tari, multe stradali, rette scolastiche. La rottamazione quinquies si allarga anche ai debiti con i Comuni. È stato approvato in Commissione Finanza al Senato un emendamento al decreto fiscale, che fa rientrare nella sanatoria anche i tributi locali e le sanzioni amministrative e multe stradali. Milioni di cittadini potranno dunque regolarizzare vecchie pendenze, pagando soltanto il capitale dovuto, senza interessi, sanzioni e aggi di riscossione. Ma ci sono dei tempi da rispettare e nulla è “automatico”. E il primo passo, quello decisivo, spetta ai Comuni.
Quali debiti rientrano nella rottamazione quinquies: Imu, Tari, multe e tributi locali
Potranno essere inseriti nella rottamazione tutti i carichi affidati all’Agenzia delle Entrate-Riscossione dai Comuni e dagli altri enti territoriali tra il 1 gennaio 2000 e il 31 dicembre 2023. Nel concreto rientrano: Imu non pagata; Tari arretrata; vecchia Ici; Tarsu e Tia; altri tributi comunali affidati alla riscossione; canoni patrimoniali e imposte locali; sanzioni amministrative; multe stradali elevate dalla polizia municipale e rette scolastiche e altri servizi comunali. Aderendo alla rottamazione il contribuente paga soltanto il capitale originario del debito, oltre alle spese di notifica e ai costi amministrativi minimi previsti dalla procedura. Vengono invece cancellati interessi, sanzioni e altri oneri accessori. Per le multe stradali resta comunque dovuta la sanzione principale, mentre vengono azzerate maggiorazioni e interessi maturati nel tempo.
Come funziona la rottamazione quinquies: domanda, rate e importi
Il primo passo spetterà ai Comuni, che dovranno aderire entro il 30 giugno 2026. Senza quella decisione formale, i cittadini residenti in quel territorio non potranno usufruire della agevolazione per i debiti locali. Quindi ci saranno differenze territoriali nel Paese. Dal 15 settembre 2026 l’Agenzia delle Entrate-Riscossione metterà a disposizione dei contribuenti tutti i dati relativi ai carichi rottamabili. A quel punto sono i cittadini a doversi muovere per presentare la domanda. Le richieste potranno essere inviate dal 16 settembre al 31 ottobre 2026. Poi, entro il 31 dicembre 2026, l’AdER comunicherà: l’importo totale dovuto; le somme scontate; il piano di pagamento e i bollettini da utilizzare. Il contribuente potrà scegliere tra pagamento in unica soluzione o rateizzazione. Chi deciderà di pagare subito dovrà versare l’intero importo entro il 31 gennaio 2027. Chi rateizzerà potrà usare fino a 54 rate bimestrali, quindi in nove anni. È previsto un interesse fisso del 3% annuo sulle rate e ciascuna rata non può essere inferiore a 100 euro.
Chi può aderire e chi resta escluso dalla nuova sanatoria
La rottamazione quinquies sarà accessibilesia alle persone fisiche sia alle imprese, ma con alcuni limiti importanti. Restano esclusi i debiti già inseriti nella rottamazione quater o nella riammissione alla quater per i quali, alla data del 30 settembre 2025, risultano regolarmente pagate tutte le rate scadute. Al contrario, potranno rientrare nella nuova definizione agevolata i contribuenti decaduti dalle precedenti rottamazioni a causa di pagamenti omessi o effettuati in ritardo. Dunque: chi è stato puntuale con la quater non potrà passare automaticamente alla quinquies, mentre chi ha perso i benefici delle precedenti sanatorie avrà una nuova opportunità. Attenzione però alle scadenze delle rate: il mancato pagamento della prima rata o di due rate (anche non consecutive) fa decadere i benefici della definizione agevolata e riattivare l’intero debito ordinario.
Nella vita l’immagine è tutto e vale anche per lo sport e per il business...
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Nella vita l’immagine è tutto e vale anche per lo sport e per il business che lo circonda. Oggi il tennis rappresenta ciò che va di moda e il calcio (italiano) sta dietro la lavagna. Giusto, visti i risultati. E però anche i più bravi a volte steccano e quando succede è bene che glielo si dica perché non si perdano nella convinzione di essere infallibili. Preambolo troppo lungo per raccontare una giornata divisa tra Foro Italico (mattino e pomeriggio) e stadio Olimpico (serata): due al posto di uno, approfittando della vicinanza estrema di tennis e calcio. Sì, proprio quella che ha fatto nascere il casino senza soluzione della contemporaneità tra derby di Roma e finale degli Internazionali d’Italia.
Cosa sarebbe successo ai nostri eroi che comandano il pallone se… la finale di Coppa Italia fosse iniziata alle 23 per un calendario appesantito non solo dalla pioggia ma anche dalle scelte degli organizzatori, e fosse finita alle 2 di notte (e per fortuna il terzo set è volato via in un amen, altrimenti…), con i giocatori vittime di umidità e crampi e l’arena mezza vuota dovendo la gente a un certo punto scegliere tra il lavoro il giorno dopo, anzi stesso, e dormire sulle tribune?
Il paradosso dei prezzi tra Foro Italico e Stadio Olimpico
E se tutto questo fosse accaduto in uno stadio scoperto, in una giornata di pioggia e versando il misero obolo di 208 euro (piccionaia) o 586 (settore basso)? La sensazione è che, se tutto questo fosse successo alla finale di Coppa Italia, il giorno dopo la gente sarebbe andata a prendere a pomodori i dirigenti della Lega perché c’è un limite a tutto. Anche alla resistenza fisica e psicologica di atleti e spettatori. Del resto i 139 euro per una curva di Milan-Juventus hanno dato fiato e penna a predicozzi senza fine sul valore sociale del calcio (si vede che per il resto non vale).
Invece no. Anzi. Il tema del giorno sono stati i fumi che un venticello malizioso ha spedito poco prima di mezzanotte dall’Olimpico al Centrale del Foro Italico, costringendo alla resa per qualche minuto i sofisticati sistemi di arbitraggio elettronico. Ah, signora mia, che scandalo e che cialtroni. Quelli della Lega, si intende…
La gestione dei fan tra pioggia e biglietti ground
E cosa accadrebbe se all’appassionato medio del calcio, dotato di un portafoglio normale, fosse stato rifilato un biglietto da 22 euro (commissioni comprese) per pascolare tutto il giorno nei viali del Foro Italico, fare a spallate per (intra)vedere i giocatori allenarsi qualche minuto, guardare un paio di doppi e partite del torneo juniores ascoltando i rumori dai campi chiusi dove serve biglietto apposito per entrare? Succede, vedasi tagliando allegato.
Ha pure piovuto, ma questa non è colpa degli organizzatori. Capita. La colpa semmai è che chi organizza un evento come gli Internazionali d’Italia, uno Slam senza essere uno Slam, non non può non avere un piano pronto per evitare che la gente si inzuppi a meno non riesca a gettarsi per terra in uno degli spazi al coperto dove ci sono i bagni o le food court con in bella vista panini da carta di credito gold.
Un privilegio destinato solo ai più veloci, però, perché poi la security chiude e se fuori ti bagni. E basta. Ah, se fosse accaduto nello stadio di quei cattivoni del calcio… Not bad.
Post scriptum – Per la finale i biglietti costano da 597 a 2.691 euro. Anzi, costavano. Esauriti. Il che significa che hanno ragione loro e che in ogni caso un pass per il Centrale domenica 17 maggio è un po’ come un diamante: per sempre.
È come un cortocircuito, che resetta le regole del tempo. Il mercato dei segnatempo è...
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È come un cortocircuito, che resetta le regole del tempo. Il mercato dei segnatempo è avvisato, sabato 16 maggio sarà svelato AP×Swatch, la collaborazione che unisce Audemars Piguet e Swatch per Royal Pop, sintesi tra la reference senza tempo, Royal Oak, modello signature dal 1972, e i modelli POP degli anni Ottanta. Una mossa, che la famiglia Haye deve aver pensato con grande attenzione. Il progetto, infatti, arriva quattro anni dopo il successo planetario di MoonSwatch: lo Speedmaster rivisitato di Omega, che, stando alle Key Figures 2022 di Swatch Group, pubblicate a gennaio 2023 e unico dato disponibile a riguardo, ha venduto oltre un milione di pezzi. È normale quindi che ci sia un grande hype sul nuovo drop. Ma torniamo a Royal Pop. La collezione si compone di otto modelli Bioceramic di fabbricazione svizzera, animati dall’innovativo movimento SISTEM51, fiore all’occhiello di Swatch, ora disponibile in una nuova versione a carica manuale con 15 brevetti attivi. SISTEM51 rappresenta una vera e propria innovazione di settore, poiché è l’unico movimento meccanico di fabbricazione svizzera al mondo il cui assemblaggio è automatizzato al 100%. E non è un caso che i modelli siano otto perché questo numero ricorre costantemente nella storia del progetto: la forma è un ottagono; otto sono anche le viti della caratteristica lunetta del Royal Oak e altrettanti sono i brevetti aggiuntivi relativi alla struttura della cassa, dato che quella originale è complessa e combina l’ottagono arrotondato, il cerchio e la forma a botte. Il dettaglio in più? Royal Pop non ha un cinturino secondo l’idea canonica, viene distribuito con un cordino in pelle per essere indossato in modi diversi, anche come orologio da taschino. Ad oggi, sono migliaia le visualizzazioni su Instagram dei video preview con collezionisti e reseller che, da giorni, campeggiano fuori dalla boutique di New York. Non è ancora in vendita, ma Royal Pop ha già scatenato la creatività online con aziende pronte a sviluppare, alcune lo hanno già fatto, un’infinità di gadget compatibili a partire dal cinturino per trasformare l’orologio da taschino in un modello da polso. Non solo su eBay, giusto per citare una piattaforma, è possibile pre-acquistare il segnatempo da venditori che garantiscono la loro presenza all’apertura dei negozi di sabato. Le quotazioni si parte dai 900 euro in su, quando il prezzo consigliato è di 400 euro per lo stile Savonnette e 385 euro per lo stile Lépine. Royal Pop sarà disponibile in un numero selezionato di punti vendita, tra questi in Italia Milano e Roma, ma anche Firenze e Venezia, basta guardare il sito di Swatch per trovare tutti gli indirizzi.
Un tuffo nella storia per scoprire gli affreschi del Ciclo dei Mesi, perfetti esemplari di...
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Un tuffo nella storia per scoprire gli affreschi del Ciclo dei Mesi, perfetti esemplari di capolavoro gotico dipinti nella Torre dell’Aquila del Castello del Buonconsiglio, il Museo delle Scienze realizzato da Renzo Piano che disegna il profilo delle montagne trentine, pieno di dinosauri, uomini primitivi, installazioni interattive, passeggiate nella serra tropicale, con tanto di cascata scrosciante, le bollicine di montagna del Trentodoc, i canederli, il tortèl de patate e lo strudel di mele per eccellenza.
Basterebbe questo per ingolosire la maggior parte delle persone e organizzare una visita a Trento.
A invogliare ancora di più l’estate trentina ci pensa poi il Trento Live Fest 2026, un festival che unisce ai piaceri del territorio dell’ottima musica di concerti dal vivo, rigorosamente sotto le stelle nella cornice della Trentino Music Arena.
Ci si prepara a replicare il grande successo della prima edizione dell’anno scorso, grazie anche a Radio Deejay e Radio Capital che saranno le Radio Partner del Festival.
Due i weekend protagonisti: quello del 28-29-30 agosto e il successivo, 4-5-6 settembre.
Accanto a protagonisti storici del panorama musicale, si alterneranno artisti emersi negli ultimi anni, ma che hanno ormai saputo conquistare palco e fan con un pubblico sempre più trasversale.
Il primo weekend sarà interpretato da Luca Carboni, Tropico, Fulminacci, Mobrici, Gemitaiz e Venerus.
Il 4-5-6 settembre saranno invece in scena Madame, Ditonellapiaga, Emma, Sayf, i Negramaro e Motta.
Una lineup di altissimo livello, capace di attrarre un pubblico ampio ed eterogeneo e di regalare un nuovo modo di vivere il territorio, il turismo e la musica.
La vittoria numero trentadue in un Masters 1000 arriva contro il russo Rublev in un...
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La vittoria numero trentadue in un Masters 1000 arriva contro il russo Rublev in un pomeriggio finalmente assolato dopo la pioggia che ha condizionato la giornata di mercoledì al Foro Italico. Jannik Sinner si qualifica per la semifinale degli Internazionali di Roma e domani affronterà il vincitore della sfida tra Medvedev e Landaluce. Un’ora e trentadue minuti di gioco e un punteggio (6-2, 6-4) che farebbero pensare a una partita facile per Sinner. Invece il numero uno al mondo ha accusato un passaggio a vuoto sul 4-1 del secondo set dopo che aveva strappato per la seconda volta il servizio all’avversario e sembrava destinato a una veloce conclusione. Più stanchezza che deconcentrazione, come ha ammesso lo stesso Sinner a fine partita: “Sento un po’ di fatica, cerco di recuperare al meglio per domani, ma non ho giocato al massimo. Sono felice comunque perché ci sono due italiani in semifinale ed è bellissimo”. Sinner snobba l’ennesimo record centrato ma con la striscia positiva di 32 vittorie consecutive nei Masters 1000 supera Nole Djokovic e continua a scrivere la storia del tennis.
La partita
Come accade ormai spesso Sinner decide di rispondere e al primo game strappa il servizio a Rublev e lo fa ancora al settimo game dopo aver in precedenza salvato due palle break. A quel punto la chiusura del set per 6-2 è scontata. La seconda partita inizia sulla stessa linea della prima, Sinner sembra ancora più convinto di chiudere presto la pratica e strappa due volte il servizio a Rublev andando sul 4-1. Poi però qualcosa si inceppa e Sinner cede (per la prima volta nel torneo) il servizio, con il russo che si riporta sotto (4-3) facendo preoccupare un po’ anche lo staff di Sinner con Cahill e Vagnozzi che si alzano più volte in piedi per incitarlo. Ma come sempre, la capacità di concentrazione di Sinner sale nei momenti decisivi del match e il servizio che fino a quel momento aveva funzionato poco, torna efficace. Tanto basta per difendere i propri turni di battuta e chiudere 6-4 guadagnando l’ennesima semifinale a Roma.
Il grande rally delle borse mondiali ha una causa, e una causa soltanto: l’intelligenza artificiale....
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Il grande rally delle borse mondiali ha una causa, e una causa soltanto: l’intelligenza artificiale. La cosa non riguarda solo gli Stati Uniti, ma, in maniera crescente, anche i mercati finanziari dell’Asia orientale. È febbre da IA, insomma.
I numeri parlano chiaro, d’altra parte, con i principali indici azionari sempre più concentrati intorno alle società tech, e queste ultime sempre più addentro all’ecosistema dell’IA.
Oligopolio nei mercati USA
Basta analizzare il valore totale delle azioni in circolazione (market cap) delle prime 10 aziende quotate all’S&P 500 (l’indice che raggruppa le migliori 500 aziende quotate ai vari indici di New York) per rendersi conto di quanto i mercati finanziari siano dominati da queste super-società dell’IA.
Al primo posto per market cap, con ben 5,5 trilioni, troviamo Nvidia. Il colosso dei microchip di Jensen Huang che ha fatto della progettazione di microchip per l’IA il principale target aziendale.
Abbiamo poi Alphabet (ovvero Google), con il suo market cap da 4,8 trilioni e gli investimenti da centinaia di miliardi nell’IA Gemini, oltre ai data center e nell’infrastruttura di rete. C’è poi Apple, con 4,4 trilioni, senza dubbio la meno esposta tra le “magnificent 7” in fatto di IA, con “appena” 14 miliardi di investimenti previsti.
Si passa quindi a Microsoft e Amazon, entrambi colossi dei data center con Microsoft Azure e Amazon AWS. I due colossi hanno un market cap rispettivamente di 3 e 2,9 trilioni, con investimenti previsti nell’IA nell’rdine delle centinaia di miliardi per i prossimi anni.
Si passa quindi a Broadcom, altra azienda di semiconduttori (come Nvidia), con un market cap da 2 trilioni e Meta, l’azienda di Mark Zuckerberg (1,6 trilioni di capitalizzazione). Entrambe accomunate dall’IA, oltre ai semiconduttori e alla gestione di cloud e data center per Meta e allo sviluppo di chatbot e di semiconduttori personalizzati per Broadcom.
Terminiamo la lista di aziende americane con capitalizzazione superiore al trilione con Tesla, l’azienda “automobilistica” di Elon Musk con un market cap di 1,4 trilioni.
Le virgolette stanno ad indicare che Tesla è molto più di un’azienda automobilistica, basti pensare che il sistema di guida autonoma della macchina è pura IA, la stessa che sta alla base dei robotaxi in produzione e dei robot umanoidiOptimus.
Market cap trilionario anche in Asia
L’AI sta quindi ridefinendo il capitalismo globale, concentrando ricchezza e influenza in pochissime mani. Il fenomeno sta iniziando a uscire fuori dai confini degli Stati Uniti, coinvolgendo anche le aziende dell’IA dell’Asia Orientale.
In Corea del Sud sono due le aziende leader indiscusse: Samsung e SkHynix; cos’hanno in comune? Esatto, l’intelligenza artificiale. Entrambe hanno come lavoro principale la produzione di semiconduttori per telefoni, computer, server e, naturalmente, IA.
Per Samsung la vendita di smartphone e televisori è di fatto un’attività secondaria, generando meno utili rispetto ai microchip che muovono l’IA.
Le due aziende sono quotate all’indice Kospi sudcoreano; Samsung ha una capitalizzazione di 1,3 trilioni, Sk Hynix di 950 miliardi, manca quindi poco al traguardo di 1 trilione. Importante postilla: queste due aziende, assieme, valgono quasi la metà dell’intero mercato azionario sudcoreano.
Il Kospi ha raggiunto infatti una capitalizzazione totale di circa 4,5 trilioni, Samsung (1,3) e Sk Hynix (poco meno di 1 trilione), valgono dunque tra il 44 e il 48% dell’indice, a seconda dei giorni.
C’è però un posto in cui tale concentrazione raggiunge livelli ancora maggiori. A Taiwan ha infatti sede Tsmc, l’azienda leader mondiale nella produzione di microchip per clienti terzi. Nvidia e Broadcom progettano, Tsmc costruisce, detta in parole povere.
Ebbene, alla borsa di Taipei il market cap di Tsmc raggiunge l’astronomica cifra di 2,1 trilioni; lo fa su un indice azionario che nel suo complesso vale non più di 4,2 trilioni. In altre parole, la sola Tsmc vale metà borsa di Taipei.
La concentrazione del mercato ai massimi storici
Il fenomeno sopradescritto, con le dovute proporzioni, si sta sviluppando anche negli Stati Uniti.
Le prime 10 aziende dello S&P 500, che abbiamo visto essere tutte spinte negli anni recenti dalla febbre dell’IA, valgono infatti poco oltre il 40% dell’intero indice. Si tratta di un record assoluto.
Un livello di concentrazione negli investimenti mai visto prima. Ci sono solo due precedenti simili. Il primo si registrò nel 1932, a tre anni dalla crisi del ’29, quando numerose società erano fallite e tutti gli investimenti confluirono nelle poche aziende rimaste con conti solidi.
Il secondo è stato il periodo immediatamente precedente alla bolla “Dot Com”, tra il 1999 e il 2000, quando la concentrazione nelle prime 10 società legate alla nascente rete internet e all’infrastruttura tecnologica toccò il 27% degli investimenti totali.
Entrambi i precedenti sono tuttavia inferiori alla concentrazione attuale, i mercati finanziari stanno facendo “all-in” sull’IA, il futuro è terra assolutamente ignota.
Prima ancora di essere una di quelle app bellissime da aprire a fine anno per...
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Prima ancora di essere una di quelle app bellissime da aprire a fine anno per scoprire quante città sono entrate nella propria biografia, quanti aeroporti sono diventati familiari e quante ore della propria vita si sono consumate sopra le nuvole, Flighty è un’app per tracciare i voli. Sembra una definizione quasi banale, tecnica, da scaricare in fretta prima di una partenza e dimenticare appena atterrati. E invece è proprio da lì che bisogna partire, perché in un periodo storico in cui il viaggio aereo non è più soltanto sinonimo di libertà, ma anche di incertezza, attese, rotte ridisegnate, scioperi, cancellazioni, tensioni geopolitiche e aeroporti sempre più esposti alla fragilità del mondo, sapere dove si trova un aereo, se è in ritardo, se è già partito, se ha cambiato gate o se sta ancora accumulando minuti sulla pista di un altro Paese non è più un dettaglio marginale. È una piccola forma di controllo in un sistema che, spesso, controllo non ne concede quasi più.
Flighty diventa interessante proprio per questo: perché trasforma il tracciamento di un volo in qualcosa che va oltre la semplice informazione logistica. È utile per chi viaggia spesso e ha bisogno di sapere prima possibile se una coincidenza è a rischio; per chi sale su un aereo con quella forma di ansia sottile che oggi non riguarda soltanto il volo in sé, ma tutto ciò che può accadere intorno al volo; per chi resta a casa e vuole seguire in tempo reale il viaggio di un familiare, di un amico, di una persona cara, non per controllo ossessivo, ma per quella premura antica e molto umana che la tecnologia, quando funziona davvero, riesce semplicemente a rendere più precisa. Vedere che un aereo è decollato, che sta attraversando una certa rotta, che ha iniziato la discesa o che è atterrato non cancella la distanza, ma la rende meno opaca.
In questo senso, Flighty intercetta perfettamente una nuova grammatica del viaggio contemporaneo: non basta più comprare un biglietto, presentarsi in aeroporto e aspettare l’imbarco. Il passeggero vuole sapere. Chi accompagna qualcuno vuole sapere. Chi aspetta qualcuno dall’altra parte del mondo vuole sapere. Perché ogni volo, oggi, non è soltanto una linea su una mappa, ma un piccolo attraversamento dentro un sistema globale attraversato da crisi climatiche, pressioni industriali, tensioni politiche, congestioni aeroportuali e improvvisi cambiamenti di scenario. E se un tempo l’informazione arrivava dall’altoparlante del terminal, spesso tardi e male, ora passa da uno schermo personale che prova a restituire al viaggiatore, e a chi lo aspetta, almeno una cosa: la sensazione di non essere completamente al buio.
Ed è qui che l’app mostra il suo lato più intelligente. Perché Flighty non si limita a dire se un aereo è partito o atterrato. Segue il volo, monitora ritardi e cancellazioni, aggiorna gate e orari, permette di controllare l’aereo in arrivo e costruisce attorno alla partenza una specie di sala operativa tascabile. La sua utilità pratica è evidente, soprattutto in un momento in cui viaggiare significa spesso muoversi dentro una catena di variabili che non dipendono più soltanto dalla compagnia aerea o dal meteo, ma da un mondo intero che entra, silenziosamente, dentro ogni tabellone aeroportuale.
Poi, certo, c’è anche la parte più affascinante, quella che la rende quasi irresistibile per chi ama trasformare la propria vita in racconto: il Flighty Passport, il passaporto digitale che ricostruisce l’anno dei voli come uno Spotify Wrapped dei viaggiatori. Ma quella viene dopo. Prima c’è la funzione primaria, quasi essenziale: sapere dov’è un volo, cosa sta succedendo, se tutto procede o se qualcosa si è già incrinato. Prima c’è l’informazione. Poi arriva la memoria. Prima c’è l’ansia da governare. Poi arriva la bellezza dei dati che diventano biografia.
Il passaporto digitale che racconta dove siamo stati
La funzione più affascinante, almeno per chi ama trasformare la propria vita in archivio narrativo, è il Flighty Passport, una sorta di mappa personale dei voli che ricostruisce dove si è stati, quanto si è volato, quali rotte sono diventate ricorrenti, quali aeroporti hanno segnato l’anno, quante ore si sono trascorse in aria e quante, molto meno poeticamente, si sono perse a terra. È un meccanismo che ricorda da vicino lo Spotify Wrapped, solo che al posto delle canzoni più ascoltate ci sono le città attraversate, gli aerei presi, le traiettorie disegnate nel cielo e quella forma nuova di identità mobile che appartiene a chi vive con un piede in una capitale e l’altro in un terminal.
La cosa bella, e forse anche un po’ pericolosa, è che Flighty capisce una verità molto semplice: i viaggiatori non vogliono più soltanto arrivare. Vogliono ricordare. Vogliono vedere la propria vita trasformarsi in dati, ma in dati che abbiano un’estetica, un ordine, una piccola mitologia personale. Il volo Milano-Seoul non è più solo una tratta. Diventa una riga in una biografia. Il cambio a Francoforte non è più soltanto un’attesa. Diventa parte di una mappa. L’anno non si misura più solo in mesi, ma in aeroporti.
La tecnologia che anticipa l’ansia del gate
Eppure Flighty non funziona soltanto perché è bella da guardare. Funziona perché intercetta una delle grandi fragilità del viaggio contemporaneo: l’incertezza. L’app promette notifiche rapide su ritardi, cancellazioni, gate, cambiamenti operativi, aerei in arrivo e condizioni degli aeroporti, con funzioni che includono anche il tracciamento dell’aeromobile in ingresso, le previsioni sui ritardi e l’importazione automatica dei voli da calendario, email o TripIt. È, in sostanza, un’app che prova a fare una cosa molto semplice e molto difficile: portare un po’ di anticipo dentro un’esperienza che spesso vive di comunicazioni tardive.
È qui che l’app smette di essere un accessorio elegante e diventa uno strumento realmente utile. Perché chi viaggia spesso sa che la parte più stressante di un ritardo non è sempre il ritardo in sé, ma il modo in cui viene comunicato: dieci minuti alla volta, venti minuti alla volta, con quella liturgia passivo-aggressiva degli schermi aeroportuali che sembrano non voler mai dire tutta la verità fino in fondo. Flighty, invece, prova a spostare il potere informativo verso il passeggero, trasformando il telefono in una specie di sala operativa personale.
Non è poco, in un’epoca in cui il viaggiatore non è più soltanto un consumatore di mobilità, ma un soggetto esposto a una catena di vulnerabilità: scioperi, congestione degli aeroporti, crisi del personale, maltempo estremo, rotte modificate, spazi aerei ridisegnati dalle guerre, compagnie che ottimizzano ogni minuto e passeggeri che pagano il prezzo emotivo di un sistema sempre più tirato al limite.
Il viaggio come questione geopolitica
Negli ultimi anni, volare è diventato un atto molto meno neutro di quanto sembri. Un biglietto aereo non racconta più soltanto una destinazione, ma anche il funzionamento — o il malfunzionamento — di un’infrastruttura globale. Quando una tratta cambia, quando un volo accumula ritardo, quando un aeroporto entra in congestione, non c’è quasi mai una sola causa. Ci sono il meteo, il traffico, gli equipaggi, il controllo aereo, gli scioperi, le scelte industriali delle compagnie, le tensioni internazionali che modificano le rotte, i cieli chiusi, le guerre che allungano i percorsi, le crisi climatiche che trasformano l’estate europea in una stagione sempre più instabile.
Ed è proprio dentro questa cornice che Flighty diventa interessante per davvero. Non perché risolva il problema, ovviamente. Nessuna app può far partire un aereo fermo, riaprire uno spazio aereo o sostituire un controllore mancante. Ma può fare una cosa molto contemporanea: può dare al passeggero la sensazione, e in parte anche la possibilità concreta, di non essere l’ultimo a sapere.
È una differenza sottile, ma fondamentale. Nel vecchio immaginario del viaggio, il passeggero si affidava. Alla compagnia, all’aeroporto, al tabellone, all’annuncio in sala d’attesa, alla voce impersonale che comunicava un ritardo quando ormai il ritardo era già diventato realtà. Nel nuovo immaginario, invece, il passeggero pretende di leggere il sistema. Vuole sapere se il problema è il proprio volo o l’intera catena operativa. Vuole capire se l’aereo che dovrebbe portarlo a destinazione è ancora dall’altra parte d’Europa. Vuole sapere se sta aspettando un imbarco reale o un’illusione di puntualità.
La bellezza dei dati quando diventano racconto
Il successo di Flighty dice anche qualcosa sul modo in cui oggi costruiamo memoria. Una volta i viaggi si conservavano nei timbri sul passaporto, nelle carte d’imbarco infilate dentro un libro, nelle calamite comprate male in aeroporto, nelle fotografie leggermente storte davanti a un monumento. Oggi, invece, il viaggio diventa dashboard. Diventa mappa termica. Diventa statistica. Diventa una schermata da condividere.
Ma la vera forza non è la quantità di dati. È il modo in cui quei dati vengono resi comprensibili, desiderabili, quasi emotivi. Flighty prende un’infrastruttura complessa — quella dell’aviazione civile — e la trasforma in un’interfaccia leggibile anche da chi non conosce la differenza tra un ground stop e un ritardo da aeromobile in arrivo. Traduce il linguaggio tecnico del cielo in un racconto personale. E in questo senso appartiene perfettamente alla nuova generazione di app che non si limitano a offrire un servizio, ma costruiscono un’identità attorno all’uso del servizio stesso.
È la tecnologia quando smette di essere fredda e diventa memoria. È il dato che non resta dato, ma diventa racconto. È l’informazione che prima serve a ridurre l’ansia e poi, mesi dopo, torna sotto forma di bilancio personale: dove siamo stati, quanto ci siamo mossi, quali traiettorie abbiamo ripetuto, quali città hanno inciso il nostro anno più di altre.
Perché è l’app giusta nel momento sbagliato del mondo
Il punto, alla fine, non è se Flighty sia perfetta. Nessuna app lo è, soprattutto in un settore in cui le informazioni cambiano in continuazione e in cui una compagnia può sostituire un aeromobile, modificare un operativo o aggiornare una partenza all’ultimo secondo. Il punto è che Flighty arriva nel momento esatto in cui il viaggio ha perso una parte della sua innocenza.
Per anni abbiamo raccontato la mobilità globale come promessa: andare ovunque, lavorare da qualunque posto, prendere un volo come si prende una metropolitana più lunga, vivere tra città diverse, trasformare il mondo in una sequenza di aeroporti familiari. Poi è arrivata la realtà. Le pandemie, le guerre, le crisi energetiche, gli scioperi, il clima impazzito, le compagnie sotto pressione, gli aeroporti saturi. E improvvisamente il volo, che sembrava il simbolo massimo della libertà moderna, è tornato a essere quello che in fondo è sempre stato: un miracolo logistico delicatissimo, appeso a migliaia di variabili.
Flighty non cancella questa fragilità. La rende visibile. E forse è proprio questo il motivo per cui piace: perché dà forma a qualcosa che chi viaggia sente già da tempo. La sensazione che ogni partenza sia insieme desiderio e rischio, libertà e calcolo, privilegio e vulnerabilità. La sensazione che il mondo sia ancora attraversabile, sì, ma non più con l’ingenuità di prima.
Non solo partire, ma capire cosa succede mentre si parte
In fondo, la promessa più potente di Flighty non è “ti dico se il volo è in ritardo”. È “ti aiuto a capire il sistema dentro cui ti stai muovendo”. Ed è una promessa molto più grande, perché oggi il viaggiatore evoluto non cerca soltanto comodità. Cerca controllo, contesto, anticipo. Vuole sapere dov’è l’aereo che dovrà prendere. Vuole capire se il problema riguarda il suo volo o l’intero aeroporto. Vuole sapere se ha senso correre al gate o se può finalmente sedersi, respirare, riorganizzare la giornata.
E vuole saperlo anche chi non parte. Chi accompagna qualcuno fino ai controlli e poi torna a casa con lo sguardo ancora appeso a una rotta. Chi aspetta un figlio, un compagno, un’amica, un collega, qualcuno che attraversa il mondo mentre sul telefono compare una piccola icona in movimento. In quel caso Flighty non è soltanto un’app da frequent flyer. È una forma di vicinanza mediata dalla tecnologia. Non sostituisce il messaggio “sono atterrato”, ma lo anticipa, lo accompagna, lo rende meno necessario e insieme più rassicurante.
Poi, certo, c’è anche la parte più pop, quella irresistibile: aprire il proprio passaporto digitale e scoprire che l’anno appena passato non è stato solo una sequenza di impegni, ma una costellazione di città; che alcune rotte sono diventate abitudini; che certi aeroporti sono entrati nella propria vita come luoghi ricorrenti; che il tempo passato in aria racconta qualcosa della propria identità, del proprio lavoro, delle proprie ossessioni, perfino delle proprie ambizioni.
Ed è qui che Flighty, da app per viaggiatori frequenti, diventa un piccolo oggetto culturale. Perché in un mondo in cui tutto viene misurato, archiviato e restituito sotto forma di racconto personale, anche volare smette di essere soltanto un mezzo per arrivare da qualche parte. Diventa una narrazione. Una traccia. Una prova. Il nuovo lusso, forse, non è più soltanto partire. È sapere prima degli altri cosa sta per succedere.
Avviso ai naviganti: nelle prossime due partite, in qualsiasi ora e giorno si disputino, il...
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Avviso ai naviganti: nelle prossime due partite, in qualsiasi ora e giorno si disputino, il Milan si gioca (sportivamente) la vita. Stare dentro o fuori la prossima Champions League fa tutta la differenza del mondo, è il confine sottile che passa tra investire e ridimensionare, rilanciare o deprimersi più di quanto non lo sia già oggi il popolo milanista. Interessa a qualcuno? Sembra di no, se è vero che mentre la squadra affonda tra una sconfitta e un pareggio, venendo risucchiata in una lotta che non le apparteneva, ai piani alti, medi e bassi di Casa Milan sembrano tutti impegnati a regolare i propri conti.
L’ultimo capitolo della faida lo ha svelato il Corriere della Sera ed è il racconto di perché Max Allegri, a dispetto di un contratto blindato fino al 2027 che diventa 2028 con la Champions League, non vedrebbe l’ora di andarsene da Milanello e chi comanderà (forse) il prossimo Milan non vede l’ora di vederlo fare le valigie. Racconto intrigante per chi ama i retroscena, meno per chi dovrebbe vivere giorno e notte in clausura per inseguire l’obiettivo stagionale.
In sintesi: ad aprile Allegri e Ibrahimovic litigano forte per un motivo irrilevante (il prossimo terzo portiere da mettere in rosa), Zlatan smette di andare a Milanello, interferisce nel lavoro dell’allenatore telefonando a qualche giocatore per dare consigli tattici e, appena le cose prendono una brutta piega, va all’attacco chiedendo al patron pieni poteri. Così viene raccontato, fino a smentita.
Ibrahimovic che già era stato presenza ingombrante da senior advisor della proprietà, aveva messo la faccia sul balletto Lopetegui-Fonseca-Conceiçao e su una stagione disastrosa e poi si era defilato quando, evidentemente per disperazione ma senza convinzione, i piani alti di Casa Milan avevano deciso di riaffidarsi a uomini di campo e di provata esperienza come Allegri e il direttore sportivo Tare. Quest’ultimo arrivato dopo aver provato a strappare D’Amico all’Atalanta e aver trattato a lungo lo squalificato Paratici. Insomma, non proprio una prima scelta.
Mentre la squadra affonda (4 punti nelle ultime 6 giornate, encefalogramma piatto con Sassuolo e Atalanta), lo scazzo tra Ibrahimovic e Allegri non è nemmeno l’unico dei problemi. C’è un amministratore delegato di nome Giorgio Furlani apertamente contestato dalla gente che ha raccolto 50mila firme per cacciarlo e che lo ha irriso nell’ultima a San Siro. Che ha fatto sapere di non pensarci nemmeno, ad andarsene, lasciato intuire di addossare le colpe del mercato al ds Tare e che – secondo le cronache giornalistiche – starebbe lavorando a un nuovo direttore per la sessione estiva (sempre il solito D’Amico) e per un nuovo allenatore.
La contestazione della Curva Sud contro Giorgio Furlani (Getty Images)
Furlani che a gennaio avrebbe trattato per conto suo un attaccante (Mateta) senza dire nulla al reparto tecnico e che adesso starebbe brigando per portarlo a giugno. E che, da uomo dei conti, avrebbe negato finanziamenti per le richieste di Allegri e Tare salvo essere pronto a spendere una quarantina di milioni negli ultimi giorni di mercato. Il tutto con un proprietario, Gerry Cardinale, che sta negli Stati Uniti, viene in Italia pochissimo, ha delegato tutto ma non deve avere la percezione di come i delegati stiano trattando la sua creatura.
A meno che, come ha improvvidamente confessato il suo presidente (Paolo Scaroni), non sia veramente convinto che vada tutto bene e che il risultato sia una variabile irrilevante: “Il mio azionista è un esperto di sport e un grande appassionato, considera lo sport la sua missione. Negli Stati Uniti lo sport è visto come intrattenimento, mentre nel calcio italiano ed europeo lo sport è vincere le partite, tutto il resto è un dettaglio insignificante“.
Insomma, in mezzo a tutto questo casino e almeno per un paio di settimane visto che poi i giochi saranno fatti, c’è qualcuno che ha a cuore il bene del Milan più del proprio? Senza impegno, ma anche con una certa urgenza perché da Marassi passa tutta la stagione rossonera.
Non ci sono soltanto i voli aerei sempre più cari e incerti e i treni...
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Non ci sono soltanto i voli aerei sempre più cari e incerti e i treni rallentati dai cantieri estivi. La stangata estiva arriva anche per chi partirà per le vacanze via mare. I prezzi dei traghetti verso Sardegna, Sicilia e isole minori registrano aumenti a doppia cifra, con rincari che in alcuni casi sfiorano il 300% rispetto ai mesi primaverili. A lanciare l’allarme è l’Osservatorio nazionale Federconsumatori, che avverte: il costo medio di un viaggio andata e ritorno per una famiglia (due adulti, un bambino e auto) aumenta del 15%/18% rispetto all’estate2025. Ancora più impressionante il confronto tra maggio e agosto 2026: le tariffe salgono mediamente dell’82% per le poltrone e del 78% per le cabine. Colpa del caro carburante e delle tensioni geopolitiche, ma anche del sempre più diffuso sistema di tariffazione dinamica, simile a quello delle compagnie aeree.
Le tratte più care dell’estate in traghetto: Livorno-Palermo supera i 1.400 euro
La tratta più costosa in assoluto è quello tra Livorno e Palermo. Per una famiglia con auto al seguito, il viaggio di andata e ritorno ad agosto arriva a costare 946,50 euro in poltrona e addirittura 1.484,90 euro in cabina. Molto elevati anche i prezzi sulla Genova-Palermo, dove si spendono fino a 1.340 euro in cabina, mentre sulla Civitavecchia-Olbia il costo può superare gli 880 euro nei periodi centrali di agosto. La tratta che registra però il rincaro più forte rispetto allo scorso anno è la Livorno-Olbia: +22% per i posti in poltrona e +29% per le cabine. Il confronto con maggio è ancora più netto: il prezzo passa da 189,50 euro a 753,50 euro per il viaggio in poltrona, che vuol dire un incremento del 300%.
Sardegna e Sicilia le più colpite: aumenti fino al 104%
I rincari colpiscono soprattutto le rotte verso le grandi isole. Sulla Genova-Porto Torres i prezzi crescono del 104% tra maggio e agosto per chi viaggia in poltrona, mentre la Genova-Palermo segna aumenti del 93% per la poltrona e del 100% per la cabina. Anche la Civitavecchia-Olbia registra rialzi superiori al 70% nel giro di pochi mesi. Più contenuti, ma comunque significativi, gli incrementi sulla Napoli-Palermo, dove i rincari oscillano tra il 12% e il 28%. La situazione è ancora più delicata per i collegamenti con le isole minori siciliane. Dal 15 maggio Caronte & Tourist ha annunciato aumenti tariffari tra il 30% e il 50% sulle linee Siremar e sui servizi integrativi. Gli incrementi riguardano passeggeri, residenti, veicoli e mezzi commerciali. A preoccupare sono soprattutto le conseguenze economiche sul turismo estivo e sui lavoratori pendolari, dagli insegnanti al personale sanitario.
Perché i traghetti costano sempre di più
Alla base dei rincari c’è innanzitutto il costo del carburante navale. Le tensioni sullo Stretto di Hormuz e l’instabilità in Medio Oriente hanno fatto aumentare i prezzi energetici, con effetti diretti sui trasporti marittimi. Le compagnie sottolineano inoltre che il prezzo dei biglietti varia continuamente in base a domanda, disponibilità residua, periodo di prenotazione e servizi scelti. Il meccanismo è quello della tariffazione dinamica: più si avvicina la partenza e maggiore è la richiesta, più i prezzi salgono. Incidono molto anche l’auto al seguito e la scelta della cabina, che nelle settimane centrali di agosto possono far lievitare il costo finale di diverse centinaia di euro.
Come risparmiare sui traghetti estate 2026
È possibile risparmiare? La prima regola è prenotare il prima possibile. Le tariffe più basse vengono generalmente offerte nelle prime settimane di apertura delle vendite, mentre avvicinandosi ad agosto i prezzi tendono a crescere rapidamente. Può fare la differenza anche scegliere giorni feriali ed evitare i weekend centrali di agosto, quando la domanda raggiunge il picco massimo. Un altro consiglio utile è confrontare più porti di partenza o arrivo: in Sardegna, ad esempio, Olbia, Golfo Aranci e Porto Torres sono relativamente vicini e spesso presentano differenze di prezzo significative. Conveniente anche prenotare insieme andata e ritorno, che spesso ha sconti dedicati. Attenzione invece alle modifiche successive: cambiare data o orario può costare molto caro.
”Libertè, egalitè, Mbappé”. E’ il titolo che ha scelto l’edizione francese di Vanity Fair per...
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”Libertè, egalitè, Mbappé”. E’ il titolo che ha scelto l’edizione francese di Vanity Fair per l’intervista a Kylian Mbappé, calciatore francese del Real Madrid che attacca pesantemente il leader della destra francese lepenista Jordan Bardella, grande favorita per le elezioni dell’Eliseo Mbappe si era già schierato contro Bardella invitando a non votare Rassemblement National, adesso ribadisce il concetto andando giù in maniera pesante spiegando agli elettori francesi perchè secondo lui non devono votarlo. “So cosa è capace di fare gente come Bardella e per questo, per il bene della Francia, spero non venga eletto”.
La replica
Nella prima occasione Bardella aveva replicato a Mbappe sostenendo che “questi calciatori miliardari che si occupano di politica non sanno quali sono i veri problemi della gente che non arriva a fine mese”. Stavolta il politico francese ricorda gli ultimi fallimenti del calciatore. “Io so invece che cosa è successo al Psg dopo che se ne è andato Mbappé da Parigi. Il club ha vinto una Champions League quasi due)”. Mbappe dice di parlare da cittadino francese e non condivide l’idea che i calciatori non devono occuparsi di politica. Ma non è un gran momento per Kylian spesso al centro delle polemiche al Real Madrid, club con il quale in questa stagione ha segnato molti gol ma senza riuscire a diventarne il leader e soprattutto senza portare a casa trofei che per il club di Florentino Perez sono la cosa più importante. E poi Mbappé è criticato per il suo ruolo all’interno dello spogliatoio madridista, sarebbe deleterio per i compagni che invita a correre poco, a non difendere e ad andare in vacanza con la fidanzata mentre il club gioca se si è infortunati. Insomma uno che pensa solo agli affari suoi e che è a un punto di svolta della carriera. Dopo aver vinto un Mondiale a 19 anni la sua carriera non ha avuto lo sviluppo che ci si aspettava e i trionfi del Psg dopo il suo addio sono una ferita aperta per lui. La stessa modalità portata avanti per lasciare il club parigino a favore del Real Madrid ignorando la volontà della società lo ha messo in cattiva luce in Francia. Per recuperare non gli resta che dimostrare la sua bravura nel prossimo Mondiale di calcio, nel quale la Francia parte tra le favorite e Mbappé è la star annunciata.
Alberto Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi, potrebbe...
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Alberto Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi, potrebbe presto vedere riscritta la propria storia giudiziaria. La procura di Pavia, che da un anno indaga Andrea Sempio come nuovo possibile responsabile del delitto, sarebbe pronta a notificargli l’avviso di conclusione delle indagini. L’informativa finirà poi sul tavolo della Procura generale di Milano, che dovrà valutare se chiedere formalmente la revisione del processo.
Cosa serve per la revisione
La revisione non è un nuovo appello. È uno strumento straordinario, previsto solo in casi specifici: sentenza incompatibile con i fatti accertati, condanna basata su atti falsi, pronuncia della Corte europea dei diritti dell’uomo, oppure nuove prove decisive non note al momento del processo. Sarebbe quest’ultimo lo scenario all’orizzonte. Tra gli elementi potenzialmente dirompenti, la nuova perizia del medico legale Cristina Cattaneo, che colloca la morte di Chiara Poggi tra le 10:30 e le 12, con maggiore probabilità tra le 11 e le 11:30: fascia oraria in cui Stasi era al computer, intento a lavorare alla tesi di laurea. Un dato che, se confermato, smonterebbe uno dei pilastri della condanna.
Su Sempio molti indizi, nessuna prova certa
Al centro delle indagini è Andrea Sempio, amico di Marco Poggi, fratello della vittima. Nelle 300 pagine dell’informativa si parla di un possibile movente legato al «rifiuto a un approccio sessuale e odio». Ma non ci sono ancora riscontri concreti. Le prove sono infatti indiziarie: il Dna trovato sotto le unghie di Chiara, appartenente al suo ceppo familiare, e la cosiddetta impronta 33 sul muro vicino alla porta a soffietto, attribuita a lui. Quanto ai soliloqui registrati in auto, in cui secondo gli inquirenti Sempio ammetterebbe il delitto, i suoi legali replicano che commentava semplicemente dei podcast che parlavano di lui.
Restano poi molte ombre sulla ricostruzione dei movimenti del 38enne nella mattina del 13 agosto 2007. L’ipotesi accusatoria ipotizza che avesse atteso nascosto in giardino, sfruttando l’apertura della porta da parte di Chiara per far uscire i gatti. Dopo l’aggressione, sarebbe fuggito dal retro verso casa della nonna, a circa 500 metri. Ma nessuno lo ha visto. Nessuna traccia. Neppure la nonna avrebbe notato nulla di strano.
La ex di Sempio e il commento di Nordio su Garlasco
Nelle ultime settimane è emersa anche la testimonianza di una ex fidanzata di Sempio, una ragazza di circa dieci anni più giovane, sentita dai carabinieri. I due hanno avuto una relazione fra il 2014 e il 2015. La donna ha raccontato un rapporto normale, sereno. Ha confermato di avergli inviato foto intime spontaneamente, «senza che lui me lo chiedesse». Nessun video intimo, mai richiesto.
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha sollevato una domanda più ampia sul delitto di Garlasco: «Com’è stato possibile condannare Stasi? Una persona assolta in primo e in secondo grado non può, senza nuove prove, poi essere condannata». Una riflessione che va oltre il singolo caso. Perché se Stasi appare sempre più vicino alla revisione, su Sempio i dubbi restano concreti e pesanti, e il rinvio a giudizio molto probabile. Al momento, però, si può parlare solamente di ipotesi.
Un evento speciale destinato a rimanere nella storia del collezionismo Pokémon in Italia.Giovedì 30 aprile,...
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Un evento speciale destinato a rimanere nella storia del collezionismo Pokémon in Italia. Giovedì 30 aprile, durante una diretta su eBay Live, il team di GomGom Cards ha pullato per la prima volta in assoluto nel Paese il leggendario Rayquaza Gold Star dal box break del set EX Deoxys.
Un momento unico per il collezionismo
Il Rayquaza Gold Star è considerato una delle carte più iconiche e rare dell’era EX, amata da collezionisti di tutto il mondo e difficilmente reperibile sul mercato. La sua comparsa in live rappresenta un evento straordinario, reso ancora più significativo dal contesto di un box break trasmesso in diretta.
Il box EX Deoxys utilizzato durante l’evento ha un valore stimato di circa 20.000 euro, dettaglio che evidenzia ulteriormente l’eccezionalità dell’operazione e il livello raggiunto dal progetto.
“Abbiamo fatto la storia”, ha dichiarato l’imprenditore Steven Basalari.
A sottolineare il valore anche emotivo del momento è Stefano Lepri, in arte St3pNy: “Pullare il Rayquaza era un sogno che avevo fin da bambino”.
L’evento ha attirato l’attenzione di appassionati e investitori del settore TCG, consolidando il ruolo delle live come nuovo punto di riferimento per il collezionismo digitale.
GomGom Cards: live settimanali tra TikTok ed eBay
Fondata da Steven Basalari, Stefano Lepri, Edoardo Ruo e Francesco Riviera, GomGom Cards è una realtà emergente nel panorama italiano del trading card game.
Il progetto si distingue per un format strutturato e continuativo: live di sbusto su TikTok e aste su eBay Live ogni settimana, con una community in costante crescita e sempre più coinvolta.
GomGom Cards ha costruito una base solida, trasformando gli eventi live in veri e propri appuntamenti ricorrenti per collezionisti e appassionati.
L’evento eBay Live come punto di svolta
Il pull del Rayquaza Gold Star rappresenta un momento chiave nel percorso del brand. Non solo per la rarità della carta, ma per il valore simbolico dell’evento: una prima volta assoluta in Italia, avvenuta su una piattaforma globale come eBay Live.
Questo tipo di operazioni contribuisce a posizionare GomGom Cards come uno dei progetti più dinamici nel settore, capace di unire intrattenimento, community e valore collezionistico.
Prospettive future
Dopo questo evento speciale, il team ha annunciato il lancio di un nuovo progetto, confermando una strategia orientata alla crescita e all’innovazione.
Se il 30 aprile ha segnato un momento storico, le attività settimanali e le prossime iniziative indicano chiaramente che si tratta solo dell’inizio.
Ha senso giocare a tennis fino alle due di notte con un’umidità pazzesca e solo...
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Ha senso giocare a tennis fino alle due di notte con un’umidità pazzesca e solo quattromila coraggiosi sugli spalti del Centrale? Provate a chiederlo a Luciano Darderi, l’italo argentino che ha conquistato la semifinale degli Internazionali d’Italia battendo il giovane talento spagnolo Jodar e che ora sogna la finale, probabilmente contro Jannik Sinner, il grande favorito del torneo.
Partita infinita
Non è stata una giornata facile al Foro Italico: pioggia a intermittenza dal mattino e temperatura molto al di sotto delle medie stagionali. Darderi e Jodar si sono dati battaglia per tre ore e otto minuti, con un’interruzione di venti dovuta al fumo che arrivava dal vicino stadio Olimpico per il lancio dei fuochi d’artificio dopo la vittoria dell’Inter contro la Lazio nella finale di Coppa Italia. Luciano ha vinto il primo set al tiè-break, poi ha avuto a disposizione due match ball sul 5-4 del secondo, ma Jodar li ha annullati e poi ha vinto il set n rimonta infondo re game consecutivi. A quel punto era facile immaginare un crollo psicologico di Darderi, che invece ha ripreso in mano la partita e ha rifilato un clamoroso 6-0 allo spagnolo. In semifinale trova Ruud, la finale di domenica alla quale presenzierà anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, non è poi così lontana. Darderi è l’ottavo italiano a centrare le semifinali agli Internazionali nell’era Open, dopo Bertolucci, Panatta (due volte), Zugarelli, Volandri, Sonego, Musetti e Sinner. E da lunedì, comunque vada, sarà numero 16 del ranking Atp, migliorando di due posizioni il suo best ranking.
L’ago della bilancia, spesso, non entra neppure nella visita. E il metro per misurare l’altezza...
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L’ago della bilancia, spesso, non entra neppure nella visita. E il metro per misurare l’altezza è diventato quasi un reperto dimenticato negli ambulatori. Eppure sono proprio quei due numeri apparentemente banali, peso e statura, a rappresentare il primo passo per identificare una delle grandi emergenze sanitarie del nostro tempo: l’obesità.
Dal congresso europeo sull’obesità, l’European Congress on Obesity in corso a Istanbul, arriva un richiamo diretto alla medicina territoriale: i medici di famiglia devono tornare a misurare sistematicamente i pazienti. Perché senza dati elementari come peso e altezza, anche il calcolo del Body Mass Index (Bmi) diventa impossibile, e milioni di persone rischiano di convivere con una malattia cronica senza saperlo. Lo dimostrano, al congresso europeo sull’obesità European Congress on Obesity in corso a Istanbul, sia uno studio tedesco appena pubblicato sulla rivista Diabetes, Obesity and Metabolism sia la ricerca italiana Itros. Quest’ultima, condotta su un database di oltre 1,8 milioni di pazienti seguiti dai medici di medicina generale, mostra che peso e altezza risultano correttamente registrati solo nel 17% delle cartelle cliniche.
Obesità, perché peso e altezza sono ancora decisivi nella diagnosi
Per decenni il Bmi è stato considerato il parametro standard per classificare sovrappeso e obesità. Si ottiene dividendo il peso corporeo per il quadrato dell’altezza ed è ancora oggi lo strumento più utilizzato nei programmi di screening e nella pratica clinica quotidiana. In base ai criteri internazionali, un valore superiore a 25 indica sovrappeso, oltre 30 obesità. Negli ultimi anni, tuttavia, molti specialisti hanno sottolineato i limiti di questo indice. Il Bmi, infatti, non distingue tra massa grassa e massa muscolare, non considera la distribuzione del grasso corporeo e può risultare impreciso in alcune categorie di persone, dagli sportivi agli anziani. Diversi studi hanno mostrato come la semplice circonferenza addominale possa essere, in certi casi, un indicatore più affidabile del rischio cardiovascolare. Ma proprio mentre la comunità scientifica discute su strumenti più sofisticati, emerge un paradosso: spesso non vengono raccolti neppure i dati minimi indispensabili. Gli esperti riuniti al congresso europeo sostengono quindi una linea pragmatica. Prima ancora di introdurre metodiche avanzate, bisogna evitare che l’obesità resti una malattia “invisibile” già nella medicina di base. La questione è tutt’altro che marginale. L’obesità oggi viene considerata una patologia cronica recidivante, associata a un aumento del rischio di diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari, apnea del sonno, insufficienza renale, alcune forme tumorali e problemi osteoarticolari. In Italia, secondo gli ultimi dati dell’Italian Barometer Obesity Report 2025, quasi il 12% degli adulti vive con obesità e oltre un terzo della popolazione è in sovrappeso. Il fenomeno coinvolge sempre più anche l’età pediatrica. I numeri relativi ai bambini preoccupano gli specialisti perché indicano una tendenza in crescita soprattutto nelle aree socioeconomicamente più fragili del Paese.
Il paradosso del Bmi: tutti lo criticano, ma nessuno riesce ancora a sostituirlo
Nel dibattito scientifico internazionale cresce il fronte di chi considera il Body Mass Index (Bmi) uno strumento ormai superato per definire l’obesità. Ma secondo la Società italiana dell’obesità (SIO), eliminare questo parametro senza avere un’alternativa realmente praticabile rischierebbe di creare più problemi che benefici.
«Vogliamo mandare in pensione il BMI? Prima troviamo un’alternativa che non sia un ostacolo per i pazienti», dichiara Silvio Buscemi, presidente della SIO. «Oggi assistiamo a un paradosso pericoloso: da un lato la Lancet Commission propone criteri diagnostici basati sul danno d’organo che complicano e rallentano l’accesso ai trattamenti; dall’altro, i dati reali ci dicono che in Italia non riusciamo nemmeno a pesare e misurare i pazienti. Sposiamo una linea di pragmatismo: lo screening e la diagnosi devono restare semplici e immediati, oppure l’obesità continuerà a essere una malattia invisibile». Secondo la società scientifica, il Bmi continua a rappresentare uno strumento essenziale almeno nella fase iniziale di screening. «È vero che non si tratta di un parametro perfetto e che esistono falsi positivi e falsi negativi – continua Buscemi – ma resta un riferimento che medici e cittadini hanno imparato a utilizzare in quarant’anni di pratica clinica. Pensare oggi di sostituirlo con ecografie, risonanze o valutazioni approfondite del danno d’organo per ogni sospetto caso di obesità sarebbe difficilmente sostenibile, soprattutto sul piano organizzativo». Il rischio, avverte la SIO, è quello di spostare troppo avanti il momento della diagnosi. «Non possiamo aspettare che la malattia si manifesti attraverso le sue oltre 200 possibili complicanze prima di intervenire. Il BMI permette di individuare rapidamente le persone a rischio e avviare subito percorsi di prevenzione e trattamento».
A sostegno della necessità di mantenere criteri semplici, Buscemi cita i risultati dello studio ITROS, presentato al congresso europeo sull’obesità e condotto su un campione di circa 1,8 milioni di pazienti italiani. I dati mostrano che soltanto il 17% dei pazienti ha il valore del Bmi registrato nelle cartelle dei medici di medicina generale. Un dato che, secondo gli specialisti, fotografa tutte le difficoltà della medicina territoriale.
«Siamo ancora all’alba della misurazione di base e c’è chi vorrebbe già introdurre parametri da medicina d’élite – osserva Buscemi –. Se non riusciamo a ottenere un dato semplice come il BMI nell’83% dei casi, come possiamo pensare di rivoluzionare le linee guida con criteri ancora più complessi? Il rischio è trasformare l’obesità in una sorta di malattia fantasma per il sistema sanitario». Secondo la SIO, il problema non riguarda soltanto l’organizzazione degli ambulatori o il poco tempo disponibile durante le visite. Anche gli ostacoli burocratici e normativi starebbero rallentando la raccolta dei dati epidemiologici.
La società scientifica punta il dito soprattutto contro alcune interpretazioni della normativa sulla privacy che, a detta degli specialisti, limiterebbero la possibilità per i medici di famiglia di condividere dati anonimizzati a fini di ricerca. «È paradossale – conclude Buscemi – che i medici di base non possano conferire dati anonimi per studi scientifici a causa di vincoli burocratici. L’obesità, che interessa circa 6 milioni di italiani, richiede invece sistemi di monitoraggio continui ed efficienti. Senza misurazioni semplici e diffuse, e senza la possibilità di raccogliere dati epidemiologici affidabili, restiamo sostanzialmente al buio. È come voler ridurre i consumi elettrici di un Paese senza poter leggere i contatori. Per questo chiediamo alle istituzioni meno burocrazia e più misurazioni».
Pescare granchi reali, viaggiare su slitte trainate da husky e renne, incontrare le pulcinelle di...
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Pescare granchi reali, viaggiare su slitte trainate da husky e renne, incontrare le pulcinelle di mare, dormire in un hotel sotto la neve. Verso nord, tra la Finlandia e la Norvegia.
«Timeo Danaos et dona ferentes», così scrisse Virgilio nell’Eneide. Temo i Greci anche quando portano...
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«Timeo Danaos et dona ferentes», così scrisse Virgilio nell’Eneide. Temo i Greci anche quando portano doni. Questa frase è quanto mai attuale nel dibattito sull’Intelligenza Artificiale. Entusiasmo, clamore, grandi aspettative e altrettanto grande disinformazione. A orientarci in un mondo dietro cui si nasconde un labirinto, dove è facile smarrirsi (o forse ci siamo già smarriti), ci prova il saggio di Umberto Mancini: La comunicazione economica-finanziaria nell’era dell’Intelligenza Artificiale (oVer edizioni), presentato a Roma ieri alla Camera dei Deputati.
Nella strabiliante sala del Refettorio a Palazzo San Macuto, il giornalista economico, che ha guidato il servizio economico prima a Il Tempo e poi a Il Messaggero, si è confrontato il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’informazione e all’editoria, Alberto Barachini, il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Guido D’Ubaldo, Laura Aria, commissario AGCOM. Il dibattito, moderato da Cristina Paolini, responsabile relazioni esterne Mundys, seguito da una sala gremita di giovani, si è focalizzato su quanto la comunicazione dei media possa venire stravolta, piegata, piallata dall’Intelligenza Artificiale.
Umberto Mancini autore di: «La comunicazione economica-finanziaria nell’era dell’Intelligenza Artificiale»
Una mappa per non soccombere all’era dell’Intelligenza Artificiale
Mancini offre una mappa per non soccombere e finire come naufraghi aggrappati alla zattera di Géricault. Bisogna saper mantenere un atteggiamento ibrido. Non alzare bandiera bianca e neanche demonizzare la tecnologia. Come scrive nella prefazione Azzurra Caltagirone, presidente di Caltagirone Editore: «Questo libro arriva esattamente nel momento giusto per aiutarci a capire cosa sta succedendo nel campo specifico della comunicazione economica e finanziaria. L’IA è un amplificatore cognitivo di potenza inedita, moltiplica la velocità in analisi, la capacità di sintesi, la portata distributiva del messaggio».
Uno strumento imprescindibile, come sottolinea il sottosegretario Barachini, ma anche una rivoluzione dirompente, destabilizzante, come sottolinea più volte Auria. «In un’epoca in cui le macchine imparano a velocità esponenziale, ricordarsi di non smettere di imparare è il gesto più rivoluzionario che possiamo compiere», conclude l’editore Azzurra Caltagirone. Ma promesse esagerate e paure apocalittiche non possono che alimentare l’inganno dell’IA, che si nutre dei nostri timori, dell’avanzare troppo incerti, quasi sapessimo di essere Davide di fronte a Golia.
I rischi dei pappagalli stocastici e l’atrofia mentale
La metafora potente dei “pappagalli stocastici” coniata da Emily M. Bender, che riprendono schemi linguistici senza capirne il significato, dovrebbe farci capire che i nostri timori altro non fanno che favorire interessi economici, oscurando l’impatto reale che queste tecnologie possono avere sulla vita di tutti. Mancini riporta all’uso consapevole, alla responsabilità, spiega con semplicità e chiarezza la necessità di costruirsi una cassetta degli attrezzi, dove conservare con cura l’elemento umano, la conoscenza personale, il rapporto antico e consolidato, la fiducia nella propria fonte.
Ma nello stesso tempo ammette, che come un roditore, così di moda di questi tempi, l’IA è in grado di rosicchiare le nostre menti. Atrofizzando e rendendoci più pigri. Ci abbandoniamo così a un fiume di notizie di cui, secondo uno studio di NewsGuard del 2025, i principali modelli dell’IA generativa ripetono informazioni false nel 35 per cento dei casi. Allora, mentre diventeremo sempre più veloci e competitivi grazie ai suoi “doni”, cederemo inevitabilmente una parte del nostro cervello (d’altronde come già ci insegnò Goethe nel suo Faust), proprio come si vede sulla copertina del libro. Ma quando l’algoritmo sbaglierà, e sbaglierà, allora di chi sarà la colpa?
Dopo gli anni del dissesto, Campione d’Italia prova a ripartire: conti pubblici in ordine, rilancio...
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Dopo gli anni del dissesto, Campione d’Italia prova a ripartire: conti pubblici in ordine, rilancio turistico, ruolo del Casinò e progetto «Campione Rilancia» sono i nodi decisivi per misurare la reale tenuta economica del Comune nei prossimi cinque anni.
Lady Gaga torna a reinventare il proprio universo artistico con Apple Music Live: Lady Gaga...
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Lady Gaga torna a reinventare il proprio universo artistico con Apple Music Live: Lady Gaga MAYHEM Requiem, il nuovo film-concerto che debutterà il 15 maggio alle 05:00 CET su Apple Music e contemporaneamente in 15 cinema negli Stati Uniti.
Diretto e prodotto da Morningview, MAYHEM Requiem rappresenta una nuova lettura del settimo album della popstar, MAYHEM, trasformando l’opulenza teatrale del tour in una dimensione più intima, oscura e introspettiva. Il livestream sarà disponibile gratuitamente al momento della première, senza necessità di abbonamento, mentre la versione on-demand e l’album live in Audio Spaziale saranno accessibili successivamente in esclusiva agli abbonati Apple Music.
Registrato dal vivo il 14 gennaio al celebre The Wiltern di Los Angeles, lo spettacolo si presenta come una sorta di epilogo artistico del The MAYHEM Ball, il tour mondiale che ha accompagnato il successo dell’album. Prodotto esecutivamente da Gaga insieme a Michael Polansky, il tour aveva costruito un immaginario monumentale tra alta moda, narrazione teatrale e scenografie gotiche, affrontando temi come dualità, morte e rinascita.
Con MAYHEM Requiem, però, quel teatro simbolico appare distrutto, ridotto in rovine. Gaga ne raccoglie i frammenti per dare vita a una performance più essenziale e vulnerabile, costruita attorno a pianoforte e sintetizzatori. Nuovi arrangiamenti di brani come “Abracadabra” e “Disease” emergono così in una veste completamente differente, sospesa tra elegia elettronica e confessione emotiva.
Il progetto si propone come complemento ideale dell’album originale ma anche come esperienza autonoma. Grazie all’Audio Spaziale disponibile su Apple Music, i fan potranno vivere il concerto con un livello immersivo pensato per ricreare l’atmosfera del Wiltern.
Mayhem, prodotto da Gaga con Michael Polansky, Andrew Watt, Cirkut e Gesaffelstein, ha debuttato direttamente al numero uno della classifica Billboard 200, diventando il settimo album solista consecutivo della cantante a raggiungere il vertice. Il successo del progetto è stato amplificato dal singolo Die With a Smile, nato dalla collaborazione con Bruno Mars. Il brano ha dominato la Billboard Global 200 per 18 settimane e conquistato la vetta della Hot 100 per cinque settimane, imponendosi in oltre 30 Paesi.
A coronare il trionfo di MAYHEM è arrivato anche il riconoscimento ai Grammy Awards 2026, dove il disco ha vinto il premio come Best Pop Vocal Album.
La nuova strategia antiterrorismo dell’amministrazione di Donald Trump non è soltanto un documento sulla sicurezza...
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La nuova strategia antiterrorismo dell’amministrazione di Donald Trump non è soltanto un documento sulla sicurezza nazionale americana. È un manifesto politico e ideologico che ridefinisce il concetto stesso di terrorismo, amplia il numero delle minacce considerate esistenziali per gli Stati Uniti e rompe con gran parte dell’impostazione adottata dopo l’11 settembre dalle precedenti amministrazioni. Nel testo diffuso dalla Casa Bianca nel maggio 2026 emerge una visione del mondo nella quale Washington si considera minacciata contemporaneamente da jihadisti, cartelli della droga, governi ostili, movimenti radicali interni e nuove reti tecnologiche globali. Fin dalle prime pagine il documento assume toni estremamente aggressivi. Trump sostiene che con il suo ritorno alla Casa Bianca «si sono conclusi quattro anni di debolezza, fallimenti, resa e umiliazioni» sotto l’amministrazione di Joe Biden. Il report rivendica il successo di operazioni militari contro l’Iran, il ritorno di ostaggi americani detenuti all’estero e l’impiego delle forze armate contro narcotrafficanti e gruppi criminali transnazionali. Ma il punto più controverso è la ridefinizione delle categorie considerate terroristiche. La strategia individua tre grandi minacce prioritarie:
narcoterroristi e bande transnazionali
terrorismo islamista
estremisti violenti di sinistra, anarchici e antifascisti
È un passaggio molto delicato perché inserisce movimenti politici interni nello stesso quadro strategico utilizzato per descrivere gruppi jihadisti e organizzazioni criminali armate. Il testo parla inoltre di gruppi «radicalmente pro-transgender e anarchici», sostenendo che il governo utilizzerà strumenti di intelligence e di law enforcement per identificarli e neutralizzarli prima che possano colpire. La strategia contiene anche accuse durissime contro l’apparato federale americano. Secondo il documento, durante gli anni di Biden gli strumenti antiterrorismo sarebbero stati utilizzati contro cittadini americani innocenti, inclusi cattolici conservatori, genitori contrari alle politiche scolastiche e sostenitori di Trump. La Casa Bianca sostiene che intelligence e sicurezza nazionale siano state politicizzate e promette un ritorno a operazioni «basate sulla realtà» e non su criteri ideologici.
Uno dei capitoli più significativi riguarda la trasformazione dei cartelli della droga in veri e propri obiettivi militari. Il report definisce i cartelli organizzazioni terroristiche straniere e rivendica l’impiego del Dipartimento della Guerra contro imbarcazioni e reti logistiche del narcotraffico. Viene persino citata l’operazione «Absolute Resolve», che avrebbe portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, descritto come narcoterrorista collegato ai cartelli e all’Iran. Il documento presenta poi l’Iran come la principale minaccia strategica globale per gli Stati Uniti. Teheran viene descritta come il più importante sponsor del terrorismo internazionale, accusata di finanziare gruppi proxy come Hezbollah e di perseguire capacità nucleari e missilistiche offensive. Le operazioni «Midnight Hammer» ed «Epic Fury» vengono indicate come esempi di azione preventiva contro il regime iraniano. Il report lascia chiaramente intendere che future operazioni militari contro Teheran restino una possibilità concreta.
Molto dura anche la parte dedicata all’Europa. Secondo il documento, il continente avrebbe consentito a jihadisti, cartelli e reti criminali di sfruttare frontiere aperte e politiche migratorie permissive. Il report afferma che «la migrazione di massa senza restrizioni è stata la cinghia di trasmissione per i terroristi» e parla apertamente di «declino volontario» europeo. L’Europa viene accusata di aver ridotto le risorse destinate all’antiterrorismo e di aver favorito ambienti permissivi per attività radicali e criminali.Un altro passaggio centrale riguarda i Fratelli Musulmani, definiti la radice di tutto il terrorismo islamista moderno. Il documento sostiene che gruppi come al-Qaeda, ISIS e Hamas derivino ideologicamente dalla galassia dei Fratelli Musulmani e rivendica la designazione di diverse sezioni del movimento come organizzazioni terroristiche straniere. Una scelta che potrebbe avere conseguenze diplomatiche rilevanti nei rapporti con alcuni Paesi arabi in particolare con il Qatar. Grande attenzione viene inoltre riservata alle nuove tecnologie. Droni, intelligenza artificiale, produzione additiva e strumenti dual use vengono considerati moltiplicatori della minaccia terroristica. Iran, Cina e Russia vengono accusati di facilitare il trasferimento di tecnologie avanzate verso gruppi ostili agli Stati Uniti. Il report evidenzia anche il rischio legato all’utilizzo di armi di distruzione di massa da parte di attori non statali, compresi dispositivi nucleari o radiologici. Nel complesso il documento segna una rottura netta con l’antiterrorismo tradizionale post-11 settembre. La nuova dottrina americana unisce sicurezza dei confini, guerra ai cartelli, confronto con Iran e Cina, critica al globalismo e lotta alle ideologie radicali interne in un’unica strategia. Il terrorismo non viene più descritto soltanto come minaccia armata internazionale, ma come qualsiasi rete — criminale, ideologica o statale — ritenuta capace di minare la stabilità politica, sociale e culturale degli Stati Uniti.
I laziali a Ponte Milvio perché in protesta contro Lotito, i romanisti a una manciata...
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I laziali a Ponte Milvio perché in protesta contro Lotito, i romanisti a una manciata di metri per non essere ostaggi dei pasticci del calcio moderno. Il derby dell’Olimpico si sta trasformando nel peggiore degli incubi per chi deve gestire l’ordine pubblico intorno allo stadio e non solo un pasticcio che ha scatenato una bufera di critiche e polemiche sulla Lega Calcio Serie A. Il muro contro muro con il Viminale ha portato allo slittamento di Roma-Lazio alle ore 20,45 di lunedì 18 maggio, visto che le chance che il Tar ribalti la decisione presa dalla Prefettura di Roma sono pressoché nulle.
Ma il paradosso è che la decisione presa per evitare di dover gestire la convivenza pomeridiana tra il derby e la finale maschile degli Internazionali d’Italia, domenica 17 maggio, si sta rivelando un boomerang perché il derby in orario serale e con fuori le tifoserie che nella scorsa primavera si sono date appuntamento e scontate, causando decine di feriti anche tra le forse dell’ordine, preoccupa e non poco.
La protesta delle curve di Lazio e Roma
Che gli ultras della Curva Nord laziale avessero deciso di non presenziare al derby era noto da tempo. In aperta contestazione rispetto alla proprietà di Lotito, da mesi disertano l’Olimpico manifestando all’esterno e concedendosi due uniche deroghe: contro il Milan in campionato e nella finale di Coppa Italia persa con l’Inter. Stazionano nella zona di Ponte Milvio, il teatro di buona parte degli incidenti del 2025.
La novità è che anche i gruppi organizzati romanisti hanno deciso di non varcare i cancelli dello stadio dandosi appuntamento dalle parti dell’Obelisco del Foro Italico. Il motivo? Una forma di protesta contro il tira e molla nell’organizzazione del derby, passato dalle 12,30 della domenica alle 20,45 del lunedì insieme alle altre quattro partite con squadre in corsa per la zona Champions League. Un cortocircuito finito davanti al Tar con ricorso d’urgenza presentato dalla Lega una volta tramontata l’ultima ipotesi di compromesso con il Viminale e con la Federtennis che organizza gli Internazionali d’Italia.
“A tutto c’è un limite e quel limite è stato superato. La Prefettura ha deciso? Noi pure. La dignità non vale nessuna partita di calcio e di nessuno faremo i burattini, per rispetto di tutti i tifosi della Roma che a seguito di queste assurde e inevitabili situazioni hanno speso inutilmente tempo e soldi. Se si dovesse giocare di lunedì i gruppi organizzati rimarranno fuori, fermo restando che sarà ben accetto chiunque vorrà unirsi all’iniziativa” è il comunicato che posiziona anche la Curva Sud sul piede di guerra.
Derby in orario serale, i timori per l’ordine pubblico
Ora, dunque, le forze dell’ordine dovranno gestire due tifoserie con precedenti freschi di gravi incidenti, entrambe all’esterno dell’impianto e in orario serale e notturno. Esattamente quello che un anno fa il Viminale aveva ordinato non accadesse, tanto che a settembre il derby d’andata era stato giocato all’ora di pranzo della domenica. Sarà un lunedì di passione per tutti, insomma, non senza polemiche visto che la scelta della Prefettura di derogare al divieto di notturne per Roma-Lazio era stata motivata dall’esigenza di non appesantire il flusso del giorno feriale in un quartiere importante della Capitale.
Lo sviluppo causerà nuove polemiche sulla vicenda, ma è difficile ipotizzare un nuovo intervento per spostare ulteriormente l’orario della sfida dell’Olimpico così da tornare “alla luce del sole”. Va ricordato, infatti, che in contemporanea con Roma-Lazio si dovranno giocare anche Juventus-Fiorentina, Genoa-Milan, Parma-Como e Pisa-Napoli: almeno 300mila tifosi sono vittime dei disagi organizzativi di una vicenda in cui si sono accavallati errori e scontri a livello istituzionale.
Un anno dopo le lacrime di Monaco e i colpi beffardi di Pedro, un anno...
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Un anno dopo le lacrime di Monaco e i colpi beffardi di Pedro, un anno dopo lo choc di arrivare a un passo da tutto per stringere niente, dopo essersi ritrovata dentro il baratro, l’Inter completa il suo cerchio della vita. E’ Doblete, accanto allo scudetto i nerazzurri si prendono anche la Coppa Italia completando un bis che fin qui era riuscito solo a Roberto Mancini e José Mourinho. Ce l’ha fatta anche Cristian Chivu in coda a una stagione che a questo punto entra di diritto nella storia interista superando il rischio che l’abitudine alla vittoria renda banale e scontato anche quanto banale e scontato non è.
C’è la firma del giovane tecnico romeno sulla notte dell’Olimpico oltre a quella di Lautaro Martinez che di questa squadra è il leader tecnico ed emozionale. Due mesi fa, appena incassata la sconfitta nel derby con il Milan, i fantasmi del passato erano tornati a popolare le notti dei nerazzurri e lì sono rimasti fino a quando il capitano non ha accorciato i tempi per tornare dalla sua truppa. La Lazio ha opposto allo strapotere dell’Inter quello che aveva, ma Sarri era stato sincero alla vigilia quando aveva spiegato che sarebbe servito qualcosa di folle per sovvertire i rapporti di forza in campo.
Non è successo nulla di soprannaturale, invece, e la finale di Coppa Italia è in pratica durata mezz’ora. Un autogol di Marusic sul solito angolo killer di Dimarco e un appoggio facile facile di Lautaro Martinez dopo che Dumfries aveva sradicato palla a un timido Tavares: due a zero e giochi finiti. Verrebbe da dire che la Lazio si è fatta gol da sola, ma non sarebbe la sintesi corretta nemmeno nei confronti di chi ha perso. Semplicemente Chivu ha comandato il campo e i bianconcelesti hanno inseguito riuscendo a rendersi pericolosi solo a tratti in una ripresa in cui mai, però, c’è stata l’impressione che potesse accadere qualcosa di diverso.
E’ la decima Coppa Italia della storia dell’Inter e anche se non potrà aggiungere la stella d’argento sopra il tricolore, il senso cambia poco. I nerazzurri sono dentro un lungo ciclo vincente, avviato da Conte, proseguito da Inzaghi e ora consegnato a Chivu: 9 titoli in sei anni con due finali di Champions e una di Europa League consegnate al cassetto dei rimpianti ma che raccontano quanto profonde siano le radici del dominio casalingo.
La figura che lega tutto è quella di Beppe Marotta, il simbolo della continuità da Zhang a Oaktree, entrato nell’Inter in punta di piedi e smentendo le cassandre secondo le quali un fondo nella stanza di comando avrebbe avviato un rapido ridimensionamento delle ambizioni guardando solo ai conti. Non è successo e la sensazione è che il ciclo di questa Inter non sia finito all’Olimpico alzando al cielo la Coppa Italia. Sarà rinnovato, rinfrescato e forse anche dotato di un dna diverso in campo ma la squadra che ha comandato la stagione in Italia ha ancora tanto da dare e conserva un gap importante sulla concorrenza interna.
Ultimo capitolo per la festa di una serata in cui il calcio italiano è stato all’altezza di se stesso. Olimpico pieno, clima di festa e sano agonismo con accenno di piccola rissa solo nel finale, organizzazione perfetta. Tutto sotto gli occhi del futuro presidente della Figc, Giovanni Malagò, che ha preso nota dopo aver incassato l’apprezzamento di quasi tutte le componenti. Dovrà mettere mano a quello che non funziona senza buttare via quello che, invece, ha valore. L’Inter ha festeggiato la Coppa Italia mentre la Lega Calcio Serie A depositava al Tar il suo ricorso fallita l’ultima mediazione per provare a sistemare il pasticcio brutto del derby di Roma. Stesso stadio, altra storia.
Francesco Vaia, componente dell’Autorità garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, è stato direttore...
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Francesco Vaia, componente dell’Autorità garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, è stato direttore dello Spallanzani e direttore generale della prevenzione sanitaria al ministero della Salute. E quando parla di hantavirus è uno dei pochi che non si baloccano con i facili allarmismi.
«Diciamo le cose chiare, in maniera molto netta: non dobbiamo assolutamente avere paura. La cosa più grave che ci può accadere è quella di entrare nella psicosi. Stamattina ho ricevuto varie telefonate di persone semplici, normali, che mi chiamavano per chiedere: “Professore, ma dobbiamo preoccuparci? C’è un po’ di ansia a casa nostra”. Il messaggio chiaro che deve essere, secondo me, lanciato dai media è che non bisogna avere paura di questo hantavirus. È una malattia che si manifesta prevalentemente negli animali, in particolare nei roditori, quindi nei ratti, nei topi, e che si trasmette da animale ad animale. In determinate condizioni, come sembra sia accaduto, ci può essere uno spillover, cioè un salto di specie dall’animale all’uomo. Rarissimamente – sottolineiamo questa parola: rarissimamente – ci può essere un contagio uomo-uomo».
E in che condizioni può avvenire?
«Deve esserci un contatto strettissimo: dormo con questa persona, faccio sesso con questa persona, respiro con questa persona… Allora può esserci in questi casi eccezionali un’esposizione di contiguità, ma non basta avvicinarsi una volta. Per cui non ci facciamo prendere dall’ansia. Sento dire: stiamo lontani dalle persone, distanziamoci, mettiamoci la mascherina… Attenzione, non facciamoci prendere da queste ansie che fortunatamente abbiamo superato. Un’altra cosa».
Dica.
«Bisogna che ci vacciniamo? Assolutamente no, non c’è bisogno che ci vacciniamo né che ci inventiamo un nuovo vaccino».
Beh si dice che il vaccino potrebbe essere già pronto…
«Sì, magari di un’azienda americana… Guardi, anche qui bisogna essere netti. La scienza deve continuare a fare il suo lavoro, deve continuare a sperimentare, a verificare e quant’altro. Però non bisogna confondere l’obiettivo con lo strumento. Cioè noi non possiamo utilizzare sempre e comunque un farmaco, un vaccino, per risolvere i problemi. Ci sono tante possibili soluzioni, anzi c’è bisogno che si facciano determinate azioni per prevenire. Se ogni qualvolta ho un raffreddore, un’influenza eccetera devo prendere per forza un farmaco, mi tocca stare per tutta la vita a vaccinarmi in ogni momento. E questo è un grave errore. Quindi non si tratta di non sperimentare, non innovare, non finanziare la ricerca: questo bisogna farlo. È bene che si faccia in Italia, è bene che lo faccia anche Trump negli Stati Uniti. Ma non possiamo adesso approfittare di questo virus per continuare a mettere in atto politiche i cui eccessi si sono dimostrati assolutamente negativi, soprattutto per la psiche degli italiani, e non solo».
Su questo mi pare non ci sia alcun dubbio.
«Io, è noto, penso che il vaccino sia uno strumento utilissimo, ma va utilizzato nei casi necessari e non bisogna farne un cattivo uso. Questo lo dico non solamente adesso, ma come ricorderà l’ho detto in periodi in cui il Covid imperversava, dissi con nettezza che non bisognava vaccinare i bambini, che la bilancia rischio-beneficio pendeva troppo sul rischio e non sul beneficio. Quindi non sono sospetto di parzialità su questo tema».
A parte i vaccini, quindi, che si dovrebbe fare secondo lei?
«Qui ci sarebbe da chiamare in causa anche i media. Non possiamo parlare di certi argomenti solamente quando c’è una emergenza o qualcosa di simile. Dobbiamo fare prevenzione delle malattie. Non significa, lo dicevo prima, che a ogni cosa che succede si debba prendere un farmaco o un vaccino, e utilizzare questa scorciatoia. Prevenzione significa un’altra cosa».
Cioè?
«Per esempio: cosa facciamo nelle città per tenere lontani i roditori, i cinghiali, animali che possono essere fonti di contagio, essere portatori di malattie infettive? Tra poco verranno le zanzare e so già che ci chiameranno anche tanti vostri colleghi. Ma anche qui: invece di chiedere a noi quando arrivano le zanzare, chiediamo piuttosto ai Comuni a febbraio e marzo che cosa fanno per prevenire. Quando dico non esageriamo col vaccino, sono pronto a ripeterlo fino alla noia. È una scorciatoia, non possiamo risolvere tutti i problemi così. Che tipo di società vogliamo costruirci? Una società che tiene presente la centralità della prevenzione oppure no? Chiediamoci ancora: come sono tenuti oggi i luoghi della socialità? Sono sempre più reietti, poco curati. Pensiamo tanto, e giustamente, ai cellulari. La gente sta troppo sui social. Ma cosa diamo in alternativa? Dobbiamo costruire una società che punti sempre di più sulla prevenzione attiva a 360 gradi, che non sia medicalizzata. Io sono contrario a una società medicalizzata: le innovazioni farmacologiche sono importantissime, ma vanno utilizzate al momento opportuno. Dobbiamo costruire una società che eviti il consumo del farmaco, non che lo aumenti».
Spostare indietro il derby di Roma e il resto della giornata di Serie A con...
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Spostare indietro il derby di Roma e il resto della giornata di Serie A con in palio la Champions League e tirare avanti la finale degli Internazionali d’Italia. Travolto dall’imbarazzo dello scontro istituzionale con la Prefettura di Roma, ma anche dal Governo sono arrivate critiche feroci, il calcio italiano ha lavorato per uscire dallo stallo.
La soluzione per evitare il ricorso al Tar, peraltro in ogni caso fuori tempo massimo per eventi in programma domenica all’ora di pranzo, è stata esplorata in una serie di contatti proseguiti mentre ufficialmente si procedeva muro contro muro.
Dunque, riportare Roma-Lazio e le quattro partite collegate per obbligo di contemporaneità (Juventus-Fiorentina, Pisa-Napoli, Genoa-Milan e Parma-Como) alla domenica anticipandole alle 12 chiedendo alla Federtennis di riprogrammare la finale del Foro Italico alle 17,30. Sufficientemente lontana dal fischio finale dell’Olimpico per garantire un margine al deflusso, temutissimo per l’ordine pubblico, dei tifosi del calcio lasciando spazio a quelli del tennis.
Una mediazione e non facile per il poco tempo a disposizione e per la durezza dello scontro che si è sviluppato nella vigilia del week end della giornata numero 37 del campionato. Nella fase in cui lo scenario è stato delineato è mancato, infatti, l’appoggio della Prefettura così da lasciare l’idea sul tavolo di una trattativa informale tra i dirigenti della Lega Calcio Serie A e i vertici della Federtennis. Unica certezza: il disorientamento di centinaia di migliaia di tifosi cui manca l’informazione base per seguire la propria squadra del cuore nella penultima fatica del campionato.
Mentre il negoziato tra Iran e Stati Uniti sembra essere ad un punto morto, con...
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Mentre il negoziato tra Iran e Stati Uniti sembra essere ad un punto morto, con il cessate il fuoco che è stato definito da Donald Trump “in fin di vita”, Teheran continua nei suoi progetti di nazionalizzazione dello Stretto di Hormuz.
Iraq e Pakistan si accordano con Teheran
Secondo quanto riportato da Reuters, che cita cinque fonti informate sui fatti, Iraq e Pakistan avrebbero infatti siglato accordi bilaterali con Teheran per garantire il passaggio delle proprie petroliere e gasiere.
La veridicità di tale accordo, in ogni caso non reso pubblico, sembrerebbe essere confermata dal transito di due superpetroliere irachene attraverso Hormuz, avvenuto domenica, con ciascuna delle due navi che trasportava circa 2 milioni di barili di greggio.
Anche il mediatore pakistano, secondo le fonti del settore industriale pakistano sentite da Reuters, avrebbe raggiunto un accomodamento con l’Iran per il passaggio delle navi che trasportano energia a lui indirizzato.
Negli ultimi giorni, infatti, due navi cariche di GNL qatariota dirette verso il Pakistan hanno attraversato in sicurezza lo Stretto, offrendo documentazione dettagliata sulle navi, rotte designate e accettando la supervisione delle forze navali iraniane.
Teheran sembra quindi confermare la sua intenzione di trasformare lo Stretto da transito neutrale a “corridoio controllato”, dove i Paesi alleati o amici (come è il caso per Iraq e Pakistan) potranno transitare, gli avversari, invece, no.
I colloqui con l’Oman
Sebbene per il momento non risultino pagamenti effettuati da Pakistan e Iraq in relazione ai transiti, le dichiarazioni di numerosi funzionari e membri del governo iraniano sembrano indicare l’intenzione di istituire un sistema di pedaggi.
Non a caso, nella giornata di martedì una delegazione iraniana ha incontrato nella capitale dell’Oman, Muscat, la controparte omanita, con la quale ha tenuto una riunione tecnico-giuridica relativamente allo Stretto di Hormuz e alle “misure volte a garantire il passaggio sicuro delle navi e dei diritti sovrani di entrambe le nazioni su tale via navigabile”, come riportato dai media iraniani.
Secondo l’iraniana Press TV, nel corso dei colloqui “entrambe le parti hanno ribadito i propri diritti sovrani e la propria giurisdizione sullo stretto, sottolineando che esso fa parte delle acque territoriali di entrambi i paesi”.
Teheran vuole insomma rivestire di legalità quella che sarebbe una nazionalizzazione dello Stretto, cooptando a sé anche l’Oman, e cui acque territoriali, assieme a quelle iraniane, coprono l’intero corridoio acquatico.
Sebbene lo Stretto sia effettivamente diviso a metà tra acque territoriali iraniane e omanite, la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del Mare impone il principio del “passaggio di transito”.
Questo significa che né l’Iran né l’Oman possono legalmente bloccare, sospendere o ostacolare il transito continuo e rapido delle navi commerciali o militari straniere, a patto che queste non rappresentino una minaccia diretta alla sicurezza degli Stati costieri, cosa applicabile alle sole navi militari. Teheran, tuttavia, non ha mai ratificato tale Convenzione.
La risposta occidentale
Gli Stati Uniti, tuttavia, non possono certo permettere che il principio della “libertà di navigazione” venga messo così da parte.
Il Presidente Trump ha già fatto sapere nei giorni scorsi di star valutando il rilancio dell’Operazione “Project Freedom“, poi sospesa, che tuttavia potrebbe essere una componente di un'”operazione militare più ampia” per riaprire il passaggio alle navi commerciali, il che vorrebbe dire una nuova fase della guerra attiva.
Gli alleati europei, tra cui Germania, Regno Unito e Italia, si sono detti favorevoli a inviare mezzi per riaprire lo Stretto, ma solo a guerra finita.
Londra ha già predisposto l’invio del cacciatorpediniere HMS Dragon, ma il suo dispiegamento operativo per scortare i mercantili è per l’appunto subordinato al “raggiungimento di un cessate il fuoco definitivo”.
Sulla stessa linea, il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ribadito oggi che “Hormuz deve tornareaessere uno Stretto internazionale libero e aperto”, confermando inoltre che l’invio di cacciamine avverrà solamente ad ostilità terminata e previa autorizzazione del Parlamento.
L’Europa, insomma, preferisce coordinare una missione difensiva internazionale piuttosto che forzare la mano all’Iran durante il conflitto.
Visita di cortesia di Kimi Antonelli nella sede del Comitato Olimpico Nazionale Sammarinese, accolto dal...
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Visita di cortesia di Kimi Antonelli nella sede del Comitato Olimpico Nazionale Sammarinese, accolto dal presidente Christian Forcellini. Il pilota della Mercedes, leader del Mondiale e nuovo idolo dei tifosi di tutto il mondo, dal 2024 è ufficialmente residente di San Marino dove ha anche preso la patente. In questi giorni senza gara ne ha approfittato per una visita.
Il pilota Mercedes di F1 Kimi Antonelli con Christian Forcellini, presidente del Comitato Olimpico Nazionale Sammarinese
Dubai continua a essere uno dei luoghi più dinamici e competitivi al mondo. Una città...
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Dubai continua a essere uno dei luoghi più dinamici e competitivi al mondo. Una città capace di attrarre imprenditori, professionisti e talenti internazionali grazie a una mentalità costruita sulla velocità, sull’ambizione e sulla continua evoluzione. Dietro la sua immagine fatta di innovazione, skyline futuristici e crescita costante, esiste però anche una realtà che richiede adattamento, disciplina e grande forza mentale.
Secondo Tommaso Zapparrata, è proprio questa combinazione tra pressione e opportunità a rendere Dubai una delle esperienze più formative al mondo.
“Dubai non è una città normale. È una città che ti mette alla prova ogni giorno”, racconta Zapparrata. “Qui arrivano persone da ogni parte del mondo con sogni enormi, sacrifici invisibili e una forte voglia di costruire qualcosa di importante.”
Negli ultimi mesi, il contesto internazionale ha attraversato una fase più complessa, portando molte persone a confrontarsi con nuove sfide professionali e personali. Ma secondo l’imprenditore italiano, è proprio nei momenti di cambiamento che Dubai riesce a esprimere la sua vera forza.
“Chi vive davvero questa città sa che Dubai non regala niente, ma insegna tantissimo”, spiega. “Ti obbliga a crescere, a migliorarti, ad avere visione. Qui non basta avere ambizione: serve equilibrio, lucidità e capacità di reinventarsi.”
Per Zapparrata, Dubai rappresenta un ambiente unico proprio perché spinge continuamente le persone fuori dalla propria zona di comfort. Una città dove resilienza e mentalità diventano strumenti fondamentali per evolvere.
“È una città che seleziona naturalmente chi ha fame di crescere”, continua. “Qui impari a trasformare la pressione in energia, le difficoltà in esperienza e i momenti complicati in nuove opportunità.”
Negli anni, Dubai ha costruito la propria identità attorno a persone provenienti da ogni parte del mondo, accomunate dalla volontà di creare qualcosa di grande. Ed è proprio questa energia internazionale, secondo Zapparrata, a rappresentare il vero motore della città.
“La forza di Dubai non sono soltanto i grattacieli o il lusso”, sottolinea. “La vera forza sono le persone che ogni giorno decidono di mettersi in gioco, adattarsi e continuare a costruire il proprio futuro.”
In un mondo sempre più veloce e competitivo, Dubai continua così a rappresentare un simbolo di trasformazione personale e professionale. Un luogo che mette alla prova, ma che allo stesso tempo offre possibilità straordinarie a chi è disposto a evolversi continuamente.
“Dubai ti cambia mentalmente”, conclude Zapparrata. “Ti insegna che ogni crisi può diventare una ripartenza e che la capacità di adattarsi oggi è una delle forme più grandi di forza.”
In Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette, la serie Tv prodotta da...
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In Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette, la serie Tv prodotta da Ryan Murphyche ha realizzato oltre 65 milioni di ore di streaming, l’erede della royal family americana si dichiara durante un viaggio in barca a Martha’s Vineyard. Tra il 21 e il 26 maggio, invece, la Louis Vuitton 38a America’s Cup Preliminary Regatta Sardinia segna ufficialmente l’inizio della Road to Naples 2027. La nautica torna al centro della narrazione e influenza il mondo della moda e del design. Del resto, parafrasando Mark Twain, Tra vent’anni saremo più infastiditi dalle cose che non abbiamo fatto che da quelle che abbiamo fatto. Perciò molliamo gli ormeggi, usciamo dal porto sicuro e lasciamo che il vento gonfi le nostre vele. Esploriamo. Sogniamo. Scopriamo. Un’attitudine che ha conquistato rapidamente le passerelle internazionali, da Celine a Calvin Klein, non c’è show estivo che non celebri il sailor look. Una tendenza senza tempo, già negli anni Sessanta Brigitte Bardot seduceva il mondo indossando una semplice marienière ne Il disprezzo di Jean-Luc Godard, che diventa un classico dell’eleganza informale. Basta un paio di boat shoe per evocare il piacere del vento trai capelli, tra costumi e cocktail dress, lo stile barca è sempre più attuale e desiderato. Se si tratta di passare un fine settimana sul teak deck, lo stile unisce eleganza e praticità, must have e piccoli capricci quotidiani. Nella gallery una selezione di idee a tema, in edicola con Panorama Collezione.
Dal 14 maggio prende ufficialmente il via la stagione del 730 precompilato 2026. Dal 30...
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Dal 14 maggio prende ufficialmente il via la stagione del 730 precompilato 2026. Dal 30 aprile i contribuenti possono entrare nella propria area riservata, controllare i dati inseriti dal Fisco e scegliere se accettare la dichiarazione così com’è oppure modificarla e integrarla. La differenza non è soltanto formale. Dalla scelta dipendono i controlli fiscali, i tempi dei rimborsi e perfino la possibilità di ricevere il credito Irpef già nella busta paga di luglio. Chi si muove rapidamente, infatti, potrà chiudere i conti con il Fisco prima dell’estate; chi aspetta settembre rischia il collo di bottiglia e dover attendere fino a fine anno per ottenere il rimborso.
Quando parte l’invio del 730 e quali sono le scadenze
Il modello 730 precompilato è consultabile dal 30 aprile e dal 14 maggio si apre la fase dell’invio. Da quel momento il contribuente può trasmettere la dichiarazione all’Agenzia delle Entrate direttamente online, utilizzando Spid, Carta d’Identità Elettronica o Carta Nazionale dei Servizi. La scadenza finale per presentare il 730 è il 30 settembre 2026. Diverso invece il calendario del modello Redditi Persone fisiche (lavoratori autonomi e partite Iva): sarà disponibile dal 20 maggio e potrà essere inviato dal 27 maggio fino al 2 novembre. Anche quest’anno resta attiva la modalità semplificata che consente di gestire la dichiarazione con un percorso guidato senza intervenire direttamente sui quadri fiscali.
Accettare o modificare il 730: cosa cambia per i controlli
Chi accetta il modello precompilato senza modifiche sostanziali ottiene il vantaggio più rilevante: l’Agenzia delle Entrate non effettuerà controlli documentali sulle spese già comunicate da soggetti terzi, come farmacie, banche, assicurazioni, università o enti previdenziali. In pratica, niente richieste di scontrini, fatture o ricevute per le spese sanitarie, gli interessi del mutuo, le assicurazioni o le rette scolastiche già presenti nella precompilata. La dichiarazione viene considerata “accettata” anche se il contribuente modifica dati che non incidono sull’imposta, come il cambio di indirizzo nella stessa città o la sostituzione del datore di lavoro indicato come sostituto d’imposta. La situazione cambia invece quando si aggiungono nuove detrazioni o si interviene su dati che modificano il risultato finale della dichiarazione. In quel caso il 730 viene considerato “modificato” e il Fisco può avviare controlli documentali sulle sole voci variate. Succede quando per esempio si inseriscono manualmente spese sanitarie mancanti, bonus edilizi, dispositivi medici acquistati online o spese veterinarie non comunicate al sistema Tessera sanitaria. Restano comunque possibili verifiche sui requisiti soggettivi per ottenere alcune agevolazioni fiscali, anche se il modello viene accettato senza modifiche.
Rimborsi 730: quando arrivano in busta paga o nella pensione
Per il rimborso Irpef è decisivo il fattore tempo. Chi invia la dichiarazione entro il 31 maggio ha buone possibilità di ricevere il rimborso direttamente nella busta paga di luglio. Se invece il modello viene trasmesso a giugno, il credito slitta generalmente ad agosto o settembre. Per chi aspetta agosto o settembre, il rischio concreto è vedere il rimborso soltanto tra novembre e dicembre. Per i pensionati i tempi sono leggermente più lunghi. Chi invia il 730 entro maggio di solito vede il rimborso sul cedolino di agosto o settembre. Se l’invio avviene durante l’estate, il conguaglio slitta invece all’autunno inoltrato.
Attenzione ai rimborsi sopra i 4mila euro: controlli più severi
Esiste però un caso in cui i controlli diventano inevitabili, indipendentemente dal fatto che il 730 sia stato modificato oppure no. Si tratta delle dichiarazioni che generano un rimborso superiore ai 4 mila euro. In queste situazioni l’Agenzia delle Entrate può verificare l’intera dichiarazione e chiedere tutta la documentazione relativa alle spese sostenute. Il controllo deve concludersi entro il 30 gennaio 2027. Fondamentale quindi conservare con attenzione fatture, bonifici parlanti, asseverazioni e ricevute.
Come evitare errori e blocchi del rimborso del 730
Anche con la precompilata il rischio errori resta. Uno dei più frequenti riguarda il sostituto d’imposta. Chi ha cambiato lavoro negli ultimi mesi deve verificare attentamente che sia indicato il datore corretto. Inserire quello vecchio può bloccare il rimborso per mesi. Attenzione anche alle spese detraibili pagate senza strumenti tracciabili. Oggi gran parte delle detrazioni fiscali è riconosciuta solo se il pagamento è avvenuto con carta, bancomat o bonifico. Senza prova della tracciabilità il beneficio può essere revocato. Un altro punto delicato riguarda i bonus edilizi. Non basta indicare la spesa sostenuta: servono documentazione tecnica corretta, bonifici parlanti e conformità delle fatture. Un errore può comportare la perdita totale della detrazione e il recupero delle somme da parte del Fisco. Massima attenzione anche per chi possiede conti esteri, criptovalute o immobili fuori dall’Italia. In questi casi entrano in gioco gli obblighi di monitoraggio fiscale e le sanzioni possono essere molto pesanti.
Cosa fare se si sbaglia dopo aver inviato il 730
Il clic sbagliato non è irreversibile. Fino al 20 giugno il contribuente può annullare direttamente online il 730 già trasmesso e ripresentarlo da capo. La procedura è completamente telematica e si effettua nell’area riservata del sito dell’Agenzia delle Entrate. Una volta annullata la dichiarazione, il sistema ripristina i dati originari della precompilata come se il primo invio non fosse mai avvenuto. Bisogna però fare attenzione: l’annullamento è possibile una sola volta. Dopo il 20 giugno il pulsante “annulla” sparisce e, in caso di errori, bisogna utilizzare altri strumenti. Se l’errore è a favore del contribuente si può presentare un 730 integrativo entro il 25 ottobre. Se invece emerge un maggior debito fiscale bisogna ricorrere al modello Redditi correttivo.
Come avere il rimborso del 730 già a luglio in busta paga
Chi punta ad avere il rimborso il prima possibile deve seguire tre regole fondamentali: inviare il 730 entro fine maggio, verificare che il sostituto d’imposta sia corretto e controllare l’Iban registrato sul sito dell’Agenzia delle Entrate. Quest’ultimo passaggio è fondamentale soprattutto per chi presenta il 730 senza sostituto d’imposta, ad esempio lavoratori precari o contribuenti che hanno perso il lavoro. In questi casi il rimborso non arriva in busta paga ma viene versato direttamente dall’Agenzia sul conto corrente. Chi non comunica l’Iban riceverà invece un mandato di pagamento da incassare alle Poste, con tempi inevitabilmente più lunghi.
Il fatto era già noto, purtroppo parliamo di un fenomeno che si ripete spesso nei...
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Il fatto era già noto, purtroppo parliamo di un fenomeno che si ripete spesso nei tornei italiani e non risparmia neanche gli Internazionali d’Italia a Roma. Lo ha denunciato anche Lorenzo Musetti, il numero due del tennis italiano. “Il fenomeno degli scommettitori sui campi del Foro, che insultano i giocatori durante le partite a seconda di chi hanno puntato sta diventando pesante. E l’Atp dovrebbe intervenire”. In realtà non succede in occasione di tutte le partite, sul Centrale quando è pieno la questione quasi non si avverte, ma sui campi periferici è molto più percettibile. E’ successo anche martedì nell’ottavo di finale giocato tra Rublev e Basilashvili alla Bnl Arena.
Come funziona
Per lo più sono ragazzini che cercano di indirizzare la partita tifando o insultando un giocatore. Si piazzano nelle prime file, così da essere più vicino al terreno di gioco, aspettano di vedere come finisce il primo set e poi, quando la quota di chi ha perso la prima partita sale, scommettono su quello e da quel momento iniziano a tifare contro l’altro. In un confronto tra un russo e un georgiano non ti aspetti di vedere una partecipazione così rumorosa da parte del pubblico, invece è successo. Almeno stavolta non si sono superati certi limiti come accaduto in altre partite del torneo. Ribadendo che ognuno è libero di avere la propria opinione e che oggettivamente il fenomeno delle scommesse contribuisce al benessere economico dei tornei e del circuito ATP, quindi di riflesso dei giocatori, c’è un regolamento che parla chiaro. “All’interno dell’Impianto è fatto divieto all’Utente di concludere o accettare scommesse, direttamente o per interposta persona, o di agevolare scommesse di altri con atti funzionali alla loro conclusione” si legge nelle condizioni generali per l’acquisto dei biglietti al Foro Italico nonché per l’accesso e la permanenza all’interno dell’impianto. Ovviamente è impossibile controllare ogni singolo spettatore, ma in qualche modo bisogna intervenire.
I casi eclatanti
In questa 83^ edizione non ci sono stati episodi così eclatanti – lo scorso anno, invece, giocatori come Alex de Minaur e Jakub Mensik si erano rivolti a muso duro ai disturbatori strategicamente seduti in prima fila. L’episodio più noto è probabilmente quello di Andrea Pellegrino, che dopo aver battuto Martin Landaluce al turno decisivo delle qualificazioni ha esultato in direzione di uno sparuto gruppo di scommettitori, invitandoli ad andare a casa e facendo il segno dei soldi. Pellegrino è stato durissimo: “Gli scommettitori? Vengono lì solo per disturbare i giocatori perché, ovviamente, scommettono, come sapete. Non sanno neanche come funziona il gioco del tennis, non interessa loro né di me né di nessun altro, quindi vengono solo per disturbare i giocatori, che è l’unica cosa che, secondo me, in certe situazioni sta un po’ rovinando il tennis. Alla fine il tennis è uno sport che è sempre stato elegante altrimenti diventa come uno stadio di calcio dove vale tutto e perde un po’ quella bellezza”.
Barbara Berlusconi, dopo diciassette anni, esce dalla compagine societaria della Cardi Gallery, galleria d’arte contemporanea...
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Barbara Berlusconi, dopo diciassette anni, esce dalla compagine societaria della Cardi Gallery, galleria d’arte contemporanea con sedi a Milano e Londra.
La terzogenita di Silvio Berlusconi era entrata nel 2009 nella società guidata dal gallerista Nicolò Cardi.
Come spiega una nota, Barbara Berlusconi continuerà a occuparsi di cultura attraverso la Fondazione no profit che porta il suo nome.
Nei classici della letteratura poliziesca, il colpevole torna sempre sul luogo del delitto. Ora, Andrea...
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Nei classici della letteratura poliziesca, il colpevole torna sempre sul luogo del delitto. Ora, Andrea Sempio non sarà colpevole finché una sentenza non dirà il contrario. Innocente fino a prova contraria, appunto. Nel frattempo, la Procura di Pavia si appresta a costruire uno degli snodi più stringenti dell’impianto accusatorio contro il 38enne, che i pm Civardi, De Stefano e Rizza vogliono portare a processo come vero assassino di Chiara Poggi – uccisa a Garlasco il 13 agosto 2007 con almeno 12 colpi alla testa e al volto, delitto per cui Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva nel 2015.
Un verbale che non torna
Il punto è geometrico prima ancora che giudiziario. Sempio dichiarò nel 2008 di essere transitato in via Pavia col padre nel pomeriggio del delitto, di aver notato all’altezza di via Pascoli un’ambulanza e delle persone, e di essersi fermato per curiosità. Ma le piantine allegate agli atti dalla Procura, geometricamente, insospettiscono: quel percorso non prevedeva via Pascoli – anzi, si trovava “esattamente nella direzione opposta”. E dal breve tratto percorso, con due rotatorie di mezzo, non sarebbe stato possibile scorgere le persone davanti alla villetta dei Poggi. La versione di Sempio, scrivono i pm, è “palesemente inverosimile”.
Sempio nel 2008 dichiarò inoltre a verbale di aver notato, transitando con il padre, “la presenza di un’ambulanza e delle persone”. Una frase apparentemente innocua – il passante curioso, il paese piccolo, il pomeriggio d’agosto che rallenta attorno a una disgrazia. Sennonché la frase non regge alla topografia. E a quella prima versione ne seguì un’altra: verso le 16, da solo, sarebbe tornato “per curiosità” in via Pascoli, dove una giornalista gli avrebbe riferito che era stata trovata morta una ragazza, e qualcuno aveva fatto il nome di Chiara Poggi. Poi era rincasato. Successivamente era tornato ancora, con il padre. Un itinerario che i pm, a quanto pare, leggono come il gesto di chi non riesce a stare lontano da ciò che ha fatto.
La complessità dei protagonisti di Garlasco
Nel tentativo di ricostruire le “tracce del passato” che Sempio avrebbe cancellato, la nuova indagine ha attivato persino una rogatoria negli Stati Uniti per ottenere da Meta i contenuti di un profilo Facebook chiuso dal commesso a fine febbraio 2017 – subito dopo il primo interrogatorio, quello che finì in archiviazione nove anni fa. La rogatoria non ha prodotto nulla: “non ha consentito di riempire il vuoto informativo”, scrivono i pm. Il vuoto resta. Ma il gesto di chiudere un profilo il giorno dopo un interrogatorio – quella pulizia digitale così tempestiva – ha una sua eloquenza silenziosa del tutto singolare. Dalle analisi sulle ricerche web, sulle agende e sugli appunti, oltretutto, i pm tracciano un ritratto di un uomo ossessionato dalla violenza e dal sesso non consenziente: un profilo che l’accusa usa come sfondo psicologico, consapevole che da solo non basta, ma che colora ogni altro elemento.
La difesa di Sempio – che da mesi vive di fatto recluso, “tumulato in casa” secondo il suo avvocato Angela Taccia – lavora per smontare il castello accusatorio. Nel frattempo, Stasi continua a scontare la sua condanna, tumulato in carcere.
L’hockey non è mai stato così sexy. Negli ultimi anni il ghiaccio è diventato uno...
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L’hockey non è mai stato così sexy. Negli ultimi anni il ghiaccio è diventato uno dei set più efficaci del romance contemporaneo, trasformando uno sport percepito come duro, maschile e quasi di nicchia in un immaginario pop dominato da desiderio, tensione emotiva e dinamiche ossessive.
Il punto di svolta ha un nome preciso. Heated Rivalry. Un romance sportivo diventato culto che ha preso l’estetica aggressiva dell’hockey e l’ha riscritta attraverso una relazione clandestina tra due rivali. Non più soltanto competizione, testosterone e disciplina atletica, ma vulnerabilità, attrazione repressa e conflitto identitario. La storia tra Shane e Ilya non ha semplicemente conquistato BookTok. Ha cambiato il modo in cui il romance guarda allo sport maschile, dimostrando che il ghiaccio può essere uno spazio perfetto per racconti adulti, sensuali e profondamente contemporanei. Dopo Heated Rivalry, era inevitabile che qualcuno capisse il potenziale televisivo dell’hockey.
Ora tocca a Off Campus raccogliere quell’eredità e trasformarla in linguaggio seriale. Basata sui romanzi di Elle Kennedy, la saga segue un gruppo di giocatori universitari tra sesso occasionale, feste, competizione sportiva e relazioni che diventano rapidamente ingestibili. Ma ridurla a una semplice serie college sarebbe superficiale. Il successo dei libri, con milioni di copie vendute, ha preparato il terreno per un adattamento che punta tutto su chimica, tensione e costruzione del desiderio.
Perché il vero punto non è l’hockey. L’hockey è il dispositivo estetico. È il contatto fisico, l’aggressività controllata, la vicinanza costante dei corpi, l’idea di ragazzi emotivamente irrisolti costretti a convivere tra spogliatoi, adrenalina e pressione competitiva. Off Campus lo capisce perfettamente e usa il ghiaccio come acceleratore emotivo.
L’adattamento su Amazon Prime Video arriva inoltre in un momento estremamente preciso. Il pubblico non cerca più storie romantiche perfette o personaggi idealizzati. Cerca tensione, dinamiche messy, vulnerabilità maschile e relazioni abbastanza caotiche da sembrare reali. E Off Campus ha tutti gli ingredienti giusti per diventare il prossimo fenomeno romance mainstream.
Sono tante le domande che ci si pongono davanti alla tragedia di Euripide, “Alcesti”, che...
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Sono tante le domande che ci si pongono davanti alla tragedia di Euripide, “Alcesti”, che l’8 maggio ha inaugurato la stagione al Teatro Greco di Siracusa, il più antico dell’Occidente, uno dei luoghi più suggestivi del mondo. Perché Admeto, un re palestrato, un riccone, non accetta di scendere nell’Ade quando le Moire hanno finito di tessere il tempo a lui assegnato? Perché Thanatos torna da Caronte con la moglie di Admeto, Alcesti, la quale si sacrifica per permettere al marito di campare? Perché Apollo governa questa sostituzione, un inganno alla Morte? Perché Eracle (il nostro Ercole) scende nell’Ade e riporta Alcesti tra i vivi, a casa sua, pur velata e muta? Perché al posto dell’egoista Admeto non si erano proposti – è un tema centrale della tragedia – i genitori suoi, soprattutto il padre Ferete, ancorché vecchio decrepito?
Domande, e ce ne sono tante altre, specifiche per questa opera, ma ogni tragedia greca, in testa quelle di Euripide (visse dal 480 al 406 prima di Cristo, “Alcesti” debuttò alle Dionisie di Atene, nel 438 a.C.), continua a proporne nel tempo. Non avranno mai una risposta definitiva: è il bello del teatro antico, capace di interrogare diverse generazioni. E di stimolare i registi, chiamati ad accordarlo con il mondo contemporaneo, in piena libertà, pur nel rispetto del testo originario. E ciò che ha fatto Filippo Dini.
Filippo Dini, regista di Alcesti al Teatro Greco di Siracusa
Una coproduzione d’eccellenza tra Veneto e Sicilia
Dini, direttore artistico della Fondazione Teatro Stabile del Veneto-Teatro Nazionale, firma la coproduzione tra Inda (Istituto Nazionale del Dramma Antico) e l’istituzione teatrale veneta della cui Fondazione è presidente Giampiero Beltotto. Una collaborazione della massima importanza, che suggella la vocazione di apertura, nazionale e internazionale, del TSV. “Alcesti”, a cui Dini partecipa pure come attore nel ruolo di Ferete, padre di Admeto, ha convinto il pubblico e la critica, al debutto di Siracusa, davanti a circa 5 mila spettatori, tantissimi giovani studenti delle scuole siciliane.
Momenti di alta suggestione quelli in cui Paolo Fresu, jazzista sardo autore delle musiche, ha accompagnato la rappresentazione con la sua tromba, dalle note struggenti, funebri certo, ma con un respiro di speranza che ha fatto svanire il tocco più cupo. Dini ha lavorato sul testo di Euripide tradotto da Elena Fabbro. Nel ruolo di Alcesti, l’attrice Deniz Ozdogan, che ha dato buona prova in una parte difficile. Admeto è interpretato da uno strepitoso Aldo Ottobrino; Denis Fasolo è Eracle (che a sorpresa parla in veneto, una scelta registica forse spiazzante ma che dà il giusto tocco di grottesco e segna un diverso registro nella messinscena); Alessio Del Mastro è un dorato Apollo; Luigi Bignone il burocrate Thanatos, che in impermeabile e a passettini viene a prendere Admeto, ma porterà con sè Alcesti. Molto convincenti i ragazzi e le ragazze del coro, chiamati a dar vita a stasimi ben congegnati nelle coreografie. Le scene – il tutto si svolge in una sorta di magione di lusso contemporaneo, da rivista patinata – sono firmate da Gregorio Zurla, i costumi da Alessio Rosati, i movimenti da Alessio Maria Romano, il disegno luci da Pasquale Mari.
Il mito di Euripide nella dimensione del presente
L’irruzione del mondo attuale, o meglio i segni che la tragedia del sacrificio d’amore non ha tempo e può verificarsi in ogni epoca, non disturba. Così vediamo Eracle che arriva in bicicletta, Admeto che fa sedute di fitness, Alcesti con trespolo e flebo da ospedale (forse l’unico elemento un po’ forzato). Ma sempre nel rispetto dello spirito euripideo. “Questo debutto nello storico Teatro Greco di Siracusa è motivo di orgoglio per il TSV: siamo nel cuore della Magna Grecia dove la tragedia era catarsi, il teatro un rito pubblico. Due millenni e mezzo dopo Euripide, i classici antichi continuano a parlarci e a farci riflettere sulla condizione dell’uomo” ha detto Beltotto, presidente della Fondazione TSV.
“Alcesti” resta in scena a Siracusa fino al 6 giugno per poi partire in tournée nazionale: sarà allestito dal 3 al 5 luglio al Teatro Grande di Pompei per la nona edizione di Pompeii Theatrum Mundi. Il 17 – 18 luglio andrà in scena al Teatro Romano per il Teatro Ostia Antica Festival. A settembre finalmente arriverà in Veneto: il 17 e 18 settembre al Teatro Romano di Verona per l’Estate Teatrale Veronese, e in una versione rivisitata per i teatri al chiuso il 26 e 27 settembre debutterà all’Olimpico di Vicenza per il Ciclo di Spettacoli Classici. Salirà poi sui palcoscenici del TSV: dal 18 al 22 novembre al Teatro Del Monaco di Treviso e dal 24 al 29 novembre al Teatro Verdi Padova.
Il focolaio internazionale di hantavirus legato alla nave da spedizione MV Hondius continua ad allargarsi e coinvolge direttamente anche...
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Il focolaio internazionale di hantavirus legato alla nave da spedizione MV Hondius continua ad allargarsi e coinvolge direttamente anche l’Italia. Nelle ultime ore il Ministero della Salute ha intensificato le misure di sorveglianza sanitaria su alcuni passeggeri transitati nel nostro Paese, mentre in Francia una donna risultata positiva all’Andes hantavirus è ricoverata in condizioni critiche in terapia intensiva. L’Ecdc, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, parla di una situazione “in rapida evoluzione”, pur continuando a definire “molto basso” il rischio per la popolazione generale. Secondo gli ultimi aggiornamenti europei, i casi collegati al cluster della nave sarebbero almeno nove, di cui sette confermati e due probabili, con tre decessi già registrati. Il virus identificato è il cosiddetto Andes virus, una rara variante sudamericana di hantavirus che, diversamente dagli altri ceppi più comuni, può trasmettersi anche tra esseri umani in circostanze particolari e dopo contatti molto stretti.
I casi italiani: quarantene e sorveglianza da Nord a Sud
Nella serata di ieri è stato disposto un test per l’Hantavirus su una turista argentina proveniente da un’area endemica, partita il 30 aprile e arrivata in Italia con un volo Buenos Aires-Roma. A renderlo noto è il ministero della Salute, precisando che la donna si era successivamente trasferita a Messina, dove è stata ricoverata per una polmonite.Il campione biologico della turista è stato trasferito dai Nas all’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, dove verrà analizzato insieme a quello prelevato dal venticinquenne calabrese attualmente in isolamento fiduciario. In Campania un ventiquattrenne di Torre del Greco è stato posto in quarantena obbligatoria con un’ordinanza comunale che prevede 45 giorni di isolamento. Nelle ultime ore anche l’ospedale Sacco di Milano sarebbe stato coinvolto nella gestione di un caso sospetto collegato al cluster internazionale: è stato infatti rintracciato a Milano un turista britannico considerato contatto a rischio perché presente sul volo Sant’Elena-Johannesburg sul quale viaggiava anche la moglie della prima vittima. Il ministero della Salute, con il supporto del Ministero dell’Interno, ha quindi individuato il turista e allertato immediatamente la Regione Lombardia, che ha attivato le procedure previste.L’uomo è stato trasferito all’Ospedale Luigi Sacco di Milano, dove resterà in quarantena in base alle disposizioni contenute nella circolare ministeriale dell’11 maggio con indicazioni operative per aeroporti, Asl e strutture sanitarie,. Per ragioni precauzionali, è stato posto sotto osservazione anche l’accompagnatore che viaggiava con lui.
Rischio di contagio basso per la popolazione
«Il rischio per la popolazione generale resta basso», spiegano gli infettivologi, sottolineando che la trasmissione da persona a persona è estremamente rara e, come più volte ribadito negli ultimi giorni, documentata solo per alcune varianti. Anche le autorità sanitarie ribadiscono che il sistema di sorveglianza è pienamente attivo e in grado di intercettare rapidamente eventuali casi sospetti. I controlli su persone provenienti da aree endemiche e l’eventuale isolamento fiduciario rientrano in una strategia di prevenzione e contenimento precauzionale, non in risposta a una diffusione epidemica. Gli specialisti ricordano che l’infezione da hantavirus può presentarsi con un’ampia variabilità clinica: da forme lievi o asintomatiche fino a quadri severi con interessamento polmonare o renale. Tuttavia, la diagnosi precoce e il supporto clinico adeguato migliorano in modo significativo l’evoluzione della malattia. In sintesi, la comunità scientifica invita a evitare allarmismi: si tratta di un virus conosciuto, monitorato da anni e con una circolazione molto limitata in Europa. Le misure attivate in queste settimane rientrano nella normale gestione della sanità pubblica e nella capacità di risposta rapida del sistema sanitario, che resta in stato di vigilanza ma senza segnali di rischio diffuso per la popolazione.
C’è una leggerezza che, quando è costruita bene, diventa una cosa serissima. Non quella leggerezza...
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C’è una leggerezza che, quando è costruita bene, diventa una cosa serissima. Non quella leggerezza vuota, confezionata per durare il tempo di un trend su TikTok, ma quella forma più rara di intelligenza pop capace di capire perfettamente il proprio tempo e decidere, con una certa sfacciataggine, di non farsi schiacciare dal peso dell’iperanalisi, dell’ansia da posizionamento, della necessità continua di spiegarsi. È dentro questo spazio, brillante e ipercinetico, che si muove HEYOON, artista coreana globale, cresciuta tra palchi internazionali, estetica fashion e una visione della musica sempre più libera dai confini tradizionali del K-pop.
Dopo l’esperienza con Now United, il gruppo globale creato da Simon Fuller con cui ha calcato palchi in oltre trenta Paesi, HEYOON ha avviato nel 2024 una carriera solista che l’ha portata a collaborare con artisti e produttori internazionali, da Armani White a Chris Patrick, fino a Dale Becker, già al lavoro con Billie Eilish e Doja Cat.
Con il nuovo EP seriously unserious, primo progetto del 2026, HEYOON torna con quattro tracce pensate per il dancefloor, per il club, per quella zona mentale in cui il corpo arriva prima del pensiero e la musica diventa una dichiarazione di libertà. Il titolo, già da solo, dice molto: essere “seriamente non seri” significa scegliere il divertimento non come fuga, ma come linguaggio. Significa costruire un progetto pop che non chiede il permesso di essere profondo, perché sa che anche una canzone da ballare può raccontare moltissimo del mondo in cui nasce.
Il cuore del progetto è swipe, collaborazione con la brasiliana Lou Garcia, pensata per accendere i club e parlare a una fanbase globale, ma anche per raccontare una cosa molto precisa: il pop coreano contemporaneo non ha più bisogno di scegliere tra identità e contaminazione. Può essere coreano, americano, brasiliano, digitale, fisico, fashion, emotivo e sfacciatamente divertente nello stesso momento.
Panorama ha parlato con lei.
Per chi la sta scoprendo soltanto ora: chi è HEYOON oggi, tra Seoul e Los Angeles, tra il palco e la vita reale? Sono un’artista che ama viaggiare e fare musica che sento personale — sono cresciuta in Corea e ho avuto la possibilità di vedere il mondo grazie alla mia esperienza come ex membro del gruppo pop Now United.
“Seriously Unserious” sembra più una dichiarazione che un semplice EP: quando hai capito che volevi smettere di prendere tutto così seriamente? Sono una perfezionista, quindi mi ritrovo continuamente a pensarci. Fare questo EP mi ha sicuramente aiutata a rompere il mio schema creativo e mi sto divertendo tantissimo con tutto questo!
Il mantra “Leave Your Brain @ Home and Party” è allo stesso tempo liberatorio e provocatorio: nasce dalla pressione dell’industria o da qualcosa di più personale? Penso entrambe le cose — oggi siamo tutti sommersi da così tante informazioni e a volte può diventare davvero troppo, sai?
Dopo anni in un progetto globale come Now United, quanto è stato difficile — e quanto necessario — ridefinire la tua identità come artista solista? Non è stato facile, sicuramente, ma mi ha resa quella che sono oggi — ho avuto la possibilità di vedere il mondo e lo vivo più come un processo di evoluzione che di ridefinizione. Se mai, quell’esperienza ha reso ancora più evidente chi sono davvero
“swipe” con Lou Garcia ha un’energia molto fisica, quasi da club: cosa ti attrae della scena brasiliana e del rapporto con quel pubblico? I fan brasiliani sono stati con me fin dall’inizio — mi hanno fatto conoscere la cultura, la musica, quindi tutto è venuto in modo naturale. In Brasile la gente sa davvero come fare festa, quindi sapevo che sarebbe stata la collaborazione perfetta. Lou è un’artista incredibilmente talentuosa ed è la mia girl!
Essere coinvolta come autrice e co-compositrice in brani come “swipe” e “switchhhhhh” cambia il rapporto con la tua musica: dove senti che oggi la tua voce artistica sia più forte? Io guardo tutto nel suo insieme. Tengo molto alla parte creativa, quindi scrittura, performance, moda, visual… tutto per me ha la stessa importanza
C’è una leggerezza evidente in questo progetto, ma spesso la leggerezza è una scelta molto intenzionale: cosa c’è dietro questa estetica “fun first”? Riflette davvero il modo in cui sto cercando di vivere la mia vita in questo momento. Non voglio pensare troppo alle cose e voglio amare la mia vita per quello che è — e penso che tutti noi abbiamo bisogno di un po’ più di leggerezza
La tua carriera si muove tra Seoul e Los Angeles: quanto questo continuo passaggio tra culture diverse influenza il tuo suono e la tua visione? Seoul avrà sempre il mio cuore e Los Angeles mi ha formata come creativa. È importante per gli artisti riuscire a uscire dalla propria comfort zone, evolversi, lasciarsi ispirare, così da poter trasmettere energia positiva. Io sto semplicemente cercando di fare del mio meglio per riuscirci!
Da “Pivot” a “Addicted” fino a questo EP, c’è una chiara evoluzione: cosa ti ha insegnato il 2025 che ha influenzato direttamente “Seriously Unserious”? Ho vissuto un grande cambiamento: sono passata dall’essere perfezionista al cercare di non pensare troppo e lasciare andare il bisogno di essere perfetta — ed è così che questo EP ha preso vita!
Hai costruito una fanbase globale molto forte — quasi 8 milioni di follower tra le varie piattaforme — ma che tipo di connessione vuoi davvero creare oltre i numeri? Voglio semplicemente portare un po’ di luce nella vita quotidiana delle persone. Mi sento così fortunata a poter fare ciò che amo e voglio restituire tutto l’amore che ricevo, aiutando le persone a sentirsi sicure di sé.
La moda è una parte fondamentale della tua identità, dai look sul palco fino alla Paris Fashion Week: in che modo lo stile entra nella tua narrazione musicale? C’è un capo che è diventato una sorta di firma del tuo look? Moda e musica vanno mano nella mano — soprattutto con questo EP sto semplicemente mostrando me stessa, senza pensarci troppo
Hai collaborato con produttori legati ad artiste come Billie Eilish e Doja Cat: cosa hai imparato lavorando dentro un livello di produzione pop così globale? Che la musica è davvero un linguaggio universale, ed è stata una benedizione poter vivere tutto questo! Amo entrare in contatto con creativi diversi in giro per il mondo
Nel tuo percorso c’è anche una forte componente filantropica: come riesci a bilanciare l’energia da party della tua musica con un senso più profondo di scopo? Penso che tutti noi abbiamo bisogno di un po’ più di luce e di energia positiva nelle nostre vite
Se questo EP è un invito a lasciarsi andare, qual è la cosa che personalmente fai ancora più fatica a lasciar andare? Faccio fatica a liberarmi del senso di colpa da “mamma” quando esco a fare festa mentre il mio cucciolo Tubu mi aspetta a casa!
Se dovessi descriverti oggi con una sola parola, quale sarebbe? Libera!
In un tempo che troppo spesso misura il valore del femminile attraverso la lente deformante...
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In un tempo che troppo spesso misura il valore del femminile attraverso la lente deformante degli stereotipi e delle banalizzazioni, emerge una forza silenziosa e tenace, capace di insinuarsi nelle pieghe della società per scuoterne le fondamenta più profonde. È la forza delle donne che non attendono concessioni, che non chiedono il permesso di esistere, di affermarsi, di lasciare un segno. Donne che si sono costruite da sole, attraversando ostacoli, solitudini e responsabilità senza mai trasformare la fatica in vittimismo, ma piuttosto in disciplina interiore, in desiderio di crescita, in incessante tensione verso il miglioramento. Le pagine di questo numero di Valore Donna restituiscono il ritratto di un’Italia al femminile che resiste, crea, guida, cura, giudica, denuncia, innova. Un mosaico di voci autorevoli compone questa fotografia vivida: magistrate, giornaliste, avvocate, imprenditrici, rappresentanti delle istituzioni. Donne che hanno scelto di non arretrare davanti alle difficoltà, ma di trasformarle in testimonianza concreta.
Una rivoluzione culturale Le donne della giustizia non solo applicano le leggi, ma ogni giorno si confrontano con la fragilità umana, la paura, il dolore e quella sottile linea che separa il diritto dalla coscienza. Pioniera nella lotta contro la violenza di genere in Italia e fondatrice dell’associazione “Doppia Difesa”, la senatrice e presidente della Commissione Giustizia del Senato Giulia Bongiorno conduce questa battaglia senza retorica, con lucidità e concretezza, lontana dalle semplificazioni ideologiche. Oggi guida il confronto parlamentare per rafforzare la normativa sulla violenza contro le donne attraverso l’istituzione di un comitato ristretto “che lavorerà sia per tentare una mediazione politica sia su aspetti tecnici che riguardino non solo l’articolo 609 bis del codice penale, ma anche altre figure come la violenza di gruppo”. Dietro ogni fascicolo aperto sulla violenza di genere non esistono soltanto numeri, statistiche o atti giudiziari: esistono vite spezzate, libertà negate, paure taciute, denunce rimaste senza voce. Eppure, accanto a questo dolore, si sta delineando una nuova idea di giustizia: non più soltanto repressiva, ma anche culturale, educativa e preventiva. Tutte le forme di violenza contro le donne affondano infatti le proprie radici in una concezione patriarcale che continua, ancora oggi, a sopravvivere nel tessuto sociale. E se ne potrà uscire soltanto attraverso una rivoluzione culturale profonda, che procede ancora troppo lentamente e in modo discontinuo. In questo processo, il ruolo dell’informazione è decisivo. La magistrata Paola Di Nicola Travaglini lo ricorda con chiarezza: “Le parole non sono neutre: riflettono e rafforzano stereotipi radicati. Partire dall’educazione e dal linguaggio è fondamentale: è lì che si costruisce, o si ostacola, un cambiamento reale”. Allo stesso modo, Vittoriana Abate — giornalista, autrice e conduttrice televisiva — rivendica la necessità di “un linguaggio calibrato e responsabile”, capace di raccontare i femminicidi senza spettacolarizzare il dolore, ma contribuendo piuttosto alla prevenzione, alla consapevolezza e alla tutela delle vittime. Anche Albina Perri, direttore di Giallo, riflette sul ruolo dei media nella narrazione della violenza di genere, tra responsabilità etica, linguaggio e necessità di un’informazione più consapevole e rispettosa. La vera partita si gioca dunque nella società, a ogni livello, in ogni suo risvolto. Lo testimoniano le riflessioni della vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno; del magistrato Valerio De Gioia; del presidente del Tribunale di Milano Fabio Roia; di Francesco Menditto, che alla guida della Procura di Tivoli ha introdotto modelli operativi e buone pratiche divenuti riferimento nazionale. E ancora le avvocate Claudia Eccher ed Elena Biaggioni; Cristina Carelli, presidente della rete dei centri antiviolenza; e infine Daniela Ferolla, presidente della Fondazione Le Stelle di Marisa ETS; e Roberta Beolchi, alla guida dell’associazione Edela, realtà che stanno accanto agli orfani di femminicidio. Ognuno di loro, attraverso il proprio lavoro e la propria esperienza sul campo, contribuisce a comporre il quadro complesso e doloroso di una delle emergenze civili più profonde del nostro tempo.
Donne e giustizia: presidio di coscienza civile La giustizia può restare credibile solo se riesce a sottrarsi alle distorsioni della spettacolarizzazione, delle appartenenze e delle pressioni esterne. La penalista Giada Bocellari, entrata giovanissima nel team difensivo di Alberto Stasi nel caso Garlasco, affronta il tema dell’errore giudiziario e del peso del processo mediatico. A muoverla è sempre stata un profondo bisogno di giustizia. “Per me la condanna di Alberto Stasi è stata processualmente un’ingiustizia, perché non pronunciata oltre ogni ragionevole dubbio”. Su questo principio si pronuncia anche Stefano Vitelli, il giudice che ha assolto Alberto Stasi nel 2009. Il suo libro è una potente riflessione sul valore del dubbio nella società contemporanea. Natalia Ceccarelli affronta invece il tema della crisi di autorevolezza della magistratura e delle derive associative interne all’ANM, da cui ha preso le distanze dopo la vittoria del No al referendum sulla riforma della giustizia. La giudice denuncia il rischio di una crescente politicizzazione delle correnti e di una perdita di fiducia da parte dei cittadini nei confronti dell’ordine giudiziario. La magistratura deve recuperare prestigio attraverso meritocrazia, indipendenza e responsabilità etica, evitando logiche di appartenenza o dinamiche di potere che finiscono per indebolire l’immagine stessa della giustizia.
Autorevolezza femminile, oltre le quote rosa Il vero cambiamento, però, non risiede soltanto nelle norme, pur necessarie, ma nello sguardo collettivo. Nella capacità di riconoscere il talento femminile senza considerarlo un’eccezione. Nella maturità culturale di comprendere che l’autorevolezza non appartiene a un genere, ma alla qualità delle persone. E mentre il mondo continua a interrogarsi sulla leadership femminile, molte donne spostano più avanti la barra del progresso, con la forza delle idee e con una determinazione che lascia tracce profonde. Lo fanno nei tribunali, nelle redazioni, nelle aziende, nelle università, nelle istituzioni. Dal sottosegretario di Stato alla Difesa, Isabella Rauti alla presidente di ANCE, Federica Brancaccio; dalla giornalista Chiara di Cristofaro alla deputata europarlamentare della Lega Anna Maria Cisint; dalla comandante della Nave Alpino della Marina Militare, Sara Vinci, a Romina Nicoletti, presidente della Italian Delegation Made in Italy; dal direttore generale di Cisambiente Confindustria, Lucia Leonessi alla deputata Mara Carfagna; dalla presidente Fondazione Enasarco, Patrizia De Luise, al direttore generale ENIT, Elena Nembrini. E ancora attraverso le storie imprenditoriali di Diana Bracco, Debora Paglieri, Eleonora Calavalle, Elisabetta Fabri, Maria Criscuolo, Cristina Rigoni, Monica Pedrali e Albiera Antinori. La migliore espressione del made in Italy. Forse è proprio qui il significato più profondo della parola valore: non il potere ostentato, ma quello conquistato con competenza e coraggio. Un valore che non ha bisogno di imporsi con le quote rosa, perché si afferma attraverso la credibilità. Che si nutre di talento, impegno e perseveranza.
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Comunque vada sarà giusto, perché chiunque alzi al cielo dello stadio Olimpico il trofeo della...
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Comunque vada sarà giusto, perché chiunque alzi al cielo dello stadio Olimpico il trofeo della Coppa Italia l’avrà meritato coronando una stagione da sette (almeno) in pagella. Vale per Cristian Chivu, che ha appena assaggiato il sapore inebriante di conquistare lo scudetto da quasi debuttante e vale per Maurizio Sarri, la cui stagione sulla panchina della Lazio è stata una difficile traversata del deserto come ha ricordato alla vigilia della sfida finale.
Una notte che ha significati e pesi diversi a seconda da quale sia il punto di osservazione. L’Inter prova a scrivere una pagina di storia prendendosi il Doblete, chiudendo definitivamente il cerchio rispetto alla delusione cocente di un anno fa quando tutto era sfumato sul traguardo. Solo due allenatori nerazzurri ci sono riusciti prima di Chivu e portano il nome di Roberto Mancini e Jose Mourinho e il paragone è sufficientemente impegnativo per far comprendere il livello della sfida.
La Lazio ritrova per una sera il suo popolo, si mette alle spalle lotte e divisioni ed è stata spinta dal suo Comandante (con la C maiuscola) oltre i limiti di un’annata mai nata veramente, in cui i problemi societari hanno azzerato quasi da subito sogni e ambizioni. Il mercato mai nato in estate, quello di cessioni e sacrifici a gennaio, la rivolta dei tifosi contro il patron Lotito e il sacrificio di Sarri che non ha voltato le spalle anche quando avrebbe potuto e forse dovuto e che è diventato il nuovo leader cui tutti mostrano riconoscenza.
Tutto si tiene nella serata della finale di una Coppa Italia che la Lazio ha conquistato sette volte nella sua storia (l’ultima nel 2019) e l’Inter nove col sogno di aggiungere la stella d’argento alle due dorate già presenti sulla propria maglia. Le vicende di Chivu e Sarri sono le storie di copertina di una partita che altrimenti avrebbe poco da offrire, pur nella consapevolezza che in una gara secca con così tante motivazioni in ballo tutto può accadere.
L’Inter è superiore alla Lazio ed è generalmente superiore a tutto il resto del calcio italiano. La facilità con cui i nerazzurri hanno espugnato l’Olimpico nella prima uscita con lo scudetto virtualmente cucito sul petto è impossibile da rimuovere. Eppure la finale di Coppa Italia sfugge a questa logica e a chi non ci crede basterebbe ricordare qualche precedente. La stessa Lazio nel 2019 batté l’Atalanta che pochi giorni prima l’aveva superata agilmente in campionato e lo stesso è accaduto al Milan con il Bologna un anno fa. Guai a pensare che non sia storia, insomma.
Lo stadio Olimpico si veste a festa per un happening ormai diventato tradizione per il calcio italiano mentre intorno tutto cade a pezzi. Il giorno della finale è anche il giorno in cui Giovanni Malagò ufficializza la sua candidatura a uomo nuovo della Figc, seppure osteggiato dalla politica. Ed è il giorno in cui si cercherà una mediazione estrema per evitare lo scontro il tribunale sul calendario della penultima giornata del campionato, un pasticcio per il quale ci sono tanti responsabili e nessuno che sembra voler trovare una soluzione che tenga insieme il bene comune.
A poche decine di metri si celebrerà la giornata degli Internazionali d’Italia al Foro Italico con decine di migliaia di spettatori. Nessuno ha posto problemi di contemporaneità, riservati invece alla domenica della finale del torneo e del derby tra Roma e Lazio. In questa storia non ci sono vincitori ma solo vinti e vittime, i tifosi di mezza Italia. E c’è l’amara presa di coscienza che il calcio italiano, anche per proprie colpe, è finito ostaggio di chiunque voglia ritenerlo tale. Ci portiamo avanti con il lavoro: nel 2027 il tennis occuperà il Foro Italico dal 5 al 16 maggio. Sarà bene che la Lega eviti di piazzare il derby romano in quella finestra temporale, ma come può oggi garantire che Roma e Lazio (o Roma e Napoli a proposito di ordine pubblico) non arrivino entrambe nella finale di Coppa Italia che fatalmente cadrà in quel periodo?
L’inchiesta della procura di Milano sul sistema arbitrale e sulle presunte pressioni sull’ormai ex designatore...
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L’inchiesta della procura di Milano sul sistema arbitrale e sulle presunte pressioni sull’ormai ex designatore Gianluca Rocchi si ferma, almeno per un paio di settimane. Uno stop che pone un freno alla girandola di audizioni, colloqui e interrogatori che hanno caratterizzato i giorni successivi la notifica degli avvisi di garanzia a Rocchi e all’ex supervisore bar Andrea Gervasoni.
Un momento di pausa, senza che sia definito un termine, necessario per mettere in ordine le carte. La decisione emersa da un confronto tra il pubblico ministero Maurizio Ascione e il capo della procura di Milano, Marcello Viola, lascia ritenere che l’attività investigativa sia quasi completa e non sia da sviluppare ulteriormente dopo l’accelerazione di questo inizio del mese di maggio.
Le audizioni senza sosta delle ultime due settimane
Nel corso delle ultime due settimane il pm Ascione ha convocato in Procura e sentito l’indagato Gervasoni (a lui viene contestata l’ipotesi di reato di frode sportiva in concorso con altri relativamente a una presunta “bussata“ in Salernitana-Modena), l’addetto agli arbitri dell’Inter Giorgio Schenone e una serie di figure dirigenziali interne a Lega Serie A e Figc, oltre al direttore del Corriere dello Sport Ivan Zazzaroni. A parte Gervasoni, nessuno di questi iscritto nel registro degli indagati. Ha scelto di non presentarsi, invece, Rocchi nel cui avviso di garanzia compaiono la presunta pressione sulla San Var in occasione di Udinese-Parma e la presunta combine per disegnare designazioni gradite all’Inter nel finale della scorsa stagione.
In un clima di grandi riservatezza, il poco che trapela dai corridoi della Procura è che in queste attività non sarebbe emerso null’altro di particolarmente rilevante ai fini dell’inchiesta penale. A nessuna delle persone chiamate dal pm Ascione è stata mostrata o fatta sentire qualche intercettazione che possa essere la “pistola fumante” di una frode sportiva. Dunque, la deduzione è che la Procura abbia scelto di tenere nascoste le proprie carte e che lo stop alle audizioni serva per metterli insieme e per arrivare alla conclusione rapida dell’indagine con la valutazione di eventuali profili per i quali chiedere un rinvio a giudizio.
Le domande e i punti non chiari sull’inchiesta della Procura di Milano
L’inchiesta, la cui origine non è ancora chiara ma che certamente ha assorbito anche l’esposto di un avvocato tifoso del Verona relativo alla sfida di San Siro contro l’Inter del 6 gennaio 2024 (risultano indagati per frode sportiva i varisti Nasca e Di Vuolo), si è avvalsa per qualche mese di intercettazioni nella scorsa primavera prima che il gip ne negasse la proroga in assenza di riscontri alle ipotesi avanzate dagli investigatori. Non è stato disposto alcun sequestro di materiale informativo agli indagati.
L’altra ipotesi, insomma, è che siano mancati i riscontri e la vicenda sia destinata a sgonfiarsi senza lasciare conseguenze. In ogni caso, un momento di chiarezza necessario per una storia di grande impatto pubblico, con potenziale ricadute anche sull’immagine e sulla tenuta del sistema calcio. La notizia della notifica degli acquisti di garanzia ha terremotato i vertici dell’Aia aggiungendosi alle già note vicende di giustizia sportiva che hanno colpito il presidente (decaduto) Antonio Zappi spingendo verso il commissariamento degli arbitri da parte della Federcalcio.
Sullo sfondo rimane la giustizia sportiva che ha immediatamente chiesto ai colleghi di Milano gli atti per valutare eventuali profili interessanti in sede Figc. Il procuratore capo Giuseppe Chiné non ha ancora ricevuto nulla, circostanza legata alla necessità della Procura di Milano di non condividere documenti ancora coperti da segreto e che sono ancora oggetto di approfondimento: accadrà quando il pm Ascione riterrà di poter inviare le carte senza alcun rischio di compromettere la propria attività. A quel punto sarà chiaro se e in che modo si possano ravvisare gli estremi per l’apertura di un processo, ricordando che i parametri del Codice di giustizia sportiva sono differenti da quelli penali e le maglie per identificare ed eventualmente punire una condotta illecita sono molto più strette.
Può ChatGPT essere colpevole di concorso in strage? Potremmo scoprirlo molto presto, perché in America...
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Può ChatGPT essere colpevole di concorso in strage? Potremmo scoprirlo molto presto, perché in America la vedova di una vittima della sparatoria occorsa nell’aprile del 2025 alla Florida State University ha citato in giudizio OpenAI.
Secondo quanto riportato dalla Nbc News, infatti, Vandana Joshi, vedova di Tiru Chabba, ucciso insieme al direttore della mensa universitaria Robert Morales, ha intentato una causa federale contro OpenAI in Florida. Il motivo sarebbe “l’addestramento” effettuato dal killer Phoenix Ikner attraverso il chatbot, a cui chiedeva consigli pratici e tattici per compiere l’attentato.
La sparatoria
Il 17 aprile 2025 Ikner, uno studente universitario ventenne della Florida State University di Tallahassee, si è introdotto nel campus universitario, poco prima dell’ora di pranzo. Ikner era armato con due armi da fuoco: un fucile a pompa e una pistola, quest’ultima identificata come l’arma di servizio di un ex agente di polizia.
La sparatoria ha causato la morte di due persone: Tiru Chabba, 45 anni, vicepresidente regionale del fornitore di servizi di ristorazione Aramark, e Robert Morales, 57 anni, coordinatore del servizio di mensa del campus, oltre al ferimento di altre sei.
In attesa del processo, la vicenda giudiziaria si è intrecciata con una questione senza precedenti, ovvero il ruolo che l’intelligenza artificiale avrebbe avuto nella preparazione del massacro.
L’uso di ChatGPT da parte dell’attentatore
Stando alla denuncia, Ikner avrebbe scambiato migliaia di messaggi con ChatGPT prima di compiere l’attacco. Secondo i log della chat ottenuti dalla polizia e resi pubblici dagli inquirenti, i messaggi risalirebbero a circa diciotto mesi prima della sparatoria e ammonterebbero a oltre 16.000 conversazioni.
L’attentatore avrebbe usato il chatbot come una sorta di “consulente”, condividendo con ChatGPT immagini delle armi da fuoco che aveva acquistato, e il chatbot gli avrebbe spiegato come utilizzarle, indicando ad esempio che la Glock non dispone di sicura e che è progettata per essere impugnata e sparata rapidamente sotto stress, consigliandogli di tenere il dito lontano dal grilletto fino al momento di fare fuoco.
L’attentatore avrebbe anche chiesto a ChatGPT qual fosse l’orario più affollato dello Student Union, e il chatbot avrebbe risposto fornendogli le informazioni richieste.
In un’altra occasione, il sistema avrebbe addirittura suggerito che una sparatoria ottiene più attenzione mediatica nazionale quando sono coinvoltibambini, precisando che anche solo due o tre vittime minorenni sarebbero sufficienti ad amplificare la risonanza dell’evento.
Gli avvocati della famiglia Chabba hanno descritto la relazione tra Ikner e chatGPT nei termini di una vera e propria co-pianificazione: “Hanno discusso di numerose sparatorie di massa e hanno pianificato insieme questo attacco. Non una sola volta qualcuno ha ritenuto la cosa preoccupante. Nessuno ha chiamato la polizia, uno psichiatra o persino i familiari di Ikner, perché farlo avrebbe violato il modello di business di OpenAI”, ha dichiarato l’avvocato Bakari Sellers.
I log delle chat mostravano anche Ikner discutere di Adolf Hitler, del nazismo e delle diverse ideologie politiche in relazione alla percezione di alcune etnie.
Le ipotesi di reato
La famiglia Chabba ha avanzato nei confronti di OpenAI le seguenti contestazioni: morte ingiusta, grave negligenza, responsabilità da prodotto difettoso e omessa comunicazione del rischio.
Sul piano della responsabilità civile, la tesi degli avvocati è che OpenAI abbia costruito un sistema che si manteneva nella conversazione, la alimentava, accettava l’impostazione mentale dell’utente, la elaborava e poneva domande di approfondimento per tenerlo coinvolto, creando così un rischio ovvio.
Sul fronte penale, il procuratore generale della Florida James Uthmeier ha aperto un’indagine criminale nei confronti di OpenAI per accertare se la società possa essere ritenuta penalmente responsabile della sparatoria.
“La Florida è in prima linea nella lotta contro l’uso criminale dell’intelligenza artificiale: se ChatGPT fosse una persona, starebbe affrontando accuse di omicidio“, ha dichiarato Uthmeier.
OpenAI ha ovviamente respinto ogni accusa; un portavoce della società ha affermato che il chatbot ha fornito risposte fattuali a domande il cui contenuto era già reperibile su fonti pubbliche in rete, e che il sistema non ha incoraggiato né promosso attività illegali o dannose.
La domanda che oggi aleggia nelle aule di tribunale americane è destinata a ridefinire i confini della responsabilità nell’era dell’intelligenza artificiale: fin dove può spingersi la complicità di un chatbot?
Si srotola il red carpet del Festival di Cannes 2026. Dal 12 al 23 maggio,...
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Si srotola il red carpet del Festival di Cannes 2026. Dal 12 al 23 maggio, un’edizione che punta sugli autori, più che sugli studios. Ma senza tralasciare i grandi divi: tra concorso, fuori concorso, altre sezioni ed eventi, ci saranno, tra i vari, Isabelle Huppert, Catherine Deneuve, Cate Blanchett, Javier Bardem e Penélope Cruz, Glenn Close, Tilda Swinton, Kristen Stewart, Scarlett Johansson, Monica Bellucci, Sandra Hüller, Adam Driver, Léa Seydoux, Rami Malek e John Travolta, al suo esordio alla regia.
22 i film in corsa per la Palma d’oro, nessuno di questi è italiano. Park Chan-wook, audace regista sudcoreano celebre per la sua trilogia sulla vendetta, è il presidente di giuria. Saranno 120 i film (tra lungometraggi e corti) che passeranno per la Croisette. Tra questi, ecco i 10 più attesi (almeno da noi).
Amarga Navidad di Pedro Almodóvar
Dopo il Leone d’oro – poco convincente – vinto a Venezia 2024 con La stanza accanto, suo primo film in inglese, Almodóvar torna nella sua Spagna. Con la storia di un regista in difficoltà (qualche riferimento autobiografico)?
Amarga Navidad (in italiano Amaro Natale), film in concorso al Festival di Cannes 2026, racconta di Raúl, un regista di culto nel bel mezzo di una crisi creativa. È interpretato da Leonardo Sbaraglia, già visto al lavoro con Pedro in Dolor y gloria. Quando una tragedia colpisce uno dei suoi più stretti collaboratori, ne trae ispirazione per il suo prossimo film. Gradualmente, immagina Elsa, una regista impegnata nella scrittura del suo romanzo, la cui storia inizia a rispecchiare la sua… Ha il volto di Bárbara Lennie, che già ha collaborato con il maestro madrileno ne La pelle che abito.
Coward di Lukas Dhont
34 anni e una delle voci più fresche e intense del nuovo cinema europeo, Lukas Dhont, al terzo film, torna per la terza volta a Cannes. La prima fu con Girl, sotto Un certain regard, Caméra d’or come miglior opera. Poi fu il bellissimo Close, nel concorso principale, Grand Prix Speciale della Giuria e candidato all’Oscar come miglior film internazionale, giunto nella cinquina finale.
Ora il regista belga, attento a tematiche sull’identità di genere, torna in concorso con Coward, ambientato durante la prima Guerra mondiale, nel 1916, sul fronte belga. Pierre (Emmanuel Macchia) si è appena arruolato, desideroso di mettersi alla prova. Nelle retrovie, nella squadra addetta ai rifornimenti di cibo e attrezzature, Francis (Valentin Campagne) organizza spettacoli per tenere alto il morale dei soldati. Mentre i combattimenti infuriano, tutti cercano di sfuggire alla brutalità della guerra, anche solo per un istante.
Sheep in the box di Hirokazu Kore’eda
Anche il regista giapponese Hirokazu Kore’eda torna a un festival a lui caro: a Cannes nel 2013 vinse il Premio della giuria per Father and Son e nel 2018 la Palma d’oro per lo splendido Un affare di famiglia.
Film in concorso, Sheep in the box ci porta in un futuro prossimo. Otone (Haruka Ayase) e a suo marito Kensuke (Daigo) hanno perso il figlio. Per colmare il vuoto e il dolore, viene offerto loro un robot umanoide completamente identico al loro bambino… Il titolo? È un riferimento alla pecora e alla scatola del libro cult Il piccolo principe.
Immagine del film “Histoires parallèles” di Asghar Farhadi (Festival di Cannes)Histoires parallèles di Asghar Farhadi
Regista iraniano acclamato, già due volte Oscar al miglior film internazionale con Una separazione e Il cliente, Asghar Farhadi torna in concorso al Festival di Cannes. Qui vinse il Premio della giuria ecumenica nel 2013 per Il passato, il Prix du scénario per Il cliente nel 2016 e il Grand Prix Speciale della Giuria per Un eroe nel 2021.
Dal notevole cast francese, Histoires parallèles (Storie parallele) torna al sanguinario attentato al Bataclan di Parigi nel 2015. Isabelle Huppert interpreta una scrittrice che, in cerca di ispirazione per il suo nuovo romanzo, spia i vicini di casa dall’altra parte della strada. Quando assume il giovane Adam (Adam Bessa) per aiutarla nella vita di tutti i giorni, non immagina che quel giovane sconvolgerà la sua esistenza e il suo lavoro, fino a quando la finzione che ha immaginato non supererà la realtà. Tra gli attori anche Virginie Efira, Vincent Cassel e Pierre Niney.
L’inconnue di Arthur Harari
A Cannes Harari ha già avuto la sua consacrazione conAnatomia di una caduta, diretto dalla moglie Justine Triet e da lui co-scritto. Ora invece sceneggia e dirige in solitaria L’inconnue (La sconosciuta), film in concorso.
Protagonista è David Zimmerman (interpretato da Niels Schneider), uomo di quasi quarant’anni. È un fotografo, ma nessuno lo sa. Sebbene non esca quasi mai di casa, alcuni amici lo trascinano a una festa scatenata. Lì scorge una donna (Léa Seydoux) tra la folla, non riesce a distogliere lo sguardo da lei e la segue… Qualche ora dopo, David si sveglia: si trova nel corpo della sconosciuta.
Paper tiger di James Gray
Uno dei due soli americani in concorso (l’altro è Ira Sachs), James Gray non è certo nuovo a Cannes: ha partecipato in corsa per la Palma d’oro, senza mai vincere, già con The Yards, I padroni della notte, Two lovers, C’era una volta a New York e Armageddon Time – Il tempo dell’apocalisse. Più fortuna ha avuto a Venezia: Leone d’argento – Premio speciale per la regia per Little Odessanel 1994.
Paper tiger è una storia di potere e corruzione, ambientata a New York, nel Queens, nel 1986. Due fratelli (Miles Teller e Adam Driver), agli antipodi, uniscono le forze per un losco affare che coinvolge la mafia russa. Ma quella che doveva essere un’opportunità si trasforma in un incubo, mettendo a repentaglio la loro famiglia, la loro integrità e il loro legame fraterno. Nel cast anche sua beltà Scarlett Johansson.
Soudain di Ryūsuke Hamaguchi
Già Prix du scénario al Festival di Cannes 2014 per Drive my car, che vinse anche l’Oscar al miglior film internazionale, Hamaguchi torna in concorso con Soudain (in italiano All’improvviso). Si ispira alle lettere scambiate tra Maoko Miyano, una filosofa che combatte contro un cancro al seno, e Maho Isono, un’antropologa che ha condotto numerose ricerche sul campo.
Ecco la trama. In qualità di direttrice di una casa di riposo, Marie-Lou (Virginie Efira) si impegna a implementare una filosofia assistenziale innovativa basata sull’ascolto e sul rispetto della dignità degli ospiti, nonostante la resistenza di parte del suo staff. L’incontro con Mari (Tao Okamoto), una regista teatrale giapponese che lotta contro il cancro, cambierà profondamente il suo percorso. Le due donne stringono una profonda amicizia e intraprendono insieme una battaglia per “rendere possibile l’impossibile”.
Immagine del film “Fatherland” di Paweł Pawlikowski (Festival di Cannes)Fatherland di Paweł Pawlikowski
Già Oscar al miglior film internazionale con Ida, nel 2015, e Prix de la mise en scène per Cold War al Festival di Cannes 2018, il regista polacco torna in concorso in Costa Azzurra.
Fatherland si concentra sul rapporto tra lo scrittore premio Nobel Thomas Mann (Hanns Zischler) e sua figlia Erika (Sandra Hüller), attrice, scrittrice e pilota di rally. Nell’estate del 1949, nel pieno della Guerra Fredda, padre e figlia intraprendono un viaggio impegnativo ed emozionante a bordo di una Buick nera, attraversando una Germania in rovina, da Francoforte, dominata dagli americani, a Weimar, controllata dai sovietici. Tornato a casa dopo sedici anni di esilio negli Stati Uniti, Thomas Mann deve affrontare non solo una patria divisa, ma anche una profonda frattura all’interno della sua famiglia.
Her private hell di Nicolas Winding Refn
Film fuori concorso, il regista danese già Prix de la mise en scène a Cannes, nel 2011 per Drive, torna dieci anno dopo lo psichedelico horror The Neon Demon.
Her private hell è ambientato in una metropoli futuristica, mentre una strana nebbia la avvolge e libera una presenza sfuggente e letale. Qui una giovane donna tormentata (Sophie Thatcher) si mette alla ricerca di suo padre. Durante questa ricerca, il suo destino si intreccia con quello di un soldato americano impegnato in un disperato viaggio per salvare sua figlia dall’inferno. Nel cast anche Charles Melton, Havana Rose Liu, Kristine Froseth, Dougray Scott.
Full Phil di Quentin Dupieux
L’amabile regista francese del bizzarro Quentin Dupieux quest’anno sarà a Cannes con ben due film. Full Phil è fuori concorso e chiama sé due divi di Hollywood, Kristen Stewart e Woody Harrelson. Quest’ultimo interpreta Philip Doom, un ricco industriale americano a Parigi, che cerca di riallacciare i rapporti con la figlia Madeleine. Sfortunatamente, la cucina francese, un film horror degli anni ’50 e un’invadente impiegata dell’hotel turbano il suo soggiorno…
Le Vertige, invece, è un film d’animazione sempre dall’inconfondibile cifra stilistica alla Dupieux, presentato alla Quinzaine des Cinéastes. Qui Jacques va a casa del suo amico Bruno per dargli una notizia importante: tutta l’umanità vive in una simulazione…
L’attacco sarebbe partito da Microsoft Teams: gli aggressori hanno contattato dipendenti, avviato condivisioni schermo, raccolto...
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L’attacco sarebbe partito da Microsoft Teams: gli aggressori hanno contattato dipendenti, avviato condivisioni schermo, raccolto credenziali e manipolato l’autenticazione a più fattori. Una volta entrati, hanno usato strumenti legittimi di accesso remoto, arrivando fino ai sistemi critici, quindi hanno installato componenti malevoli. Fin qui la scena sembrava quella consueta del ransomware: furto di dati, minacce, estorsione, pubblicazione sul portale dei criminali. Tuttavia, secondo Rapid7 e BleepingComputer, rispettivamente azienda di cybersecurity e testata online molto nota, questa operazione che sembrava riconducibile al gruppo ransomware Chaos mostrerebbe invece indizi compatibili con MuddyWater, gruppo iraniano sponsorizzato dal governo di Teheran e specializzato in spionaggio. L’attribuzione non è certa, ma viene indicata con moderata confidenza. Se così fosse la storia cambia natura. Più che un’operazione criminale per ottenere un riscatto, l’attacco diventa una campagna di spionaggio, persistenza e posizionamento dentro i sistemi della vittima. La lezione per chi non vive di log, alert e acronimi è semplice: il ransomware non è più soltanto un modello criminale per fare soldi, ma un diversivo. Questa è la vera trasformazione. Nel cyberspazio non si combatte soltanto per entrare nei sistemi, ma anche per decidere quale storia racconterà l’attacco. Se sembra criminalità comune, l’attribuzione geopolitica diventa più faticosa. Se tutti guardassero alla richiesta di riscatto, qualcuno potrebbe non vedere la persistenza. Se l’incidente viene letto come un furto, si rischia di non riconoscere una ricognizione. È una forma di guerra narrativa applicata alla sicurezza informatica. Non basta violare una rete: bisogna suggerire al difensore una spiegazione comoda, plausibile e possibilmente sbagliata. In fondo, siamo biologicamente poco attrezzati per questo mondo oltre lo schermo. Nel mondo fisico una maschera desta sospetto; in quello digitale, spesso, ci tranquillizza perché ci offre una categoria già pronta. Questa vicenda mostra che la distinzione tra cybercrime e operazioni statuali sta diventando sempre meno pulita. Non perché siano la stessa cosa, ma perché gli attori statuali possono prendere in prestito strumenti, rituali e marchi del cybercrime. Allora il problema è che da oggi un’organizzazione colpita non può limitarsi a chiedere “quanto vogliono di riscatto?”, ma deve anche domandarsi “perché vogliono che pensiamo che il problema sia questo?”.
A distanza di pochi metri al Foro Italico tre italiani in campo. Peccato per chi...
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A distanza di pochi metri al Foro Italico tre italiani in campo. Peccato per chi era sul Centrale per il derby tra Jannik Sinner e Andrea Pellegrino. Si è perso l’impresa di Luciano Darderi che ha eliminato la testa di serie numero due del torneo, il tedesco Aleksander Zverev, dopo aver perso il primo set 6-1 e con grossi problemi fisici nel secondo. Una rimonta spettacolare per l’Italo argentino quasi incredulo alla fine, soprattutto per il 6-0 rifilato al tedesco nel terzo set. Zverev è letteralmente uscito dal campo, mentre Darderi saliva. L’azzurro ha annullato quattro match ball a Zverev nel tiè-break del secondo set per poi chiudere 12-10. Darderi era sotto 4-2 nel secondo set e nel primo gioco della seconda partita aveva chiesto un warming. Sembrava sul punto di crollare, invece non ha mai mollato mentre Zverev perdeva fiducia. Clamoroso il 6-0 di Darderi a Zverev nel terzo set tra il tripudio del pubblico romano e l’incredulità del tedesco. Darderi nei quarti di finale affronterà domani il talento spagnolo Jodar.
Pellegrino fa bella figura con Sinner
ROME, ITALY – MAY 12: Jannik Sinner of Italy looks on during his single match against Andrea Pellegrino of Italy during the Internazionali BNL D’Italia 2026 at Foro Italico on May 12, 2026 in Rome, Italy. (Photo by Emmanuele Ciancaglini/Ciancaphoto Studio/Getty Images)
Ci ha provato in tutti i modi Andrea Pellegrino nel derby italiano sul Centrale con Jannik Sinner ma il numero uno al mondo è su un alrto livello di gioco. Eppure il pugliese lo ha impegnato soprattutto nel secondo set. Jannik, come gli capita spesso ultimamente ha scelto di ricevere nel primo gioco e ha subito strappato il servizio a Pellegrino. Poi è volato sul 4-0 con Pellegrino che ha pagato forse anche un po’ di emozione per la sua prima volta sul Centrale del Foro Italico. Poi il pugliese si è sciolto e ha provato a giocare il suo tennis. Ma a quel punto Sinner aveva il primo set in mano e ha chiuso 6-2 con la prima palla di servizio che gli è venuta in aiuto nei rari momenti di difficoltà. Nel secondo set però il livello di gioco di Pellegrino è salito, tanto che Sinner in alcune situazioni è apparso persino sorpreso dall’intraprendenza dell’avversario che da fondo campo reggeva lo scambio con Jannik e ha pure dato spettacolo con qualche colpo di volo e qualche palla corta. Equilibrio assoluto fino al 3-3, quando Sinner ha ottenuto il break che ha indirizzato definitivamente la partita. Alla fine Jannik porta a casa la vittoria per 6-2, 6-3 e allunga il suo record. Adesso sono trentuno le vittorie consecutive per il numero uno al mondo nei tornei Atp 1000. Nei quarti di finale in programma giovedì Sinner incontrerà il vincitore della sfida tra Rublev e Basilashvili.
Musetti si ritira
Continua il calvario di Lorenzo Musetti costretto al ritiro nella partita degli ottavi contro Ruud. “Oggi non volevo ritirarmi perché sono stanco dei ritiri, chiedo scusa per lo spettacolo ma non ero in grado di competere. Qui a Roma ho giocato su una gamba sola e avevo paura di appoggiare la gamba sinistra. Roland Garros? Vedremo, devo fare controlli ed esami per capire. Mentalmente è difficile essere lucidi e propositivi, non mai mi era capitato di avere così tanti infortuni in carriera. Spero che gli esiti degli esami siano positivi per poter andare a Parigi con un atteggiamento diverso. Il futuro della stagione è al momento annebbiato, faccio fatica a pensare a lungo termine”.
A Vienna è tutto pronto per il rito più sfacciato, sentimentale e politicamente sensibile della...
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A Vienna è tutto pronto per il rito più sfacciato, sentimentale e politicamente sensibile della musica europea. L’Eurovision Song Contest 2026 apre ufficialmente la sua settimana live martedì 12 maggio, alle 21.00 CEST, dalla Wiener Stadthalle, con la prima semifinale di un’edizione particolarmente simbolica: la settantesima nella storia del concorso. Dopo il trionfo dell’Austria nel 2025 con JJ e la sua Wasted Love, il festival torna così nella capitale austriaca con tre serate: prima semifinale il 12 maggio, seconda semifinale il 14 maggio e gran finale sabato 16 maggio.
Sul palco ci saranno Victoria Swarovski e Michael Ostrowski, chiamati a guidare una macchina televisiva che, come sempre, non è soltanto una competizione musicale ma un gigantesco specchio dell’Europa: dei suoi gusti, delle sue fratture, dei suoi desideri di leggerezza e delle sue tensioni più ingombranti. Perché Eurovision resta questo: una festa pop dove una nota alta può valere più di un discorso diplomatico, ma dove ogni scelta, ogni bandiera, ogni applauso e ogni fischio finiscono inevitabilmente per raccontare qualcosa di più grande della canzone stessa.
Prima semifinale: 15 Paesi in gara per 10 posti in finale
La prima serata vedrà 15 Paesi contendersi 10 posti per la finale del 16 maggio. L’ordine di uscita ufficiale prevede Moldova, Svezia, Croazia, Grecia, Portogallo, Georgia, Finlandia, Montenegro, Estonia, Israele, Belgio, Lituania, San Marino, Polonia e Serbia. A questi si aggiungeranno, fuori gara per la semifinale, anche le esibizioni di Italia e Germania, già qualificate alla finale come parte dei Paesi con accesso diretto all’ultimo atto.
L’Italia, quindi, non dovrà conquistare il pass nella prima serata. Sal Da Vinci, in gara con Per Sempre Sì, è già atteso nella finale di sabato, ma salirà comunque sul palco viennese per presentare il brano al pubblico europeo. Un passaggio tutt’altro che secondario: in un Eurovision sempre più dominato dalla riconoscibilità immediata, dall’impatto visivo e dalla capacità di costruire una narrazione nei pochi minuti concessi, l’esibizione in semifinale può pesare moltissimo sull’immaginario della finale.
Finlandia davanti a tutti: Linda Lampenius e Pete Parkkonen cercano il colpo grosso
Tra i nomi più osservati della prima semifinale c’è soprattutto la Finlandia, rappresentata da Linda Lampenius e Pete Parkkonen con Liekinheitin. Il duo arriva a Vienna con il favore degli indicatori della vigilia e con una narrazione potente: riportare il titolo in Finlandia a vent’anni dall’ultima vittoria, quella dei Lordi nel 2006. Non è soltanto una questione di classifica potenziale, ma di memoria eurovisiva: quando la Finlandia riesce a imporsi, lo fa spesso rompendo il galateo sonoro del concorso e trasformando l’anomalia in identità.
Alle sue spalle, nella corsa ai dieci posti disponibili, appaiono particolarmente solide anche le chance della Grecia, affidata ad Akylas con Ferto, e di Israele, rappresentato da Noam Bettan con Michelle. La Svezia, che con Eurovision ha un rapporto quasi industriale, torna invece in semifinale con FELICIA e My System, portandosi dietro il peso di una tradizione recente fortissima e la solita domanda: quanto può ancora sorprendere un Paese che sa leggere il linguaggio del contest meglio di chiunque altro?
Le mine vaganti: Croazia, Moldova, Serbia e San Marino
Nel blocco più interessante della serata ci sono le proposte capaci di spostare l’umore del pubblico. La Croazia punta sull’energia etno-pop dei LELEK con Andromeda, mentre la Moldova apre la semifinale con Satoshi e Viva, Moldova!, posizione non semplice ma potenzialmente efficace se il brano riuscirà a trasformare l’impatto iniziale in memoria televisiva. La Serbia porta invece la band metal LAVINA con Kraj Mene, una scelta più dura, meno accomodante, ma proprio per questo interessante in una scaletta che alterna identità nazionali, dance pop e momenti più teatrali.
C’è poi San Marino, che schiera Senhit con Superstar, in coppia con Boy George. Il nome è familiare al pubblico eurovisivo, il personaggio è riconoscibile, ma la strada verso la finale resta complicata: in una semifinale così densa, servirà un’esibizione capace di andare oltre l’effetto nostalgia e di imporsi come momento televisivo autonomo. Anche Montenegro, Lituania, Polonia e Georgia si muovono in una zona più incerta, dove tutto dipenderà dalla resa live, dal televoto e dal modo in cui la giuria leggerà costruzione vocale, staging e coerenza complessiva.
Sal Da Vinci accende i social dopo lo spoiler delle prove
Intanto, fuori dalla gara ufficiale della prima semifinale ma già pienamente dentro la conversazione europea, Sal Da Vinci ha conquistato i social dopo la circolazione dello spoiler delle prove all’Eurovision. Il video della performance ha acceso in poche ore piattaforme e fan community, diventando uno dei contenuti più commentati e condivisi tra quelli legati al contest. A colpire è stata soprattutto la combinazione tra la vocalità riconoscibile dell’artista e l’impatto scenico dell’esibizione, capace di intercettare non solo il pubblico italiano ma anche una platea internazionale sempre più curiosa.
Un entusiasmo che, secondo gli osservatori del settore, si sta riflettendo anche sulle previsioni della vigilia, con l’Italia in crescita nelle valutazioni degli addetti ai lavori. Meglio, però, non correre troppo: all’Eurovision la viralità può cambiare tutto, ma la scaramanzia resta una forma di intelligenza nazionale. Nel frattempo cresce anche l’attesa per Per sempre sì, il nuovo album in uscita il 29 maggio, preludio a una stagione live che porterà Da Vinci tra rassegne e grandi palchi italiani, fino alla tripletta evento all’Arena Flegrea del 25, 26 e 27 settembre.
Il ritorno del peso delle giurie nelle semifinali
Una delle novità centrali dell’edizione 2026 è il ritorno delle giurie professionali nelle semifinali, insieme al voto del pubblico. È la prima volta dal 2022 che le giurie tornano a contribuire alla scelta dei qualificati già prima della finale, un cambiamento che può incidere parecchio sugli equilibri: non basta più soltanto generare rumore, diventare virali o accendere il televoto, ma torna a pesare anche la valutazione tecnica della performance.
Questo significa che alcune candidature più vocali, eleganti o strutturate potrebbero trovare un alleato nel voto delle giurie, mentre le proposte più eccentriche dovranno dimostrare di essere non solo memorabili, ma anche solide. È il solito paradosso Eurovision: vincere l’attenzione è facile per tre minuti, convincere davvero l’Europa è un’altra faccenda.
Un’edizione pop, ma anche molto politica
L’Eurovision 2026 arriva in un clima particolarmente delicato. La partecipazione di Israele ha già acceso proteste e tensioni, con le autorità viennesi impegnate in un dispositivo di sicurezza rafforzato e particolare attenzione intorno alle aree più sensibili della città.
È il lato meno leggero, ma ormai inseparabile, del concorso. Eurovision continua a proclamarsi “United by Music”, ma ogni anno dimostra quanto la musica, soprattutto quando passa attraverso identità nazionali, voti popolari e simboli collettivi, sia tutto tranne che neutra. Vienna, in questo senso, non ospita soltanto un festival: ospita una piccola assemblea emotiva dell’Europa, con paillettes, fuochi, note altissime e nervi scoperti.
L’Italia guarda già alla finale
Per l’Italia la prima semifinale sarà soprattutto una vetrina strategica. Sal Da Vinci non deve guadagnarsi il posto in finale, ma deve iniziare a sedimentare la sua candidatura nella memoria del pubblico europeo. Per Sempre Sì entra in gara con un’identità chiaramente italiana, sentimentale e melodica, e dovrà trovare il modo di distinguersi in un’edizione in cui la concorrenza sembra giocare molto sull’impatto scenico, sulla contaminazione dei generi e sulla riconoscibilità immediata.
La vera domanda, per la serata del 12 maggio, sarà quindi doppia: chi riuscirà a conquistare i dieci pass per la finale e chi, pur senza essere ancora in gara per la vittoria, riuscirà a imporre il proprio racconto prima di sabato. Perché Eurovision, alla fine, non premia soltanto la canzone migliore. Premia la canzone che, in una settimana, riesce a sembrare inevitabile.
C’è un pezzo di Italia immobiliare rimasto sospeso tra ponteggi mai smontati, facciate iniziate e...
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C’è un pezzo di Italia immobiliare rimasto sospeso tra ponteggi mai smontati, facciate iniziate e non finite, assemblee condominiali trasformate in tribunali domestici e famiglie che, dopo aver creduto nella promessa del Superbonus, oggi si ritrovano davanti alla parte più amara dell’ex 110%: non più l’idea della riqualificazione a costo quasi zero, non più il racconto dell’efficientamento energetico come grande occasione collettiva, ma il rischio molto concreto di dover rispondere di lavori incompleti, crediti fiscali contestati, somme da recuperare e verifiche dell’Agenzia delle Entrate.
Il lato oscuro del Superbonus, quello rimasto dietro le impalcature e sotto la retorica del grande incentivo pubblico, riguarda migliaia di condomini italiani. Secondo i dati Enea aggiornati a febbraio 2026, quando la stagione del 110% può dirsi ormai sostanzialmente chiusa, resta ancora una quota di interventi prenotati attraverso le asseverazioni ma mai arrivati davvero al traguardo. Si tratta del 2,7% dei lavori condominiali legati al Superbonus per l’efficientamento energetico, pari a circa 2,3 miliardi di euro. Tradotto nella vita reale: almeno 4mila condomini coinvolti, anche se la cifra effettiva potrebbe essere più alta.
Il Superbonus e il conto lasciato ai condomini
Il problema non è soltanto tecnico, né soltanto fiscale. È, prima di tutto, una questione di responsabilità scaricata verso il basso. In molti casi, infatti, i condomini si sono affidati a imprese nate all’improvviso dopo il 2021, società “apri e chiudi” che hanno intercettato la corsa al Superbonus, acquisito commesse, avviato cantieri, incassato anticipi o lavorato su stati di avanzamento e poi, davanti alla complessità normativa, all’aumento dei costi, alla stretta sui crediti o a gestioni opache, hanno lasciato tutto a metà.
A pagare il prezzo di questo cortocircuito, però, non sono soltanto le imprese o i professionisti coinvolti. Il rischio maggiore resta in capo ai proprietari degli immobili, cioè ai titolari delle detrazioni. Sono loro, oggi, a ritrovarsi con lavori non completati, cappotti termici interrotti, pratiche da ricostruire, detrazioni non maturate, crediti utilizzati in modo potenzialmente illegittimo e, soprattutto, la possibilità di future contestazioni da parte dell’amministrazione finanziaria.
Il punto è semplice, almeno nella sua durezza: per avere diritto al Superbonus non bastava avviare un cantiere, firmare una pratica o prenotare una detrazione. Serviva che le opere fossero materialmente realizzate e che l’intervento raggiungesse i requisiti previsti, a partire, nel caso dell’efficientamento energetico, dal miglioramento di due classi energetiche dell’edificio. Dove questo percorso non si è chiuso, il diritto alla detrazione può venire meno.
Lavori incompleti, detrazioni perse e verifiche fiscali
La situazione diventa ancora più delicata quando entrano in gioco gli stati avanzamento lavori, i cosiddetti Sal, attraverso i quali era possibile ottenere anticipi dello sconto fiscale da utilizzare per pagare le imprese. Se quei lavori non sono stati completati, o se le opere effettivamente realizzate non corrispondono a quanto dichiarato, il credito d’imposta già utilizzato può essere considerato indebito.
In quel caso, l’Agenzia delle Entrate potrebbe chiedere non solo la restituzione dell’importo contestato, ma anche sanzioni e interessi. Il risultato è un conto potenzialmente pesantissimo per famiglie che, spesso, quei soldi non li hanno mai materialmente incassati, perché il meccanismo dello sconto in fattura e della cessione del credito aveva proprio l’effetto di spostare la gestione finanziaria dell’agevolazione tra imprese, banche, intermediari e Stato.
È qui che il Superbonus mostra la sua frattura più profonda: un incentivo nato per rendere accessibili interventi altrimenti molto costosi rischia di trasformarsi, per una parte dei beneficiari, in una trappola amministrativa e patrimoniale. Non perché tutti abbiano agito con malafede, ma perché la macchina si è rivelata fragile, complessa, esposta a comportamenti opportunistici e, in diversi casi, a vere e proprie irregolarità.
Cantieri irregolari e materiali conteggiati ma non installati
Accanto ai lavori rimasti a metà, c’è poi il capitolo dei cantieri irregolari e delle difformità procedurali. Il problema nasce quando ciò che è stato effettivamente realizzato non coincide con quanto indicato nelle asseverazioni o nelle comunicazioni trasmesse. Anche in questi casi, la conseguenza può essere la perdita del bonus per mancanza dei requisiti soggettivi o oggettivi richiesti dalla normativa.
Uno dei nodi più controversi riguarda inoltre il conteggio, nei Sal, dei materiali consegnati in cantiere ma non ancora installati. Per rispettare le scadenze del 110%, in molti casi alcuni prodotti sarebbero stati considerati come parte dell’avanzamento dei lavori pur non essendo stati realmente montati. Una modalità di calcolo che oggi finisce al centro delle contestazioni e che rischia di aprire nuovi fronti di recupero fiscale.
Il punto, ancora una volta, è che nel mirino finiscono i condomini. Anche quando il problema nasce da un’impresa sparita, da un tecnico superficiale, da un general contractor evaporato o da una catena di responsabilità difficile da ricostruire, il beneficiario dell’agevolazione resta il proprietario. Ed è su di lui che possono ricadere le conseguenze più pesanti.
Il mancato “Salva condomini” e il vuoto politico
A rendere il quadro ancora più complicato c’è l’assenza dell’atteso intervento “Salva condomini”, ipotizzato nell’ambito del decreto fiscale ma destinato a non entrare nemmeno in conversione. Una mancata risposta che lascia migliaia di cittadini dentro una zona grigia: troppo esposti per sentirsi al sicuro, troppo frammentati per avere una difesa collettiva efficace, troppo dipendenti da carte, asseverazioni, perizie e responsabilità incrociate per poter chiudere rapidamente la vicenda.
Il Superbonus, che per anni è stato raccontato come il grande strumento di rilancio dell’edilizia e della riqualificazione energetica, mostra così la sua eredità più ingombrante: non solo il costo per i conti pubblici, non solo la stagione delle frodi, non solo la corsa disordinata ai cantieri, ma una lunga scia di condomini bloccati, proprietari preoccupati e pratiche che rischiano di trasformarsi in contenziosi.
Per molte famiglie, oggi, la domanda non è più quanto avrebbe fatto risparmiare il 110%, ma quanto potrebbe costare non averlo chiuso correttamente. Ed è forse questa la fotografia più impietosa di una misura che, nata per alleggerire il peso economico della casa, in migliaia di casi rischia di lasciare dietro di sé l’esatto contrario: lavori incompiuti, debiti potenziali e una paura fiscale destinata a durare ancora a lungo.
Ci sono marchi capaci di affrontare epoche diverse, di cadere e di rialzarsi senza perdere...
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Ci sono marchi capaci di affrontare epoche diverse, di cadere e di rialzarsi senza perdere mai la propria identità. È il caso di Ballantyne, fondato in Scozia nel 1921, nel secondo dopoguerra la regina Elisabetta gli conferisce il Queens Award per poi entrare nel fondo Charme Investors nel 2004 sotto la guida di Luca Cordero di Montezemolo e Maurizio Canessa. La prematura scomparsa di quest’ultimo segna l’inizio di un periodo di crisi che si protrae fino a quando Fabio Gatto ne raccoglie le redini creative e strategiche. Nel 2015 l’imprenditore e direttore creativo, attraverso la holding di famiglia, perfeziona l’acquisizione del brand ai 300mila euro di fatturato e lo traghetta in una nuova dimensione, coniugando la maestria della tradizione manifatturiera scozzese al gusto italiano. A dieci anni dall’operazione, Ballantyne è un’azienda sana da 6 milioni di euro con una ricca distribuzione wholesale, cui si aggiunge la boutique online. “Quando sono entrata in azienda, era il 2020, l’e-commerce realizzava meno di 100mila euro”, ha spiegato Beatrice Gatto, responsabile della comunicazione e seconda generazione della famiglia, “oggi siamo a 350mila euro, c’è ancora molta strada da fare, ma è chiara la strada che abbiamo intrapreso. Il digitale diretto è alla base della strategia per individuare i mercati a più alto potenziale. Oggi, infatti, oltre all’Italia che è stato il mercato della ripartenza, abbiamo ripreso Germania, Austria, Francia, Spagna e USA che al momento è fatto solo da traffico organico. Abbiamo diversi interessi anche se non ci investiamo, quindi è solo traffico organico. In prospettiva, guardando all’espansione wholesale e poi magari anche retail, le nostre priorità sono sul mercato europeo, ma stiamo tenendo d’occhio anche il Giappone e la Corea, dove, seppur cauta, la crescita c’è ed è costante”. In questo percorso di rinascita, il marchio si è evoluto bilanciando l’offerta uomo/donna e introducendo oggetti distintivi come la borsa Kate, introdotta in occasione del centenario, e dando spazio all’heritage con la capsule Raw, “Ballantyne in questi dieci anni ha saputo rinascere, coniugando l’expertise scozzese alla sensibilità italiana, valorizzando le proposte maschili senza sminuire la collezione donna”, ha continuato Gatto, “oggi è un progetto coerente, dove la maglieria fa da anello di congiunzione tra il passato e la sperimentazione. Così abbiamo introdotto, da un lato, lo sportswear; dall’altro, la Raw Collection, una capsule che dà voce all’essenza del cashmere, che non è trattato, è ruvido e si ammorbidisce nel tempo: online, nell’invernale, questa proposta di dieci/dodici modelli ha rappresentato più del 10% delle vendite sul totale della collezione e non è poco”. All’ultima edizione di White Ballantyne ha presentato un video provocatorio che gioca sull’AI come linguaggio comunicativo. “Le fiere le ha frequentate a lungo mio padre Fabio Gatto, e proprio dalla sua esperienza sappiamo che non sono più lo strumento di conversione commerciale di una volta”, ha concluso Gatto, “per noi rappresentano soprattutto un’occasione di comunicazione, dove sottolineare la nostra identità: un mondo complementare tra la Scozia e l’Italia”.
La serie Huawei Watch Fit 5 e in particolare la versione Pro rappresenta uno dei...
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La serie Huawei Watch Fit 5 e in particolare la versione Pro rappresenta uno dei dispositivi più convincenti nel panorama orologi smart. Non grazie a un singolo colpo di scena, ma a una filosofia di sviluppo che mette insieme specifiche hardware di fascia alta, funzioni di monitoraggio della salute certificate, un ecosistema di app in espansione e un’attenzione al design sempre più ricercato.
Design: materiali da fascia alta, profilo da orologio quotidiano
Huawei Watch Fit 5 Pro è piuttosto sottile: 9,5 mm di profilo per soli 30,4 grammi. Il corpo è in lega di alluminio, la cornice in titanio, il vetro in zaffiro 2.5D, materiali che a questo prezzo si trovano raramente combinati insieme. Il rapporto schermo-corpo raggiunge l’83%, contro il 79% del predecessore FIT 4 Pro e il 78% dell’Apple Watch Series 11. La cornice da 1,8 mm su tutti e quattro i lati crea un effetto quasi senza bordi.
La versione bianca si distingue per il trattamento superficiale Micro-Arc Oxidation, che crea uno strato ceramico sull’alluminio migliorando durezza e resistenza ai graffi. Dopo settimane di utilizzo quotidiano con esposizione intenzionale a intense attività outdoor, il vetro zaffiro non mostra il minimo graffio. Disponibile in tre colorazioni arancione, bianco e nero, la Pro si affianca alla Watch Fit 5 standard, più leggera (27g), con display da 1,82 pollici, corpo in alluminio e vetro in silicato di alluminio e litio, disponibile in cinque varianti colore.
Il display: luminosità da record, fluidità e reattivo
Lo schermo AMOLED da 1,92 pollici della Pro (risoluzione 480×408) raggiunge una luminosità di picco di 3000 nit. La tecnologia LTPO consente una frequenza di aggiornamento variabile da 1 Hz a 60 Hz, riducendo i consumi senza sacrificare la fluidità delle animazioni. I colori sono vivaci, i neri profondi, la leggibilità all’aperto è eccellente anche con gli occhiali da sole. Il modello standard si ferma a 2500 nit, comunque ben al di sopra della media di categoria.
Sensori e salute: il TruSense System fa la differenza
Il cuore tecnologico è il sistema collaudato sistema TruSense, con un modulo di frequenza cardiaca composto da 6 LED e 6 fotodiodi, accelerometro, giroscopio, barometro, magnetometro, sensore di luminosità e sensore di temperatura cutanea. Questa densità di rilevatori si traduce in misurazioni più accurate di frequenza cardiaca e SpO₂ (ossimetria), tanto a riposo quanto durante l’attività fisica.
Esclusivi della Pro sono l’ECG (30 secondi di rilevamento con report immediato), il rilevamento della rigidità arteriosa tramite sensori PPG ed ECG combinati, e il sensore di temperatura per il monitoraggio del ciclo mestruale.
Su entrambi i modelli è invece presente l’analisi delle aritmie basata sulle onde di polso, con certificazione CE europea, un dettaglio che ne attesta la validità al di là del semplice dato indicativo. Completano il quadro il monitoraggio del respiro notturno (Sleep Breathing Awareness) e un sistema di rilevamento di 12 stati emotivi con esercizi di respirazione guidata.
Sport: dal panda animato al freediving a 40 metri
Una delle novità più originali è la modalità Mini-Workout: 30 esercizi guidati da un panda animato sul quadrante, eseguibili ovunque senza attrezzatura, da 30 secondi in su. È la prima esperienza di mini-allenamento sul polso mai proposta da Huawei, con feedback in tempo reale e premi per mantenere alta la motivazione.
Per il ciclismo, la serie supporta potenza virtuale, cadenza, FTP e velocità 3D, con compatibilità verso accessori di terze parti. Il Trail Running sulla Pro aggiunge navigazione a segmenti, altimetria in tempo reale e stima del tempo di arrivo. I golfisti trovano mappe vettoriali di oltre 17.000 campi. La certificazione per il freediving fino a 40 metri (standard EN13319) è una protezione rara su uno smartwatch in questa fascia di prezzo.
L’ecosistema di app di terze parti si è espanso sensibilmente: Strava, Komoot, Naviki, URUNN, Fiit, Clue e Life Period Tracker sono scaricabili direttamente sul dispositivo, con dati dettagliati e integrazione bidirezionale con l’app Huawei Health. Come sempre è un punto di forza la compatibilità sia nel mondo Android che in quello iOS.
Curve Pay e autonomia: smart nella vita di tutti i giorni
I pagamenti contactless arrivano tramite Curve Pay, che consolida le principali carte in un unico wallet NFC con funzione tap-to-pay. Include la funzione esclusiva Go Back in Time per correggere errori post-acquisto, e un sistema di sicurezza che richiede PIN se il dispositivo viene rimosso dal polso. Disponibile in oltre 30 Paesi, inclusa l’Italia.
La batteria ad alto silicio da 471 mAh garantisce fino a 10 giorni con uso leggero, 7 giorni con uso tipico e 25 ore in modalità trail running con GPS attivo. La Pro supporta la ricarica wireless rapida in 60 minuti e in test indipendenti alcuni recensori hanno riportato cariche complete in circa 40 minuti, suggerendo che la dichiarazione di Huawei sia conservativa.
Un prodotto quasi su misura
HuaweiI Watch Fit 5 è disponibile in Italia da 199 euro, la versione Pro si posiziona nella fascia superiore (299 euro). In occasione del lancio (fino al 30 giugno), sono attivi sconti di 50€ sulla Pro (codice AFIT5PROLANC) e 40€ sulla Standard (codice AFIT5LANCIO), con cinturino aggiuntivo in omaggio online e sostituzione gratuita dello schermo nei primi 12 mesi.
Il fatto che la Serie Watch Fit 5 mantenga lo stesso prezzo del predecessore, nonostante i miglioramenti, è una buona notizia. I punti deboli esistono: l’ecosistema app è ancora meno ricco di WatchOS o Wear OS, e alcune funzioni avanzate richiedono uno smartphone Huawei. Il rapporto qualità-prezzo rimane però difficile da eguagliare.
Huawei ha costruito la propria leadership nei wearable senza proclami, lavorando sistematicamente su ogni componente: materiali, sensori, autonomia, stile. La Serie Watch Fit 5 Pro è il risultato più maturo di questa strategia, un dispositivo che compete con avversari ben più costosi e che dimostra come innovazione e personalizzazione possano coesistere con un prezzo accessibile.
Per alcuni dipendenti pubblici andare in pensione senza penalizzazioni potrebbe significare dover lavorare quasi mezzo...
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Per alcuni dipendenti pubblici andare in pensione senza penalizzazioni potrebbe significare dover lavorare quasi mezzo secolo. Le nuove regole previdenziali, tra revisione delle aliquote di rendimento, finestre mobili più lunghe e aumento dei requisiti legati alla speranza di vita, stanno infatti allontanando sempre di più l’uscita dal lavoro. Secondo le simulazioni dell’Osservatorio Previdenza della Cgil, in alcuni casi serviranno fino a 49 anni e 2 mesi di attività per evitare penalizzazioni permanenti sull’assegno pensionistico. L’impatto della stretta potrebbe coinvolgere oltre 730 mila lavoratrici e lavoratori entro il 2043, con un risparmio stimato per lo Stato superiore a 32 miliardi di euro lordi. A pagare il prezzo più alto sarebbero soprattutto i dipendenti degli enti locali e il personale sanitario, ma gli effetti riguardano anche insegnanti delle scuole parificate e ufficiali giudiziari.
Come cambia la pensione pubblica: il peso della revisione delle aliquote
La riforma introdotta con la legge di Bilancio 2024 ha stabilito una revisione delle aliquote di rendimento utilizzate per calcolare la quota retributiva della pensione. Questo riguarda chi ha una carriera “mista”, cioè un mix tra il vecchio sistema retributivo e il “nuovo” sistema contributivo. I più penalizzati sono i lavoratori pubblici rimasti a metà dei due sistemi, quelli entrati nella Pubblica amministrazione tra gli anni Ottanta e Novanta. L’effetto economico? Le simulazioni della Cgil mostrano che con una retribuzione annua di 30 mila euro il taglio può superare i 6 mila euro lordi l’anno; con stipendi da 50 mila euro la riduzione supera i 10 mila euro annui e con redditi da 70 mila euro il taglio può arrivare oltre i 14 mila euro l’anno. Si tratta delle pensioni anticipate, non quelle di vecchiaia. Ma proprio questo rischia di spingere molti lavoratori a rimanere in servizio più a lungo, pur di evitare tagli permanenti sull’assegno.
Dipendenti pubblici: perché si rischia di lavorare fino a 49 anni
E poi c’è l’allungamento delle finestre mobili che, insieme alla revisione delle aliquote, ha effetti concreti sui tempi di uscita dal lavoro. Dal 2028, per le categorie coinvolte, la finestra salirà fino a 9 mesi. In pratica, anche dopo aver maturato il diritto alla pensione, il lavoratore dovrà attendere diversi mesi prima di ricevere l’assegno. Le simulazioni mostrano bene l’effetto delle nuove regole. Un lavoratore nato nel 1968 e assunto a 19 anni nel 1987 maturerebbe il requisito per la pensione anticipata nel 2030, con 43 anni e 4 mesi di contributi. Ma, a causa della finestra mobile la sua uscita effettiva slitterebbe al 2031, dopo 44 anni e 1 mese di lavoro. Ma il punto più delicato arriva dopo: per evitare il taglio dell’assegno pensionistico, lo stesso lavoratore dovrebbe attendere la pensione di vecchiaia nel 2036, arrivando così a 49 anni e 2 mesi complessivi di attività lavorativa. E i casi sono tanti. Un lavoratore nato nel 1970 arriverebbe a 48 anni e 4 mesi di lavoro e chi ha iniziato nel 1993 potrebbe arrivare a 47 anni e 8 mesi di attività. Insomma, il raggiungimento dei contributi necessari non coincida più automaticamente con l’uscita reale dal lavoro.
L’effetto della speranza di vita: pensione sempre più lontana
A complicare il quadro previdenziale si aggiunge l’adeguamento automatico dei requisiti alla speranza di vita. La legge di Bilancio 2026 ha soltanto attenuato temporaneamente l’aumento previsto dal 2027, limitandolo a un mese. Dal 2028 però il meccanismo tornerà pienamente operativo. Secondo le stime della Ragioneria generale dello Stato la pensione di vecchiaia passerà dai 67 anni attuali a 69 anni entro il 2050 e la pensione anticipata ordinaria per gli uomini salirà da 42 anni e 10 mesi a 44 anni e 10 mesi di contributi. Questo significa che nei prossimi decenni l’età effettiva di uscita dal lavoro continuerà ad aumentare, soprattutto per le nuove generazioni del pubblico impiego.
Cosa devono fare i lavoratori pubblici in vista della pensione
Cosa possono fare i dipendenti pubblici? Fondamentale verificare il sistema di calcolo applicato alla propria pensione; gli anni di contributi maturati prima del 1996; l’impatto delle finestre mobili e la convenienza tra pensione anticipata e pensione di vecchiaia. Molti lavoratori rischiano infatti di trovarsi davanti a una scelta difficile: uscire prima accettando un assegno ridotto oppure lavorare fino a quasi mezzo secolo, per evitare penalizzazioni economiche permanenti.
Lunedì 18 maggio si annuncia come una di quelle giornate in cui la normalità rischia...
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Lunedì 18 maggio si annuncia come una di quelle giornate in cui la normalità rischia di incepparsi già prima dell’alba, tra treni da controllare con anticipo, mezzi pubblici incerti, scuole potenzialmente scoperte e uffici pubblici esposti a rallentamenti. Lo sciopero generale nazionale proclamato dall’USB riguarda infatti diverse categorie del lavoro pubblico e privato e potrebbe produrre disagi diffusi in tutta Italia, con effetti particolarmente visibili nel comparto dei trasporti. L’INPS ha già comunicato che, per l’intera giornata del 18 maggio, potrebbero verificarsi disservizi a causa dell’agitazione.
Perché è stato proclamato lo sciopero generale del 18 maggio
La mobilitazione è stata indetta dall’Unione Sindacale di Base, che ha annunciato lo sciopero raccogliendo l’appello della Global Sumud Flotilla. Nella comunicazione ufficiale, il sindacato lega la protesta alla guerra, alla situazione in Palestina, alla corsa al riarmo e alle ricadute economiche e sociali che, secondo USB, pesano direttamente sulla vita dei lavoratori: salari, sanità pubblica, scuola, welfare, affitti, prezzi e costo della benzina.
Il cuore della protesta, dunque, non è soltanto contrattuale. È una mobilitazione dal forte contenuto politico e sociale, costruita intorno all’idea che le risorse destinate al riarmo vengano sottratte a salari, pensioni, servizi pubblici, sanità territoriale, scuola, ricerca, sicurezza sul lavoro e diritto alla casa.
Treni e trasporto pubblico: gli orari dello sciopero
Il settore più esposto ai disagi sarà quello dei trasporti. Per il comparto ferroviario, lo stop è atteso già dalla serata di domenica 17 maggio, con agitazione dalle 21:00 e possibili conseguenze per tutta la giornata di lunedì 18 maggio.
Per i treni regionali restano previste le consuete fasce di garanzia: nei giorni feriali Trenitalia assicura i servizi essenziali nelle fasce di maggiore frequentazione, dalle 06:00 alle 09:00 e dalle 18:00 alle 21:00. I treni già in viaggio all’inizio dello sciopero possono arrivare alla destinazione finale se raggiungibile entro un’ora dall’avvio dell’agitazione; oltre quel limite, possono fermarsi in una stazione precedente.
A rischio, dunque, non ci sono soltanto i collegamenti regionali utilizzati ogni giorno da pendolari e studenti, ma anche una parte dei servizi di lunga percorrenza e dell’Alta Velocità, con possibili cancellazioni, ritardi e variazioni. La regola pratica resta sempre la stessa: verificare il proprio treno sui canali ufficiali della compagnia prima di mettersi in viaggio.
Bus, metro e tram: disagi nelle grandi città
La giornata potrebbe essere complicata anche per chi si muove con bus, tram e metropolitane. Le modalità dello sciopero nel trasporto pubblico locale cambiano da città a città, perché dipendono dalle singole aziende e dalle fasce di garanzia previste a livello territoriale.
A Venezia, per esempio, AVM/Actv ha comunicato che lo sciopero potrà interessare i servizi di navigazione, tram e autobus per 24 ore. Nel servizio automobilistico e tranviario saranno garantite le corse in partenza dai capolinea dalle 06:00 alle 08:59 e dalle 16:30 alle 19:29, mentre per la navigazione sono previsti servizi minimi di collegamento.
Anche in altri grandi centri, da Roma a Milano, sono quindi possibili stop parziali, chiusure temporanee delle linee, attese più lunghe e servizio ridotto. Il disagio più forte, come spesso accade, potrebbe concentrarsi nelle ore centrali della giornata e nella fascia serale successiva alla fine delle garanzie locali.
Aerei esclusi dalla protesta
Il trasporto aereo risulta esonerato dallo sciopero del 18 maggio indicato nella nota di partenza. Resta comunque utile ricordare che, in caso di agitazioni nel settore aereo, ENAC prevede fasce di tutela dalle 07:00 alle 10:00 e dalle 18:00 alle 21:00, durante le quali i voli devono essere effettuati.
Per lunedì 18 maggio, quindi, il punto più delicato non dovrebbe essere rappresentato dagli aeroporti, ma dai collegamenti su ferro, dal trasporto locale e dai servizi pubblici.
Scuola: lezioni a rischio e possibili ingressi non garantiti
Lo sciopero coinvolge anche il mondo della scuola, con possibili adesioni del personale docente e ATA. Il risultato, come sempre in questi casi, non è automaticamente la chiusura degli istituti, ma una giornata di forte incertezza: lezioni ridotte, ingressi non garantiti, sorveglianza da riorganizzare e comunicazioni diverse da scuola a scuola.
Il rischio riguarda gli istituti di ogni ordine e grado, dai nidi alle scuole superiori, con effetti particolarmente sensibili per le famiglie che dovranno verificare le indicazioni ricevute dal proprio istituto. Anche la stampa specializzata sul comparto scuola segnala possibili disservizi per la giornata del 18 maggio.
Sanità: garantite emergenze e prestazioni essenziali
Lo sciopero potrà avere conseguenze anche nella sanità pubblica. Come previsto dalla normativa sui servizi essenziali, saranno garantite le prestazioni urgenti, i pronto soccorso e le attività indispensabili. Più esposte, invece, le visite specialistiche, gli esami programmati e le prestazioni non urgenti, che potrebbero subire rinvii o rallentamenti.
Il nodo, ancora una volta, sarà l’adesione effettiva del personale nei singoli presidi. Per questo, chi ha appuntamenti già fissati per lunedì 18 maggio dovrà controllare eventuali comunicazioni dell’azienda sanitaria o della struttura di riferimento.
Pubblica amministrazione e servizi comunali
La mobilitazione potrebbe interessare anche gli uffici della pubblica amministrazione, con possibili disservizi agli sportelli dell’INPS, dell’Agenzia delle Entrate e dei servizi comunali. L’INPS ha già avvisato gli utenti della possibilità di rallentamenti durante l’intera giornata del 18 maggio.
Anche i Vigili del Fuoco possono aderire alla protesta, ma con garanzia del soccorso tecnico urgente alla popolazione. Il principio, nei servizi essenziali, resta quello della continuità minima: lo sciopero può rallentare o sospendere alcune attività ordinarie, ma non interrompere gli interventi indispensabili.
Cosa controllare prima di uscire di casa
La parola chiave, per lunedì 18 maggio, sarà verifica. Chi deve prendere un treno dovrà controllare l’elenco delle corse garantite e lo stato del viaggio sui canali ufficiali di Trenitalia, Italo o delle altre imprese ferroviarie. Chi si muove con metro, bus e tram dovrà consultare gli avvisi delle aziende locali. Le famiglie dovranno seguire le comunicazioni della scuola, mentre chi ha visite mediche o pratiche amministrative già fissate farebbe bene a verificare eventuali aggiornamenti prima di raggiungere sportelli e strutture.
Non sarà necessariamente un blocco totale. Ma sarà una giornata fragile, costruita su adesioni variabili, servizi minimi e comunicazioni locali. E proprio per questo potenzialmente più insidiosa: perché il vero disagio, spesso, non è sapere che tutto si ferma, ma scoprire troppo tardi cosa funziona e cosa no.
Scontro senza precedenti intorno alla penultima giornata della Serie A, quella del derby di Roma...
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Scontro senza precedenti intorno alla penultima giornata della Serie A, quella del derby di Roma e della contemporaneità con l’ultima giornata degli Internazionali d’Italia di tennis. La Prefettura ha deciso che vanno tutti in campo lunedì 18 maggio con orario serale, in deroga al divieto che da un anno il Viminale impone all’orario delle 20,45 per il derby tra Roma e Lazio, correggendo quanto deciso dalla Lega Calcio Serie A che aveva piazzato la sfida dell’Olimpico la domenica all’ora di pranzo. Una scelta fatta “alla luce delle valutazioni effettuate in sede di Comitato provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica, con particolare riferimento ai profili connessi alla gestione dell’ordine pubblico e della mobilità urbana in concomitanza con un evento di rilevanza mondiale quale gli Internazionali BNL d’Italia, in corso presso il Foro Italico”.
La soluzione scontenta i vertici di via Rosellini che ha così immediatamente impugnato il provvedimento presentando ricorso al Tar per bloccare la decisione della Prefettura. Uno scontro quasi senza precedenti. La Lega Calcio Serie A si oppone allo slittamento al lunedì, in giorno feriale, di metà della penultima giornata del campionato con disagi pere centinaia di migliaia di spettatori. Anche per questo era stato tentato il colpo di mano anticipando la definizione del calendario senza attendere l’esito di Napoli-Bologna. La vittoria dei felsinei al Maradona non ha fatto altro che aggiungere un altro match a quelli che devono, obbligati dal regolamento, essere giocati in contemporanea perché vedono impegnate squadre in lizza per lo stesso obiettivo.
In contemporanea con il derby anche altre quattro partite
Lo spostamento a lunedì 18 maggio sera non riguarda, dunque, solo Roma-Lazio che è la sfida che si porta dietro le questioni legate all’ordine pubblico. Problema nato nella scorsa primavera a causa dei gravi incidenti verificatesi per la stracittadina con decine di feriti tra tifosi e forze dell’ordine. Allora il Viminale aveva disposto che la sfida dell’Olimpico non si sarebbe più potuta disputare se non alla luce del sole e così è stato a settembre in occasione del girone d’andata.
Per il ritorno, però, si è aggiunta la concomitanza con l’ultima giornata degli Internazionali d’Italia nel vicinissimo Foro Italico. Non un ostacolo insormontabile se non ci fosse stato di mezzo il derby, infatti la finale di Coppa Italia così come è stato per Lazio-Inter di campionato, si gioca regolarmente senza alcun timore. Prefettura e Questura, però, hanno posto il veto e nemmeno far anticipare alle 12,30 il derby è stato ritenuto accettabile.
Insieme a Roma-Lazio passano alla serata di lunedì 18 maggio anche Juventus-Fiorentina, Genoa-Milan, Como-Parma e Pisa-Napoli che vedono impegnate tutte le contendenti per i posti in Champions League. Il resto della giornata rimane programmato su domenica quando il clou sarà alle 15 per Inter-Verona con successiva festa scudetto dei nerazzurri, mentre in serata si incroceranno i destini di chi lotta per non retrocedere: Udinese-Cremonese, Sassuolo-Lecce e Torino-Cagliari.
“Sono molto contento della decisione della Prefettura di posticipare il derby Roma-Lazio, previsto per domenica in concomitanza con la finale maschile degli internazionali del tennis, a lunedì 18, alle 20.45. Ringrazio il prefetto Giannini per aver prontamente corretto questa superficiale presa di posizione della Lega Calcio che mi auguro in futuro sappia pianificare meglio il proprio calendario” il commento di Francesco Rocca, presidente della Regione Lazio.
Terminate le operazioni di evacuazione dalla MV Hondius, la nave da crociera su cui è...
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Terminate le operazioni di evacuazione dalla MV Hondius, la nave da crociera su cui è scoppiato un focolaio di hantavirus andes (la variante trasmissibile da uomo a uomo), la vigilanza dei governi di mezzo mondo rimane ai massimi livelli.
Isolamento, procedure mediche rafforzate, la pronta identificazione di tutte le persone entrate in contatto. La speranza è che l’esperienza del Covid abbia fornito il corretto “addestramento” per evitare il ripetersi di un’altra pandemia, il cui rischio viene al momento considerato “quasi nullo” da Oms ed esperti.
Le parole del capo dell’Oms
“La valutazione dell’Organizzazione Mondiale della Salute è che il rischio per la salute globale è basso”; lo ha ripetuto anche oggi, in conferenza stampa da Madrid, il direttore generale dell’Oms, Tedros Ghebreyesus.
Sono “11 i casi attivi, 9 dei quali positivi all’hantavirus”, ha continuato il direttore generale, affermando che “non vi sono segnali che indichino l’inizio di un’epidemia più ampia“, anche se “la situazione potrebbe cambiare e, dato il lungo periodo di incubazione del virus, è possibile che nelle prossime settimane si registrino altri casi“.
Ad ogni modo, le “cifre che non sono cambiate molto durante le ultime settimane grazie agli sforzi di molti governi e non si sono prodotti decessi dal 2 maggio”.
I nuovi contagi
Il capo dell’Oms ha però precisato di aspettarsi ancora qualche nuovo caso di infezione, cosa peraltro verificatasi nelle prime ore di oggi, dove proprio a Madrid è stato confermato oggi il primo caso spagnolo di hantavirus.
Trattasi di un uomo che figurava tra i passeggeri evacuati dalla MV Hondius, rimpatriato nei giorni scorsi dopo le operazioni di sbarco a Tenerife. Il paziente, attualmente ricoverato in isolamento presso l’ospedale La Paz della capitale, ha sviluppato i sintomi nella notte tra domenica e lunedì.
Si aggrava nel frattempo la situazione della passeggera francese risultata positiva ieri. Già ricoverata in un ospedale specializzato in malattie infettive dopo aver manifestato i sintomi durante il volo di rimpatrio, la donna si trova ora in terapia intensiva, con le condizioni che nelle ultime ore sono peggiorate ulteriormente secondo quanto comunicato dal ministero della Salute di Parigi.
Dalla Bretagna arriva poi la notizia di un nuovo “caso contatto“; ovvero un uomo che aveva avuto contatti con una persona positiva all’hantavirus è stato trasferito in via precauzionale all’ospedale universitario di Rennes.
Le autorità sanitarie francesi precisano che il soggetto, al momento asintomatico, era entrato in contatto prolungato con un positivo confermato nei giorni successivi allo sbarco.
La risposta dell’Italia
L’attenzione va insomma mantenuta ai massimi livelli. A tal riguardo, ieri sera è arrivata la circolare del Ministero della Salute, firmata dal capo del dipartimento della Prevenzione Maria Rosaria Campitiello e dal direttore della Prevenzione Sergio Iavicoli.
Essa prevede una quarantena fiduciaria di sei settimane per i contatti ritenuti ad alto rischio; non solo i passeggeri della nave, ma anche i passeggeri di aerei seduti nella stessa fila e nelle due file adiacenti in tutte le direzioni, per voli di durata superiore alle sei ore.
Per questi soggetti viene prescritto l’utilizzo di una stanza propria, il mantenimento di almeno due metri di distanza dai familiari, il divieto di condividere stoviglie, l’areazione costante degli ambienti e l’astensione dall’uso di mezzi pubblici e voli commerciali.
Sul fronte diagnostico, la priorità nell’esecuzione dei test è attribuita ai soggetti sintomatici, in particolare a quelli con quadro clinico compatibile con la sindrome da hantavirus.
Per quanto riguarda la situazione italiana, il ministero ha confermato che nel Paese non ci sono casi positivi, con i quattro passeggeri in sorveglianza attiva e isolamento fiduciario che rimangono asintomatici.
Procedura sbagliata in Olanda, 12 medici in isolamento
In Olanda, intanto, dodici membri dello staff dell’ospedale universitario Radboud di Nijmegen sono stati posti in quarantena a causa di procedure non correttamente seguite durante la presa in carico di un paziente positivo all’hantavirus.
Lo ha annunciato lo stesso ospedale, precisando che si sono verificati errori procedurali durante il prelievo di sangue del paziente e lo smaltimento delle urine.
A causa di queste circostanze, i dodici dipendenti saranno messi in quarantena per sei settimane a scopo precauzionale, sebbene il rischio di contagio sia basso, ha comunicato la struttura.
Il precedente del 2018
Sebbene quella di oggi appaia come una situazione fuori dall’ordinario, il focolaio più esteso e documentato di hantavirus ceppo Andes si verificò tra il novembre 2018 e il febbraio 2019 a Epuyén, un villaggio di circa 2.100 abitanti nella provincia di Chubut, ai piedi delle Ande, in Argentina.
Il focolaio iniziò dopo un singolo salto di specie da un roditore all’uomo; da lì il virus si trasmise da persona a persona generando 34 casi totali e 11 decessi. La svolta arrivò quando il sindaco di Epuyén decise di mettere in quarantena l’intero villaggio, sospendendo ogni attività comune. La misura si rivelò decisiva per spezzare la catena di trasmissione.
Il focolaio di Chubut rimane oggi il punto di riferimento scientifico per comprendere come il ceppo Andes si comporti in contesti di contatto prolungato e, soprattutto, come una risposta rapida e risoluta possa contenerne la diffusione prima che diventi incontrollabile.
Esiste un momento ben preciso in cui un uomo smette di essere una persona e...
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Esiste un momento ben preciso in cui un uomo smette di essere una persona e diventa una notizia, qualsiasi cosa dica o faccia. Quel momento, nella contemporaneità, coincide con il proprio volto che compare sui giornali, oppure sul televisore di casa. Andrea Sempio lo sa ora meglio di chiunque altro, come ai tempi lo sapeva Alberto Stasi – e tanti altri indagati e imputati negli innumerevoli casi di cronaca nera in Italia –, e lo racconta in un audio WhatsApp inviato a Gianluigi Nuzzi, e trasmesso a Dentro la notizia: “Stavo uscendo dalla cucina, vado verso la sala e di punto in bianco compare la mia faccia sul televisore.” Potrebbe sembrare un episodio letterario di qualche romanzo o qualche racconto, forse di Kafka o di Sciascia, con l’imputato che apprende il proprio spiacevole coinvolgimento dallo schermo. Eppure no, questa non è letteratura: è cronaca.
Garlasco: la folla, il cane, il cancello
Il dettaglio del cane che abbaia, della folla pigiata contro il cancello, dei telefoni di famiglia che squillano all’impazzata — “chissà come mai, il nostro numero ce l’avevano tutti”, narra Sempio con amarezza — compone un affresco che non è soltanto il ritratto di un uomo travolto, ma la radiografia di un sistema mediatico-giudiziario che si autoalimenta prima ancora che esistano prove, sentenze, certezze. Insomma, il circo arriva sempre in anticipo sul giudice.
Una storia giudiziaria vecchia e perversa
Il delitto di Garlasco è, da quasi vent’anni, molto di più di un tragico fatto di cronaca: è uno di quei casi — come Cogne, come Avetrana — in cui l‘Italia intera si è specchiata, trovando riflesse le proprie ossessioni sul colpevole da costruire o da demolire a seconda delle stagioni. Sempio, nell’audio trasmesso da Dentro la notizia, non difende se stesso, ma si limita a descrivere quello che accade. E nella sua descrizione c’è tutta la violenza ordinaria (purtroppo) di un Paese che consuma i processi come telenovele, dove qualsiasi ipotesi o indiscrezione apre nuovi capitoli, nuovi indagati, nuovi microfoni sotto i cancelli. È prime time, ma in gioco ci sono delle vite umane. Spesso questo si dimentica.
I numeri non mentono, nemmeno su Instagram. Mentre la maggior parte dei brand si affida...
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I numeri non mentono, nemmeno su Instagram. Mentre la maggior parte dei brand si affida all’intuizione o alla volatilità degli algoritmi, esiste un approccio che trasforma i profili social in asset aziendali attraverso il rigore dell’ingegneria. Gabriele Venturini, conosciuto online come GabrySolution, ha decodificato il linguaggio dei social media applicando la logica analitica al marketing digitale. Il suo “Metodo Solution” non insegna a cercare follower, ma a costruire ecosistemi capaci di generare fatturato reale e costante.
Gabriele Venturini, fondatore di GabrySolution srl
L’integrazione tra competenze tecniche e business nasce da una solida formazione come ingegnere informatico. Per Venturini, ogni azione digitale deve essere misurabile e finalizzata a un obiettivo concreto, esattamente come avviene in un progetto ingegneristico. Questo cambio di paradigma ha permesso di superare l’approccio basato sui trend passeggeri per approdare a un percorso scientifico di crescita e monetizzazione.
La scienza della crescita organica
La traduzione pratica di questa visione è la GabrySolution S.r.l., nata nel 2024 per supportare personal brand e aziende nel panorama digital. In breve tempo, la realtà è passata da un nucleo di 8 persone a un team di circa 30 professionisti che operano su tutto il territorio nazionale. I risultati confermano la validità del modello: l’azienda ha chiuso il 2025 con un fatturato di circa 1 milione di euro.
L’agenzia si sta ora evolvendo in una media-company che integra il social media management con strumenti avanzati di marketing digitale. Per il 2026, l’obiettivo è un’ulteriore espansione dell’organico e l’apertura verso una comunicazione multilingue per intercettare mercati internazionali.
L’intelligenza artificiale come moltiplicatore di valore
Il cuore tecnologico della struttura risiede oggi nell’uso professionale dell’Intelligenza Artificiale. Venturini, già docente presso l’Università di Bergamo e l’Accademia della Pubblicità di Lucca, ha canalizzato la sua esperienza nel corso “AI Solution”. Il programma insegna a utilizzare tool e prompt avanzati per ottimizzare i flussi di lavoro, riducendo i tempi di gestione senza sacrificare l’identità del brand.
L’offerta formativa si completa con programmi verticali come “Instagram Interstellar 3.0” e “Reesolution”, dedicati rispettivamente alla scalabilità dei profili e alla creazione di video d’impatto. È questa convergenza tra analisi del dato e innovazione tecnologica a permettere oggi di trasformare una semplice audience in opportunità di business concrete.
Pesa l’1,2% del PIL italiano, è il valore economico generato dal mercato dell’usato in Italia...
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Pesa l’1,2% del PIL italiano, è il valore economico generato dal mercato dell’usato in Italia nel 2025. È quanto emerge dal dodicesimo Osservatorio Second Hand Economy di Ipsos Doxa per Subito. Una scelta, quella del vintage, che risponde a più esigenze del pubblico: sostenibilità, convenienza e cultura. Durante il 2025, infatti, più di sei italiani su dieci, circa il 65%, hanno dichiarato di aver comprato o venduto beni pre-loved, di questi, circa il 24% lo fa almeno una volta al mese. Nel dettaglio, è l’e-commerce a fare la parte del leone: l’online è adottato dal 71% degli intervistati, dieci anni fa questo dato era al 30%. Ma qual è il profilo dell’acquirente tipo? Secondo l’analisi il second hand è sempre di più il punto di partenza del consumer journey per Gen Z, Millennial e Gen X, guidati da motivazioni economiche, ma anche etiche: lo shopping circolare è diventato il secondo comportamento sostenibile più diffuso, dopo la raccolta differenziata e prima dell’acquisto di lampadine al LED. E quali sono gli acquisti preferiti? Le categorie più gettonate sono Casa & Persona, scelto dal 76% del campione, Sports & Hobby per il 52%, Elettronica e Veicoli. Nello specifico, il podio dei prodotti più comprati online va al vintage di Abbigliamento & Accessori, ai Libri & Riviste (28%) e all’Arredamento & Casalinghi (22%). “In un contesto economico fortemente incerto, la second hand si dimostra un alleato concreto nel bilancio familiare. I numeri parlano chiaro: chi vende ricava in media 834 euro all’anno, mentre chi acquista percepisce un risparmio medio del 44% rispetto al nuovo, che in alcune categorie arriva al 50%, come nel caso dell’abbigliamento e degli accessori, del vintage, delle biciclette, dei libri o ancora degli articoli per bambini”, ha sottolineato Giuseppe Pasceri, CEO di Subito. “L’usato è modello di consumo intelligente, accessibile e che viene scelto consapevolmente perché sostenibile a livello ambientale, sociale e soprattutto economico. Noi di Subito lo vediamo dalla crescita delle persone che ogni giorno visitano la nostra piattaforma, oltre 2,8 milioni, con una crescita dell’8,3% rispetto all’anno precedente”.
Attenzione alla nuova truffa su Vinted. Il meccanismo è semplice e, sfruttando l’intelligenza artificiale per...
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Attenzione alla nuova truffa su Vinted. Il meccanismo è semplice e, sfruttando l’intelligenza artificiale per modificare le foto, colpisce chi vende sulla piattaforma usata da milioni di italiani. Il rischio? Perdere contemporaneamente sia il denaro sia l’oggetto spedito. Ma ci si può difendere.
Come funziona la nuova truffa AI su Vinted
La frode sfrutta le potenzialità dei software di intelligenza artificiale generativa. Oggi, infatti, basta una semplice richiesta per aggiungere a una foto graffi, crepe, ammaccature o macchie estremamente realistiche. Lo schema seguito dai truffatori è quasi sempre lo stesso: il venditore pubblica un annuncio su Vinted. A quel punto un utente acquista l’oggetto e lo riceve perfettamente integro. Ma la truffa scatta in quel momento. L’acquirente modifica le immagini con l’AI simulando danni, apre una contestazione con richiesta di rimborso e le foto ritoccate vengono presentate come “prova”. E qui entra in gioco il sistema di protezione acquisti della piattaforma. In molti casi, soprattutto quando la documentazione del venditore è scarsa, il reclamo rischia di essere accolto a favore dell’acquirente. Il risultato può trasformarsi in una vera e propria estorsione: il truffatore ottiene il rimborso e trattiene anche l’oggetto ricevuto.
Perché i venditori sono più esposti ai rischi
Uno dei problemi principali riguarda il funzionamento stesso delle piattaforme di compravendita online. I sistemi di tutela sono spesso costruiti per proteggere soprattutto chi acquista. Su Vinted, quando viene aperta una controversia entro le 48 ore dalla consegna, il pagamento può essere immediatamente bloccato in attesa della verifica. A quel punto il venditore deve dimostrare che il prodotto è stato spedito integro. Il problema è che le immagini generate o modificate con l’intelligenza artificiale sono diventate sempre più credibili. I revisori, pur utilizzando controlli automatici, bot e verifiche manuali, non hanno ancora di strumenti infallibili per distinguere una fotografia autentica da una alterata digitalmente. È qui che si inserisce la truffa: sfruttare la rapidità e la precisione dell’AI per creare “prove” difficili da contestare. Oggi con strumenti AI accessibili a tutti, anche utenti senza alcuna esperienza possono trasformare una foto in pochi secondi. Basta caricare l’immagine del prodotto ricevuto e chiedere al software di aggiungere un graffio sul display, una crepa sulla scocca o una macchia sul tessuto. Il risultato, nella maggior parte dei casi, appare assolutamente realistico.
Come difendersi dalla truffa quando vendi online: le precauzioni da adottare
Si arriverà al momento in cui le piattaforme introdurranno sistemi capaci di rilevare automaticamente immagini alterate dall’AI, ma intanto la difesa più efficace resta la prevenzione. Chi vende su Vinted dovrebbe documentare con estrema attenzione ogni fase della spedizione. Come? Registrando un video durante la fase di imballaggio. Il filmato dovrebbe mostrare chiaramente: l’oggetto integro; i dettagli del prodotto; l’inserimento nella scatola; il materiale protettivo utilizzato e la chiusura finale del pacco. Si tratta di una prova molto più difficile da manipolare rispetto a una semplice fotografia. È utile anche scattare immagini dettagliate dell’oggetto prima della spedizione, soffermandosi su angoli, superfici, cuciture e parti più delicate. Infine, è bene non accettare immediatamente richieste di rimborso basate solo su fotografie. In caso di contestazione, conviene chiedere un video dettagliato del presunto danno. Alterare un filmato in modo credibile è molto più complesso rispetto alla modifica di una singola immagine. Se si hanno sospetti di essere caduti in una truffa, è importante agire rapidamente. Tutta la documentazione raccolta (foto, video dell’imballaggio, screenshot della conversazione e dettagli della spedizione) dovrebbe essere inviata immediatamente all’assistenza Vinted. Inoltre, è consigliabile conservare i video almeno fino alla conclusione definitiva della compravendita, meglio ancora se fino al rilascio della recensione positiva da parte dell’acquirente
Non conta solo quale farmaco assumiamo, ma anche quando lo facciamo. Dalla terapia oncologica alle...
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Non conta solo quale farmaco assumiamo, ma anche quando lo facciamo. Dalla terapia oncologica alle statine, sempre più studi dimostrano che il ritmo biologico del nostro corpo può influenzare l’efficacia delle cure, fino a raddoppiarne i benefici in alcuni casi. In questo episodio esploriamo la crono-farmacologia, la scienza che mette il tempo al centro della medicina, tra promesse rivoluzionarie, dubbi scientifici e una domanda cruciale: siamo pronti a curarci seguendo l’orologio del nostro organismo?
All’Eurovision Song Contest 2026 il tricolore non parlerà soltanto attraverso la performance dell’Italia. Sul palco...
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All’Eurovision Song Contest 2026 il tricolore non parlerà soltanto attraverso la performance dell’Italia. Sul palco della Wiener Stadthalle di Vienna, infatti, saranno tanti gli artisti legati a vario titolo al nostro Paese.
A guidare ufficialmente la delegazione italiana sarà naturalmente Sal Da Vinci, in gara questa sera con “Per sempre sì”, il brano vincitore del Festival di Sanremo. Nato a New York durante una tournée del padre Mario Da Vinci e cresciuto artisticamente tra teatro, musica e tradizione napoletana, l’artista arriva a Vienna con l’obiettivo di regalare all’Italia il nono piazzamento consecutivo nella Top 10 eurovisiva.
Tra le presenze più attese c’è sicuramente Senhit, in gara per San Marino con “Superstar”. Nata e cresciuta a Bologna da famiglia eritrea, l’artista è ormai una veterana eurovisiva grazie alle partecipazioni del 2011 e del 2021. Dopo il successo ottenuto al San Marino Song Contest, torna ora sul palco dell’Eurovision con una performance che promette spettacolo anche grazie alla collaborazione con Boy George.
Anche la Svizzera porterà a Vienna una storia fortemente intrecciata con l’Italia grazie a Veronica Fusaro. Nata a Thun, ha origini calabresi da parte del padre, originario di Acri, e ha più volte raccontato il profondo legame con il Sud Italia. Il suo brano “Alice”, tra i più intensi di questa edizione, affronta il tema della violenza psicologica e fisica sulle donne.
Dalla Germania arriverà invece Sarah Engels, artista con origini siciliane da parte materna. In diverse interviste ha spiegato quanto la cultura italiana abbia segnato il suo percorso personale e musicale.
Il legame con l’Italia passa anche dall’Ucraina. Lelèka ha collaborato recentemente con Stefano Lentini, autore delle musiche della serie Mare fuori. Dalla collaborazione è nato l’extended play “Anima Mundi”, registrato tra Berlino e Roma e utilizzato anche nella colonna sonora della nuova stagione della fiction Rai.
Anche Malta strizza l’occhio all’Italia. Aidan porta infatti in gara “Bella”, brano costruito attorno alla celebre parola italiana, trasformata nel fulcro melodico della canzone.
Il cingolato di una ruspa a pochi centimetri dalla fontana delle Api concepita nel 1644...
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Il cingolato di una ruspa a pochi centimetri dalla fontana delle Api concepita nel 1644 da Gian Lorenzo Bernini e commissionata da Urbano VIII. Il braccio e i denti in ferro della pala vanno a pochi centimetri dalle api simbolo della famiglia Barberini a cui è intestata la piazza nel cuore di Roma da cui parte la celebre Via Veneto e dove si trova la splendida conchiglia. Nessuna protezione per il monumento di grande valore storico benché alcune delle sue parti siano stato nel corso del tempo rifatte. Nel piccolo cantiere per rifare il manto stradale ora in corso sono presenti solo gli operai, come documentato nel video girato questa mattina (fonte Ansa Video).
La guerra in Ucraina e il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran non sono...
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La guerra in Ucraina e il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran non sono crisi separate. Si tratta di due fronti della stessa sfida globale: quella tra Washington da una parte e l’asse formato da Russia, Cina e Iran dall’altra. Due guerre diverse per geografia, storia e obiettivi, ma accomunate da un elemento centrale: entrambe stanno drenando risorse americane e rischiano di trasformarsi in trappole strategiche per Donald Trump. La storia del conflitto ucraino nasce molto prima dell’invasione russa del febbraio 2022. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, Mosca ha vissuto l’espansione della Nato verso Est come una minaccia crescente. L’ingresso nell’Alleanza Atlantica di Polonia, Paesi baltici e altre nazioni dell’ex blocco sovietico ha alimentato per anni la falsa narrativa del Cremlino secondo cui l’Occidente stesse circondando la Russia. La crisi esplode definitivamente nel 2014 con la rivoluzione di Maidan, la caduta del presidente filorusso Viktor Yanukovich e l’annessione russa della Crimea. Da quel momento il Donbass diventa il primo campo di battaglia di una guerra destinata a trasformarsi in un conflitto europeo su larga scala. Quando Vladimir Putin ordina l’invasione totale dell’Ucraina nel 2022, l’obiettivo russo sembra rapido: conquistare Kiev in una settimana,rovesciare o uccidere Volodymyr Zelensky e riportare l’Ucraina nella sfera d’influenza di Mosca. Ma il piano fallisce. Gli Stati Uniti e l’Europa reagiscono con un sostegno militare senza precedenti. Miliardi di dollari in armi, intelligence e aiuti economici trasformano l’Ucraina in una guerra di logoramento tra Nato e Russia combattuta sul territorio ucraino.
Per Mosca il conflitto diventa allora una sfida esistenziale contro l’Occidente. Per Washington, invece, una guerra necessaria per impedire il ritorno della Russia come potenza dominante in Europa. Ma col passare dei mesi emergono i limiti della strategia americana: costi enormi, crisi energetica globale, industrie militari sotto pressione e un’opinione pubblica americana sempre più divisa. È in questo contesto che Donald Trump torna alla Casa Bianca promettendo di chiudere rapidamente la guerra. Ma la realtà si rivela molto più complessa. Kiev non può permettersi una resa totale. Putin non può uscire sconfitto senza conseguenze interne. E intanto la Russia, nonostante le sanzioni, riesce a resistere grazie al sostegno economico e tecnologico della Cina.Pechino è infatti il grande convitato di pietra della guerra ucraina. Ufficialmente neutrale, la Cina ha però sostenuto Mosca acquistando petrolio e gas russi, fornendo componenti elettronici e garantendo un’ancora economica fondamentale per il Cremlino. Per Xi Jinping il conflitto ucraino rappresenta un’occasione strategica: più gli Stati Uniti spendono risorse in Europa, meno possono concentrarsi sull’Indo-Pacifico e su Taiwan.
Il Medio Oriente
La seconda trappola per Trump si apre invece in Medio Oriente. Il conflitto con l’Iran nasce da una lunga storia di ostilità iniziata con la rivoluzione islamica del 1979 e aggravata negli anni dal programma nucleare iraniano, dalle sanzioni occidentali e dal sostegno di Teheran alle milizie sciite nella regione. Iraq,Siria, Libano e Yemen diventano progressivamente tasselli della strategia iraniana per costruire una cintura di influenza antiamericana e anti-israeliana. Negli ultimi anni la tensione è esplosa definitivamente. Gli attacchi delle milizie filo-iraniane contro Israele e le basi americane hanno spinto Washington e Gerusalemme verso una risposta militare diretta. Il Golfo Persico e soprattutto lo Stretto di Hormuz sono diventati il centro della crisi globale. Da lì passa circa un terzo del petrolio mondiale trasportato via mare. Un blocco prolungato significherebbe recessione globale, aumento dei prezzi energetici e crisi alimentari in molte aree del pianeta. Anche qui la Cina osserva con attenzione. Pechino è il principale acquirente del petrolio iraniano e ha tutto l’interesse a mantenere Teheran dentro la propria sfera strategica. Allo stesso tempo la leadership cinese sa che ogni crisi nel Golfo costringe gli Stati Uniti a disperdere uomini, navi e risorse militari lontano dall’Asia-Pacifico. La Russia, dal canto suo, sfrutta il caos mediorientale per rafforzare la cooperazione con Teheran. Il Mar Caspio è diventato un corridoio logistico alternativo per aggirare sanzioni e restrizioni occidentali. Mosca e Teheran oggi condividono droni, tecnologie militari e interessi energetici comuni contro l’Occidente. Per questo molti osservatori ritengono che Ucraina e Iran siano ormai due fronti collegati della stessa guerra globale. In entrambi i casi gli Stati Uniti rischiano di rimanere intrappolati in conflitti lunghi, costosi e senza una vera vittoria possibile. Ed è proprio questo il risultato che interessa maggiormente a Russia e Cina: logorare lentamente la capacità americana di guidare l’ordine mondiale. Trump si trova così davanti a un dilemma storico. Ritirarsi significherebbe mostrare debolezza e lasciare spazio agli avversari strategici di Washington. Continuare invece potrebbe trascinare gli Stati Uniti dentro due guerre simultanee capaci di consumare la presidenza americana e ridefinire gli equilibri geopolitici globali per i prossimi decenni.
Cannes, più che un festival, è sempre stato un termometro. Misura la temperatura del cinema,...
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Cannes, più che un festival, è sempre stato un termometro. Misura la temperatura del cinema, certo, ma anche quella del mondo che lo produce, lo finanzia, lo censura, lo celebra e, quando serve, lo usa come campo di battaglia simbolico. L’edizione numero 79 del Festival di Cannes, in programma dal 12 al 23 maggio 2026, arriva infatti in un momento in cui il glamour della Croisette sembra quasi un esercizio di resistenza: tappeti rossi, abiti da sogno e flash, ma sullo sfondo guerre, tensioni geopolitiche, crisi industriali, il ritorno ingombrante dell’intelligenza artificiale e una Hollywood che quest’anno sceglie di non mandare i suoi blockbuster a farsi giudicare dal tribunale più elegante e spietato del cinema mondiale.
La Palma d’Oro sarà assegnata sabato 23 maggio da una giuria presieduta dal regista sudcoreano Park Chan-wook, primo cineasta coreano a ricoprire questo ruolo nella storia del Festival. Un dato che non è solo decorativo: Cannes consacra così, una volta di più, il peso del cinema coreano nel sistema culturale globale, da Old Boy a Decision to Leave, passando per quella grammatica visiva barocca, crudele e raffinatissima che ha reso Park uno degli autori più riconoscibili del nostro tempo.
La line-up: 22 film in concorso e un festival pieno di maestri
Sono 22 i film in concorso per la Palma d’Oro 2026. La selezione ufficiale mette insieme nomi pesantissimi del cinema d’autore internazionale e nuove traiettorie da osservare con attenzione. In gara ci sono, tra gli altri, Pedro Almodóvar con Amarga Navidad, Asghar Farhadi con Parallel Tales, James Gray con Paper Tiger, Hirokazu Kore-eda con Sheep in the Box, Na Hong-jin con Hope, Cristian Mungiu con Fjord, Léa Mysius con The Birthday Party, Paweł Pawlikowski con Fatherland e Andrey Zvyagintsev con Minotaur.
È una selezione che dice molto già prima di essere vista: meno industria muscolare, più autori; meno luna park americano, più inquietudine europea e asiatica; meno consolazione, più frattura. Cannes 2026 sembra voler ricordare che il cinema non è mai innocente, soprattutto quando finge di esserlo.
Ecco dieci punti per leggere Cannes 2026, secondo noi.
1. Park Chan-wook presidente di giuria porta la Corea al centro della Croisette
La scelta di Park Chan-wook alla presidenza della giuria è una delle notizie simbolicamente più forti di questa edizione. Il Festival lo definisce una figura visceralmente barocca, sovversiva, capace di tenere insieme estetica, violenza morale, desiderio e messaggio sociale. Ma soprattutto Cannes riconosce alla Corea del Sud un ruolo ormai strutturale nel cinema contemporaneo: non più eccezione, non più “fenomeno”, non più onda passeggera. Sistema.
Accanto a lui siedono Demi Moore, Ruth Negga, Laura Wandel, Chloé Zhao, Diego Céspedes, Isaach De Bankolé, Paul Laverty e Stellan Skarsgård. Una giuria internazionale, trasversale, volutamente non addomesticata, che dovrà scegliere il film capace di ereditare la Palma 2025 vinta da Jafar Panahi con It Was Just an Accident.
2. Hollywood resta a casa: niente grande blockbuster americano
La grande assenza di Cannes 2026 è Hollywood nella sua forma più spettacolare. Non mancano film americani, perché Paper Tiger di James Gray e The Man I Love di Ira Sachs sono in concorso, ma manca il blockbuster da tappeto rosso globale, quello che negli anni scorsi aveva portato sulla Croisette il rumore grosso di Top Gun: Maverick, Mission: Impossible o Mad Max: Fury Road.
È un’assenza che pesa perché Cannes, da sempre, vive anche su questa contraddizione: da una parte il cinema d’autore più severo, dall’altra la star system economy nella sua versione più abbagliante. Nel 2026 il baricentro si sposta. Meno franchise, più autori. Meno promozione globale, più rischio critico. E forse anche meno voglia, da parte degli studios, di esporre prodotti costosissimi al verdetto immediato di una platea capace di trasformare una proiezione in incoronazione o esecuzione pubblica.
3. John Travolta debutta da regista e riporta il mito a Cannes
Poi c’è John Travolta, che a Cannes non arriva semplicemente come star, ma come regista esordiente. Propeller One-Way Night Coach è inserito nella sezione Cannes Première ed è indicato nella selezione ufficiale come suo primo film da regista.
L’operazione è perfettamente cannense: un’icona popolare, un immaginario vintage, l’aviazione, la nostalgia di un’epoca in cui il viaggio aveva ancora una liturgia e non solo una carta d’imbarco compressa nello smartphone. Travolta porta con sé il mito di Hollywood anche nell’anno in cui Hollywood, come macchina industriale, sembra fare un passo indietro.
4. Il ritorno russo passa da Andrey Zvyagintsev
Tra i titoli più politicamente carichi c’è Minotaur di Andrey Zvyagintsev, il regista russo di Leviathan e Loveless, assente dal lungometraggio dal 2017 e ora in concorso per la Palma d’Oro.
Il suo ritorno non può essere letto solo come fatto cinematografico. Zvyagintsev è una delle voci russe più riconosciute fuori dal sistema ufficiale del suo Paese, e il titolo stesso, Minotaur, promette già un labirinto morale più che un semplice racconto. In un festival attraversato dalle conseguenze culturali della guerra e dalla difficoltà di separare artista, nazione, potere e dissenso, la sua presenza è uno dei nodi più sensibili.
5. Kore-eda porta l’intelligenza artificiale nel cuore dell’autore
Il giapponese Hirokazu Kore-eda, maestro delle famiglie ferite, degli affetti sottili e delle identità costruite per mancanza, torna in concorso con Sheep in the Box.
Il titolo è già tra i più osservati perché porta dentro Cannes uno dei temi centrali del cinema contemporaneo: la tecnologia non come accessorio futuristico, ma come domanda esistenziale. Che cosa resta dell’umano quando l’immagine può essere generata, manipolata, replicata? E che cosa resta dell’autore quando la macchina entra nello spazio che per un secolo è stato occupato dalla mano, dallo sguardo, dall’errore?
6. John Lennon torna sullo schermo, ma passa dall’AI
L’altro titolo destinato a far discutere è John Lennon: The Last Interview di Steven Soderbergh, inserito tra le proiezioni speciali. Il film lavora sull’ultima intervista di Lennon, registrata poche ore prima dell’assassinio dell’8 dicembre 1980, e utilizza anche immagini generate con l’intelligenza artificiale.
Qui Cannes tocca un nervo scoperto: non l’AI come giocattolo, ma l’AI come resurrezione, archivio, fantasma. Si può riportare in immagine un morto? Si può farlo in nome della memoria senza scivolare nella profanazione? E soprattutto: chi controlla il volto, la voce, il corpo simbolico di un artista quando la tecnologia permette di riaprirne artificialmente la presenza?
7. La Corea raddoppia: Na Hong-jin e Yeon Sang-ho
Non c’è solo Park Chan-wook a segnare la forza coreana di questa edizione. In concorso c’è anche Na Hong-jin con Hope, mentre nelle Midnight Screenings compare Yeon Sang-ho con Gun-che (Colony).
È un dettaglio che dettaglio non è. La Corea continua a muoversi tra cinema d’autore, genere, industria e immaginario globale con una naturalezza che molti Paesi europei hanno perso. Non chiede più legittimazione: la occupa. Cannes 2026 diventa così anche una fotografia del nuovo potere culturale asiatico, dove Seoul non è periferia glamour ma laboratorio narrativo.
8. Il calcio entra nel tempio del cinema
Cannes quest’anno parla anche di calcio. Nella sezione Cannes Première c’è The Match, film di Juan Cabral e Santiago Franco, mentre il documentario Cantona porta sulla Croisette la figura magnetica e controversa di Eric Cantona.
Il punto non è soltanto sportivo. Il calcio, come il cinema, è mitologia di massa, racconto nazionale, identità collettiva, business globale e fabbrica di eroi. Portarlo a Cannes significa riconoscere che oggi la cultura popolare non vive più in compartimenti stagni: un goal, un volto, una maglia o una partita possono raccontare il Novecento quanto un grande romanzo politico.
9. Il Fuori concorso guarda alla Francia, tra De Gaulle e ferite contemporanee
Il Fuori concorso conferma la centralità francese di questa edizione. Tra i titoli ci sono La Bataille de Gaulle: L’Âge de fer di Antonin Baudry, Karma di Guillaume Canet, Diamond di Andy Garcia, Forsaken di Vincent Garenq, Crescendo di Agnès Jaoui e Her Private Hell di Nicolas Winding Refn, mentre il film d’apertura è The Electric Kiss di Pierre Salvadori, presentato fuori concorso.
È una sezione che tiene insieme storia nazionale, thriller, melodramma, trauma politico e spettacolo. De Gaulle, la violenza, l’accusa, la memoria, la colpa: Cannes resta francese proprio quando vuole parlare al mondo. Non per provincialismo, ma perché la Francia continua a usare il cinema come archivio vivo della propria identità.
10. L’Italia non c’è
Nella competizione principale non risultano film italiani, e l’assenza si allarga anche alle sezioni principali della selezione ufficiale. È uno dei dati più amari di Cannes 2026, soprattutto in un’edizione così fortemente dominata dai grandi autori europei e asiatici.
Non è una condanna eterna, ma è un segnale. Cannes non premia la presenza diplomatica, premia la forza dei film e la capacità di un sistema di produrre opere che arrivino nel posto giusto, al momento giusto, con un’identità riconoscibile. L’Italia resta un grande Paese di cinema, ma quest’anno guarda la Croisette da fuori. E per un’industria che ama raccontarsi come centrale, il silenzio pesa quasi quanto un fischio in sala.
In Italia, la sfida della rigenerazione urbana sta evolvendo da semplice recupero volumetrico a creazione...
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In Italia, la sfida della rigenerazione urbana sta evolvendo da semplice recupero volumetrico a creazione di veri e propri “ecosistemi di prossimità”. Non si tratta più solo di ristrutturare edifici, ma di gestire la transizione di aree industriali dismesse verso nuove funzioni che rispondano alle urgenze del presente: sostenibilità ambientale, integrazione accademica e attrattività internazionale.
In questo contesto, la rigenerazione urbana contemporanea trova oggi due dei suoi esempi più avanzati in Manifattura Tabacchi a Firenze e BiM a Milano. Se il progetto fiorentino trasforma l’ex fabbrica in un quartiere dinamico e inclusivo — animato dalla community internazionale di Polimoda e da residenze di design — BiM riqualifica un intero isolato in Bicocca attraverso una logica di retrofitting. Firmato da Piuarch e Antonio Perazzi, l’intervento milanese restituisce alla città oltre 50.000 mq di spazi direzionali, retail e aree verdi, proponendosi come modello di sostenibilità autentica.
Per meglio comprendere l’importanza strategica dei due progetti per Firenze e Milano, abbiamo scelto di intervistare, Michelangelo Giombini, Head of Product Development & CEO di Manifattura placemakers, il quale ha spiegato come la strategia degli usi temporanei, la simbiosi con le eccellenze accademiche e l’investimento nell’arte contemporanea stiano trasformando questi complessi in poli occupazionali specializzati. Attraverso il racconto di questi due “contenitori vibranti”, Giombini offre un’overview preziosa sullo stato dell’arte dei processi di rigenerazione capaci di generare valore sociale e attrattività internazionale, ridefinendo il tessuto locale e nazionale.
Michelangelo Giombini, Head of Product Development & CEO di Manifattura placemakers (foto di Alessandro Fibbi)Entrambi i progetti si inseriscono in contesti storici definiti (Bicocca e l’area delle Cascine). Quali strategie sono state adottate per garantire che questi nuovi distretti non diventino delle “isole”, ma siano realmente permeabili e connessi al tessuto sociale preesistente?
Il primo provvedimento adottato per favorire il reinserimento di BiM e di Manifattura Tabacchi nei rispettivi tessuti urbani e sociali è stato quello di attivare usi temporanei all’interno degli edifici ancora in attesa di riqualificazione, parallelamente all’avvio dei cantieri. Questa strategia ha permesso di evitare che i due interventi venissero percepiti come trasformazioni calate dall’alto o come processi esclusivamente immobiliari, aprendo invece fin da subito i luoghi alla città e rendendo il pubblico parte integrante del cambiamento.
L’attivazione temporanea degli spazi ha avuto infatti un duplice obiettivo: da un lato, accompagnare gradualmente cittadini, residenti e stakeholder nella comprensione della nuova identità dei progetti; dall’altro, restituire immediatamente vitalità a complessi per lungo tempo rimasti chiusi o sottoutilizzati. Eventi culturali, iniziative pubbliche, attività creative e momenti di aggregazione hanno così trasformato i cantieri in luoghi già vissuti e riconoscibili, capaci di generare curiosità, partecipazione e senso di appartenenza ancora prima del completamento degli interventi architettonici.
In questo modo, sia BiM sia Manifattura Tabacchi hanno potuto costruire progressivamente una relazione con il territorio circostante, coinvolgendo inizialmente il quartiere e gli stakeholder più vicini al progetto, per poi ampliare il proprio raggio d’azione fino ad attrarre pubblici sempre più ampi e diversificati.
Un esempio particolarmente significativo di questo approccio è rappresentato dall’avvio del percorso di rigenerazione di Manifattura Tabacchi. Nel 2017, a diciassette anni dalla chiusura della fabbrica, il progetto è stato presentato alla città attraverso un gesto fortemente simbolico: l’organizzazione di una cena nel cortile principale dedicata a tutti gli ex dipendenti del complesso. Questo momento ha rappresentato non solo un’occasione di incontro, ma soprattutto un atto di riconnessione tra memoria e trasformazione, tra il passato industriale del luogo e il suo futuro come nuovo polo urbano contemporaneo. Coinvolgere coloro che avevano vissuto quotidianamente la Manifattura ha permesso di riconoscere il valore storico e identitario del sito, sottolineando al tempo stesso il ruolo centrale che il complesso aveva avuto — e avrebbe continuato ad avere — nella vita della città di Firenze.
Qual è l’apporto stimato di questi processi in termini di attrazione di investimenti esteri e creazione di nuovi poli occupazionali specializzati (tech, fashion, ricerca) a livello nazionale?
In questo senso, BiM e Manifattura Tabacchi rappresentano due modelli alquanto diversi, pur condividendo l’obiettivo di creare ecosistemi urbani capaci di generare relazioni, attrarre talenti e costruire comunità.
BiM si configura come un centro direzionale contemporaneo nel cuore del quartiere Bicocca, pensato non solo come luogo di lavoro, ma come piattaforma aperta e dinamica. Il progetto unisce spazi rigenerati e tecnologicamente avanzati a una forte integrazione con il contesto universitario, grazie alla collaborazione con l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Elemento centrale della visione è la “common ground” al piano terra: un sistema di servizi, attività e spazi per il tempo libero concepito per prolungare la permanenza oltre il tradizionale orario d’ufficio e attrarre persone provenienti da tutta la città. L’obiettivo è favorire la nascita di una community eterogenea e in continua crescita, composta da impiegati, studenti, staff universitario, imprenditori, creativi e residenti.
Cuore simbolico e funzionale del progetto è il Bicocca Pavilion, inserito al centro della nuova piazza rinverdita. Questo dispositivo urbano rappresenta il punto d’incontro tra business e leisure, in un dialogo costante tra produttività, innovazione e socialità. Al primo piano trova spazio l’Innovation Hub di Fondazione Bicocca, il nuovo ente dell’Ateneo nato per mettere in relazione le eccellenze accademiche con il mondo delle imprese, promuovendo progetti di innovazione e valorizzando gli asset scientifici e di ricerca dell’università.
Manifattura Tabacchi si presenta invece come un vero e proprio quartiere multifunzionale, dove residenze, formazione, lavoro, cultura, retail e hospitality convivono all’interno di un ecosistema urbano complesso e permeabile. La compresenza di funzioni differenti favorisce l’incontro e la contaminazione tra pubblici diversi, alimentando una comunità che trova nella creatività il proprio principale denominatore comune. In questo contesto, un ruolo strategico è svolto dalla Factory, inaugurata nell’aprile 2023: uno spazio multifunzionale in cui moda, arte, design, artigianato contemporaneo, lifestyle e offerta food si intrecciano, dando vita a un hub capace di attrarre una comunità internazionale di creativi, professionisti e nuovi abitanti interessati a vivere e lavorare a Firenze.
In entrambi i progetti emerge inoltre il valore strategico di poli verticali fortemente identitari. Nel caso di BiM, l’Innovation Hub legato alla ricerca scientifica e tecnologica; nel caso di Manifattura Tabacchi, la presenza di Polimoda come eccellenza internazionale della formazione fashion. Entrambi questi elementi hanno contribuito in modo significativo ad aumentare l’attrattività dei rispettivi sviluppi: da un lato favorendo l’insediamento di nuovi tenant direzionali, dall’altro — nel caso di Manifattura Tabacchi — sostenendo anche la domanda residenziale, come dimostra il successo delle residenze Anilla e Puro, già abitate, insieme ai progetti Zenit, in consegna a settembre 2026, e Futura, attualmente in fase di realizzazione.
BiM e Manifattura Tabacchi dedicano ampi spazi all’arte contemporanea (es. collettivo Specific, residenze d’artista). In che misura la programmazione culturale funge da acceleratore per la valorizzazione commerciale degli immobili?
Crediamo molto nella programmazione culturale, in particolare artistica. Questo strumento ci permette di raccontare la trasformazione in atto sin dalle origini, consentendo di far crescere nel pubblico la consapevolezza di ciò che sta accadendo e, con essa, il valore di ciò che si trasforma o si costruisce ex novo.
Basti pensare che BiM, fin dal primo giorno, valorizza e promuove le molteplici espressioni della creatività contemporanea grazie a un palinsesto artistico e culturale curato dal collettivo Specific. Le iniziative di Specific contaminano un luogo dedicato principalmente al lavoro con sguardi e linguaggi inattesi e stimolanti, instaurando un dialogo virtuoso con i tenant dell’edificio, la community e le istituzioni culturali che animano il quartiere Bicocca.
L’arte – di qualsiasi tipologia, più in generale “espressione di creatività” così da includere il design, la fotografia, la musica, le arti performative, etc. – avvicina le persone e stabilisce dei ponti con il resto della città, incentivando la frequentazione del luogo in costruzione e la nascita di una comunità locale.
Il processo non è veloce, in particolare se si lavora su progetti di rigenerazione nelle periferie delle città, ma può dimostrarsi più efficace di qualsiasi campagna promozionale.
Il punto di partenza è studiare quello che già c’è presente, scavare nel passato e valorizzare ciò che nel tempo si è perso o dimenticato.
Sia a Milano (UniMiB) che a Firenze (Polimoda, E-RIHS), la presenza accademica è centrale. Quali sono i primi risultati tangibili della collaborazione tra ricerca scientifica e mondo delle imprese all’interno dei vostri Innovation Hub?
Nel progetto BiM a Milano, la collaborazione avviata inizialmente con l’Università degli Studi di Milano-Bicocca e successivamente consolidata attraverso la nascita di Fondazione Bicocca ha rappresentato un elemento strategico fondamentale per il posizionamento e l’identità dell’intervento. Da questa sinergia è nato un centro dedicato all’innovazione, ospitato all’interno del nuovo Pavilion, concepito come luogo di connessione tra il mondo accademico e quello imprenditoriale.
L’obiettivo del progetto è creare un ecosistema capace di favorire l’incontro tra ricerca, industria e impresa, mettendo a sistema competenze scientifiche, know-how tecnologico e capacità di sviluppo industriale. Attraverso l’Innovation Hub, l’università — con i propri docenti, ricercatori, laboratori e infrastrutture — può collaborare direttamente con le aziende nella definizione e nello sviluppo di progetti innovativi e strategici, offrendo servizi ad alto valore aggiunto e promuovendo processi di trasferimento tecnologico e contaminazione interdisciplinare. In questo modo, BiM supera la dimensione tradizionale del complesso direzionale e si configura come una piattaforma aperta alla produzione di conoscenza, alla sperimentazione e all’innovazione condivisa.
Nel caso di Manifattura Tabacchi a Firenze, invece, la presenza di Polimoda fin dalle prime fasi del progetto ha avuto un ruolo determinante nella costruzione dell’identità del nuovo quartiere. La scuola
internazionale di fashion design non rappresenta soltanto un’importante funzione insediata all’interno del complesso, ma costituisce uno dei principali motori culturali e sociali dell’intero sviluppo. La presenza quotidiana di studenti, designer, professionisti e creativi provenienti da contesti internazionali contribuisce infatti ad alimentare una comunità dinamica e multiculturale, capace di influenzare il carattere stesso del progetto urbano. Attorno a Polimoda si è progressivamente sviluppato un ecosistema creativo in cui formazione, produzione culturale, moda, design, artigianato contemporaneo ed eventi convivono e si contaminano reciprocamente, rafforzando il posizionamento di Manifattura Tabacchi come nuovo polo internazionale dedicato alla creatività e all’innovazione culturale nel contesto fiorentino. La prestigiosa presenza del CNR e dell’infrastruttura europea E-RIHS si inserisce in questo quadro col suo portato eccezionale di tecnologia applicata al restauro, innestando nella community il suo gruppo di scienziati e ricercatori internazionali.
L’attesissima visita del Presidente americano Donald Trump in Cina arriva in un momento storico unico....
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L’attesissima visita del Presidente americano Donald Trump in Cina arriva in un momento storico unico.
A poco più di un anno dalla guerra commerciale iniziata all’indomani del Liberation Day, la fragile tregua mediata dalle due super potenze regge, per il momento. Pechino ha infatti saputo trovare la giusta leva per tenere a bada la dirompenza del tycoon: le terre rare.
Le terre rare e la tregua tariffaria
Proprio a due giorni dall’inizio della visita di Trump a Xi Jinping, un alto funzionario americano ha confermato a Reuters che la tregua commerciale siglata lo scorso autunno non è ancora scaduta e che si discute di un suo possibile prolungamento.
Quella tregua era nata ai margini del vertice APEC di Busan, in Corea del Sud, durante il primo faccia a faccia del secondo mandato Trump con il leader cinese Xi Jinping. La scintilla che aveva reso urgente l’incontro era stata l’annuncio cinese di un’ulteriore stretta sui controlli all’esportazione di terre rare e prodotti correlati, espandendo il regime di restrizioni già avviato nell’aprile dello stesso anno in risposta ai dazi di Trump.
Le conseguenze si erano fatte sentire quasi immediatamente, con molti costruttori di automobili negli Stati Uniti, in Europa e altrove che avevano faticato a ottenere i magneti permanenti necessari alla produzione, mentre alcune fabbriche erano state costrette a ridurre i ritmi o addirittura a fermarsi temporaneamente.
La strategia aveva funzionato, tuttavia, nell’accordo raggiunto, la Cina si impegnava a sospendere i controlli sulle esportazioni di terre rare. In cambio, Washington si impegnava a mantenere sospesi i dazi reciproci aggiuntivi sulle importazioni cinesi fino al novembre 2026, riducendo contestualmente di dieci punti percentuali i dazi legati alla questione del fentanyl.
Il monopolio cinese
Per comprendere perché le terre rare abbiano rappresentato una leva così potente, occorre inquadrare l’entità del monopolio di Pechino in questo settore. Secondo un’analisi di Morgan Stanley, la Cina controlla circa il 65% dell’estrazione globale di terre rare e una quota ancora più imponente (l’88%) della capacità di raffinazione e lavorazione.
A questa supremazia estrattiva e trasformativa si aggiunge il controllo sulla fase finale della catena, con la Cina che separa e lavora circa il 90% delle terre rare globali e produce il 94% dei magneti destinati alle energie pulite e ai veicoli elettrici.
Le applicazioni tecnologiche di questi elementi sono trasversali e strategiche. Turbine eoliche ad alte prestazioni, tecnologie per le batterie, condensatori e sensori per sistemi intelligenti dipendono in misura crescente da questi minerali specializzati.
In ambito militare, i magneti al neodimio-ferro-boro sono componenti essenziali di sistemi missilistici di precisione, tecnologie stealth e sistemi navali avanzati.
I prezzi europei delle terre rare hanno raggiunto livelli fino a sei volte superiori a quelli praticati in Cina, penalizzando duramente la competitività di costo dei prodotti europei. Un vantaggio competitivo trasformatosi in leva geopolitica.
L’Occidente tenta la diversificazione
Di fronte a questa vulnerabilità strutturale, i governi occidentali hanno avviato una serie di iniziative per ridurre la dipendenza da Pechino, sebbene il percorso si preannunci lungo e irto di ostacoli.
L’Unione Europea ha risposto con il Critical Raw Materials Act, che fissa obiettivi vincolanti entro il 2030: almeno il 10% del fabbisogno annuo di materie prime strategiche dovrà provenire dall’estrazione interna, il 40% dalla lavorazione nell’UE e il 25% dal riciclo, con un tetto del 65% per le forniture provenienti da un singolo paese terzo (ovvero la Cina).
Sul fronte allargato, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno creato FORGE (Forum on Resource Geostrategic Engagement), una zona commerciale preferenziale con l’applicazione di prezzi minimi garantiti, specificamente pensata per contrastare il dumping dei prezzi cinese.
Tuttavia, le ambizioni occidentali si scontrano con la realtà dei tempi industriali. Per la maggior parte delle proiezioni, la Cina continuerà a processare oltre il 60% delle terre rare mondiali almeno fino al 2030, indipendentemente dalle capacità che l’Occidente riuscirà ad aggiungere.
Il divario nella lavorazione è strutturale e riflette decenni di investimenti integrati in ingegneria chimica, catene di fornitura e know-how specializzato che non si replicano in due o cinque anni. La tregua tariffaria comprata ad alto prezzo a Busan non ha risolto il problema, e Pechino continuerà a far sentire questa leva ancora per molto tempo.
Il vento spazza via le nuvole della mattina sul Foro Italico e quando Jannik Sinner...
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Il vento spazza via le nuvole della mattina sul Foro Italico e quando Jannik Sinner scende in campo sul Centrale c’è un’aria più estiva che primaverile. Roma è pazza del numero uno al mondo, ente che finalmente dopo 50 anni il titolo degli Internazionali d’Italia può tornare a un italiano. Lo sa e lo spera anche Adriano Panatta che trionfò nel 1976 e che premierà il vincitore di quest’anno. L’assenza di Carlos Alcaraz spalanca a Sinner le porte di Roma e Parigi, anche se nel tennis non c’è nulla di scontato come dimostra il ritardo della partita di Sinner perchè l’americana Coco Gouff (amatissima dal pubblico romano) ha rovesciato la sua partita contro la Jovic rimontando da 7-5, 5-3 per andare poi a vincere 6-2 il terzo set.
Sinner chirurgico
Tra Sinner e Alexei Popyrin non c’è stata partita: il punteggio (6-2, 6-0) dice tuto dell’assoluta superiorità del numero uno al mondo che ha quasi faticato di più a fine partita per accontentare i tifosi a caccia di autografi (più di dieci minuti dopo la fine della partita con una disponibilità non scontata) che in campo contro Popyrin. Un allenamento di un’ora e sei minuti nel tripudio dei tifosi del Foro Italico. . Domani negli ottavi di finale Sinner affronterà in un derby tutto italiano Andrea Pellegrino. A Sinner piacciono queste rivalità interne: “È bello quando si può allenarsi insieme. Cerchiamo sempre tutti di dare il massimo, c’è sempre un pizzico di competizione”. Sinner a fine partita era soddisfatto: “Le condizioni erano particolari perchè c’era un po’ di vento, ma Popyrin non ha servito molto bene e io sono riuscito a breakare subito. E’ sempre bello giocare qui a Roma, il pubblico mi aiuta tanto”.
L’impresa di Pellegrino
Alla soglia dei trent’anni Andrea Pellegrino è la grande rivelazione di Roma, giocherà contro Sinner dopo aver battuto due teste di serie: Tiafoe e Fils. “Non dovevo giocare a Roma per il mal di schiena, ma ci tenevo troppo a questo torneo. Sono molto contento, è stata una partita veramente dura, le condizioni non erano facili perché c’era anche tanto vento. Non ho sfruttato dei set point, ma per fortuna ho portato a casa il primo set”. Lo ha detto Andrea Pellegrino dopo aver strappato il pass agli ottavi di finale degli Internazionali d’Italia. “È fantastico, quando sono venuto qui non mi sarei mai aspettato questo tipo di risultato, sono veramente felice del mio tennis – ha aggiunto -. Stavo bene dall’inizio e il mio livello cresceva per tutto il tempo. Ho combattuto su ogni punto”. Infine una battuta sul suo possibile avversario agli ottavi che potrebbe essere Sinner: “Abbiamo giocato contro sette anni fa, con lui fu una grande esperienza per me”.
Con l’attracco della nave MV Hondius, a bordo della quale è scoppiato il famigerato focolaio...
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Con l’attracco della nave MV Hondius, a bordo della quale è scoppiato il famigerato focolaio di Hantavirus, è iniziata per molti Paesi la delicata procedura di rimpatrio e isolamento dei passeggeri esposti al virus.
Nella giornata di oggi sono infatti almeno due i nuovi casi di contagio, entrambi riguardanti due sfortunati passeggeri della nave da crociera.
Primo casi negli Stati Uniti e in Francia
Il Dipartimento della Salute degli Stati Uniti ha annunciato oggi che uno dei 17 cittadini americani rimpatriati dalla nave è risultato leggermente positivo, mentre un altro presenta lievi sintomi.
I passeggeri d’oltreoceano erano stati trasferiti all’aeroporto Eppley di Omaha, in Nebraska, accolti da ambulanze e veicoli sanitari direttamente sulla pista.
I due che sono risultati positivi hanno viaggiato in unità di biocontenimento sull’aereo, separati dagli altri passeggeri, e sono stati indirizzati all’Unità di Biocontenimento del Nebraska e alla National Quarantine Unit del University of Nebraska Medical Center, struttura specializzata nella gestione di malattie trasmissibili ad alto rischio.
In Europa, invece, si segnala il primo caso di Hantavirus dopo il falso allarme della hostess di volo olandese.
Anche in questo caso si tratta di un passeggero della nave da crociera, rientrato (in isolamento) in Francia. A confermarlo in diretta alla radio France Inter è stata la ministra della Salute francese, Stéphanie Rist, che in mattinata ha comunicato la positività di una donna che aveva sviluppato sintomi durante il volo di rientro dopo l’evacuazione dalla MV Hondius.
Le sue condizioni sono peggiorate durante la notte e i test da hantavirus sono risultati positivi. La donna si trova ricoverata in un ospedale specializzato in malattie infettive, in isolamento.
Il governo francese ha adottato nelle ore notturne un decreto che permette di mettere in quarantena le persone potenzialmente contaminate, attualmente 22 quelle censite in Francia.
Rischio basso
Nonostante la diffusione del virus in più Paesi stia alimentando preoccupazione nell’opinione pubblica, le autorità sanitarie internazionali invitano alla calma.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità pone un rischio basso e l’ECDC, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie infettive, attribuisce un rischio molto basso alla popolazione generale in Europa.
In questo quadro, anche il Ministero della Salute italiano sta predisponendo una circolare destinata a Regioni e uffici di frontiera per fare un quadro sulla situazione e indicare cosa fare, sulla base delle indicazioni ECDC, in caso di persone che dovessero mostrare sintomi riconducibili al contagio.
I quattro italiani in quarantena, tutti a bordo del volo KLM diretto per Roma su cui era salita, per pochi minuti, una donna contagiata sulla nave e poi deceduta in Sudafrica, sono in buona salute e in isolamento presso i propri domicili.
Paracadute sull’Atlantico: l’operazione di Tristan da Cunha
Mentre il mondo segue le operazioni di rimpatrio dei passeggeri della Hondius a Tenerife, nell’Atlantico meridionale il Regno Unito ha paracaduto aiuti e specialisti ad un territorio d’oltremare tra i più isolati al mondo.
Sei paracadutisti e due medici militari sono stati lanciati dal cielo per portare aiuto d’urgenza a un sospetto paziente contagiato e alla micro-popolazione di Tristan da Cunha, uno degli insediamenti umani più remoti del pianeta, sprovvisto di pista di atterraggio.
A far scattare l’intervento d’emergenza è stata la situazione critica del paziente: l’uomo, un cittadino britannico ex-passeggero della Hondius sceso sull’isola a metà aprile, aveva avuto i primi sintomi da Hantavirus il 28 aprile e si era messo in isolamento.
Curato dai soli due medici presenti sull’isola, le sue condizioni respiratorie non miglioravano e le scorte di ossigeno del piccolo presidio sanitario locale erano quasi esaurite.
I parà della 16ª Brigata d’Assalto Aereo si sono lanciati contemporaneamente a rifornimenti vitali di ossigeno e altro materiale medico, decollando a bordo di un A400M Atlas della Royal Air Force. Un’operazione dall’alto valore materiale e simbolico.
Si rafforza la promozione internazionale dei grandi cammini storici e religiosi che attraversano l’Italia. Sotto...
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Si rafforza la promozione internazionale dei grandi cammini storici e religiosi che attraversano l’Italia. Sotto il coordinamento di ENIT S.P.A. — Agenzia Nazionale del Turismo, in raccordo con il Ministero del Turismo, prende forma “Antichi Cammini d’Italia”: un’azione integrata, finanziata dall’Unione europea – NextGenerationEU, di valorizzazione dedicata a cinque itinerari di rilievo europeo — la Via Francigena, la Via di Francesco, il Cammino di San Benedetto, la Romea Strata e la Via Romea Germanica — con l’obiettivo di posizionare in modo strutturato l’Italia tra le walking destination internazionali.
Il cammino è oggi una delle modalità di viaggio in più rapida crescita a livello europeo. Il Programma degli Itinerari Culturali del Consiglio d’Europa, lanciato a Strasburgo nel 1987 con il primo riconoscimento dei Cammini di Santiago di Compostela, ha costruito negli anni una rete di oltre quaranta itinerari sovranazionali certificati, individuando nei percorsi storici un veicolo di patrimonio condiviso, dialogo interculturale e turismo sostenibile. L’Italia partecipa a questo sistema con una presenza qualificata: i cinque cammini al centro della nuova azione di promozione si raccordano, in modi e tempi diversi, a tale framework europeo e convergono geograficamente verso Roma, raccordandosi al cuore storico del pellegrinaggio occidentale.
Via Francigena
La Via Francigena è il cammino storico italiano più riconosciuto a livello internazionale. Nel 1994 il Consiglio d’Europa l’ha certificata come Itinerario Culturale, al pari del Cammino di Santiago. Il tracciato si fonda sul diario di viaggio dell’arcivescovo Sigerico di Canterbury, che nel 990 d.C. annotò le 79 tappe (mansiones) del proprio ritorno da Roma. L’itinerario complessivo si estende per circa 3.200 chilometri da Canterbury a Santa Maria di Leuca, attraverso Inghilterra, Francia, Svizzera, Italia e Città del Vaticano. Il tratto italiano dal Passo del Gran San Bernardo a Roma misura circa 1.000 chilometri suddivisi in 45 tappe, e attraversa Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Liguria, Toscana e Lazio. Tra i suoi paesaggi più distintivi figurano le risaie della Lomellina, il Passo della Cisa, la Val d’Orcia, le crete senesi e la Tuscia viterbese. La gestione dell’itinerario è affidata all’Associazione Europea delle Vie Francigene (AEVF), riconosciuta dal Consiglio d’Europa come soggetto referente.
Via di Francesco
La Via di Francesco è un sistema di percorsi che unisce i luoghi più significativi della vita di Francesco d’Assisi (1182–1226). Si articola su due direttrici principali che convergono ad Assisi. La Via del Nord, dal Santuario della Verna ad Assisi, si estende per circa 190 chilometri attraverso il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, l’Alta Valle del Tevere, Sansepolcro, Città di Castello, Pietralunga, Gubbio — luogo del celebre episodio del lupo — e Valfabbrica. La Via del Sud, da Roma ad Assisi, percorre circa 300 chilometri in 19 tappe attraverso la campagna sabina e la Valle Santa Reatina, dove si incontrano i quattro santuari francescani di Greccio, Fonte Colombo, La Foresta e Poggio Bustone, prima di salire alla Valnerina e scendere lungo la Valle di Spoleto. Il santuario della Verna, in Toscana, è universalmente associato all’evento delle stimmate, ricevute da Francesco nel 1224. Al termine del cammino, presso la Basilica di San Francesco di Assisi, viene rilasciato l’attestato di pellegrinaggio, denominato Testimonium.
Cammino di San Benedetto
Il Cammino di San Benedetto, definito nel suo tracciato attuale grazie al lavoro di documentazione di Simone Frignani, unisce i tre luoghi fondamentali della vita del fondatore del monachesimo occidentale: Norcia, sua città natale (intorno al 480 d.C.); Subiaco, dove visse oltre trent’anni e fondò tredici monasteri; Montecassino, dove intorno al 529 fondò l’abbazia che rappresenta il riferimento dell’Ordine benedettino e dove, secondo la tradizione, scrisse la Regola e morì nel 547. Il percorso si sviluppa per circa 300 chilometri in 16 tappe a piedi tra Umbria e Lazio, attraversando i Monti Sibillini, Reatini, Simbruini, Lucretili ed Ernici, e tocca luoghi di particolare densità spirituale e culturale: Cascia, legata a Santa Rita; Rieti; Subiaco con il Sacro Speco e l’Abbazia di Santa Scolastica, considerata culla della stampa italiana per aver accolto nel 1465 la prima stamperia attiva in Italia; Casamari; Arpino, città natale di Cicerone; Roccasecca, legata alla figura di Tommaso d’Aquino. Benedetto da Norcia è patrono d’Europa dal 1964, per proclamazione di Paolo VI con la lettera apostolica Pacis nuntius.
Romea Strata
La Romea Strata è il cammino più recente entrato nel sistema degli Itinerari Culturali del Consiglio d’Europa, che l’ha certificata il 17 giugno 2025. Il percorso ricostruisce la rete di vie che dall’Europa centro-orientale e baltica conducevano i pellegrini a Roma. Lo sviluppo complessivo supera i 4.000 chilometri attraverso sette paesi (Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Austria, Italia), con 245 tappe e oltre cinquanta siti UNESCO collegati al tracciato. Il tratto italiano principale, da Tarvisio fino al raccordo con la Via Francigena a Fucecchio, si sviluppa per circa 1.000 chilometri in 47 tappe attraverso cinque regioni — Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana e Lazio — ed è affiancato da diramazioni che comprendono anche Trentino-Alto Adige e Lombardia. Tra i nodi più significativi: il Santuario del Monte Lussari, Concordia Sagittaria, Venezia, Padova, l’Abbazia di Nonantola, Pistoia — dove si conserva l’unica reliquia di San Giacomo Maggiore esistente al di fuori della Spagna — e Bolsena. Il coordinamento europeo è affidato all’Associazione Europea Romea Strata (AERS).
Via Romea Germanica
La Via Romea Germanica è stata certificata Itinerario Culturale del Consiglio d’Europa nel 2020. Il tracciato moderno ricostruisce il viaggio descritto dall’abate Alberto di Stade negli Annales Stadenses del 1236, in cui un dialogo tra due frati che valutano le possibili strade verso Roma diventa l’occasione per documentare con precisione il percorso compiuto dall’autore. L’itinerario complessivo si estende per circa 2.200 chilometri da Stade, in Bassa Sassonia, fino a Roma, in 94–97 tappe attraverso Germania, Austria e Italia. Il tratto italiano misura circa 1.050 chilometri dal Brennero a Roma e attraversa Trentino-Alto Adige, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Lazio, raccordandosi alla Via Francigena a Montefiascone. Tra i suoi snodi: Bressanone, Trento, la Valsugana, Padova, Ferrara, Ravenna — con il patrimonio bizantino riconosciuto dall’UNESCO — le Foreste Casentinesi, Arezzo, Cortona, Orvieto, Civita di Bagnoregio, Viterbo e Sutri.
Una visione integrata
La promozione coordinata dei cinque cammini risponde a un’esigenza precisa: dare visibilità sistemica a un patrimonio che, fino ad oggi, ha trovato espressione comunicativa in modo frammentato, con la sola Via Francigena dotata di una riconoscibilità internazionale strutturata. “Antichi Cammini d’Italia”, avviata da ENIT in raccordo con il Ministero del Turismo, mira a colmare questo divario, posizionando l’Italia come riferimento europeo per il turismo culturale lento. La strategia poggia su una lettura aggiornata del viaggiatore contemporaneo: una persona che cerca esperienze prima ancora che destinazioni, che pratica la lentezza come scelta consapevole e che riconosce nel cammino — storico, naturalistico, spirituale — un ponte tra patrimonio condiviso e ricerca personale. Cinque vie, una direzione: l’Italia che si scopre a piedi.
Quando nel 2017 La casa de papel arrivò su Netflix dopo una prima messa in...
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Quando nel 2017 La casa de papel arrivò su Netflix dopo una prima messa in onda quasi silenziosa in Spagna, nessuno immaginava che sarebbe diventata una delle serie non in lingua inglese più influenti del decennio. Le tute rosse, le maschere di Dalí, “Bella Ciao” trasformata in inno globale e un immaginario sospeso tra ribellione pop e critica al sistema hanno reso il fenomeno molto più di un semplice crime drama.
Oggi quel mondo torna nuovamente al centro della scena attraverso nuovi progetti che dimostrano come Netflix non abbia alcuna intenzione di abbandonare uno dei suoi franchise più redditizi. Dopo il successo dello spin-off dedicato a Berlino, interpretato da Pedro Alonso, l’universo narrativo continua infatti ad ampliarsi con nuove produzioni e possibili espansioni internazionali.
La nuova stagione di Berlin
In arrivo su Netflix il 15 maggio 2026, la serie riporta al centro Andrés de Fonollosa, interpretato da Pedro Alonso, con una nuova rapina costruita attorno al furto della celebre Dama con l’ermellino di Leonardo da Vinci. Questa volta però il tono sembra più sofisticato e teatrale rispetto alla serie originale. Dalle anticipazioni emerge infatti una Siviglia opulenta, fatta di palazzi aristocratici, vendette personali e dinamiche sentimentali che trasformano il colpo in qualcosa di molto più emotivo di una semplice rapina.
Accanto all’estetica glamour che aveva già caratterizzato la prima stagione, il nuovo capitolo promette un Berlino più oscuro e imprevedibile, riportando in scena quella miscela di fascino, manipolazione e romanticismo tragico che aveva reso il personaggio uno dei più amati dell’intera saga.
«La rivoluzione non è finita»: quale sarà il futuro della serie?
Sono tre le ipotesi sul futuro della serie. La prima è quella degli spin-off dedicati ai personaggi secondari. In Spagna si parla già di una serie sul colonnello Tamayo, il personaggio interpretato da Fernando Cayo, uno degli antagonisti più memorabili della rapina al Banco di Spagna. Secondo le indiscrezioni, la produzione sarebbe già in fase di lavorazione.
La seconda possibilità riguarda invece Álvaro Morte e il ritorno del Professore. Negli ultimi eventi promozionali Netflix ha alimentato volutamente le speculazioni mostrando l’attore in modo molto simbolico durante il lancio di Berlino. Molti fan leggono questa scelta come il possibile annuncio di una serie interamente dedicata al Professore, forse ambientata dopo gli eventi finali della serie originale.
Infine, c’è l’ipotesi che i fan desiderano di più: una nuova grande rapina con una banda completamente rinnovata. Al momento non ci sono conferme ufficiali, ma diverse testate spagnole parlano della volontà di Netflix di mantenere viva la formula originale aggiornandola a un nuovo contesto politico e tecnologico.
Anche quest’anno Lotto Sport Italia torna sulla terra rossa del Foro Italico in occasione degli...
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Anche quest’anno Lotto Sport Italia torna sulla terra rossa del Foro Italico in occasione degli Internazionali BNL d’Italia 2026, confermando il proprio ruolo da protagonista nel più prestigioso appuntamento tennistico del Paese. Il brand montebellunese, da sempre sinonimo di eccellenza italiana nel mondo della racchetta, scende in campo al fianco di una squadra ampia e competitiva di quasi 30 atleti impegnati tra qualificazioni e main draw, in tutte le categorie del torneo: dal singolare maschile e femminile ai doppi.
Una presenza che rafforza il legame storico tra Lotto e il tennis internazionale, costruito nel tempo attraverso ricerca tecnica, identità sportiva e una riconoscibilità capace di attraversare generazioni di campioni, superfici e tornei.
Vacherot, Landaluce, Patten e Heliovaara: i nomi da seguire
Nel team Lotto si distinguono alcuni dei profili più interessanti del circuito internazionale. Tra questi spicca Valentin Vacherot, protagonista di una delle crescite più significative dell’ultimo anno. Il vero punto di svolta è arrivato con la vittoria al Masters 1000 di Shanghai 2025, risultato che ha segnato il suo definitivo salto di livello. Da quel momento, il monegasco ha scalato oltre 200 posizioni nel ranking, entrando stabilmente nella Top 20 e inanellando risultati di rilievo, tra cui la semifinale a Montecarlo davanti al pubblico di casa.
Accanto a lui c’è Martin Landaluce, giovane talento spagnolo in costante ascesa, capace di mettersi in luce nel circuito maggiore con un percorso convincente fino ai quarti di finale a Miami, conquistati grazie a tre vittorie consecutive contro avversari della Top 50.
Nel doppio, invece, gli occhi sono puntati sulla coppia formata da Henry Patten e Harri Heliovaara. Reduci dal successo al Masters 1000 di Madrid, i due arrivano a Roma forti di un’intesa consolidata e di un gioco complementare che li conferma tra le squadre più continue del circuito.
La linea Tech per la terra rossa del Foro Italico
Per affrontare le sfide della terra battuta romana, gli atleti Lotto indossano i nuovi outfit della linea Tech, pensati per garantire massima libertà di movimento, traspirabilità e performance anche nelle condizioni di gioco più intense.
La collezione unisce funzionalità e identità visiva, con un design essenziale di ispirazione heritage e dettagli cromatici che richiamano le sfumature calde della terra rossa. Una scelta coerente con il DNA del marchio, da sempre orientato a coniugare prestazione tecnica e stile sportivo italiano.
Raptor Hyperpulse e Mirage 100: la tecnologia ai piedi degli atleti
Accanto all’abbigliamento, Lotto propone una linea footwear ad alte prestazioni. Raptor Hyperpulse, nelle versioni 100 e 300, integra la tecnologia brevettata Hyperpulse, sviluppata per garantire ammortizzazione e ritorno di energia. Nella versione 300, questa soluzione è resa visibile attraverso un inserto semi-trasparente nell’intersuola.
Raptor Hyperpulse 100 si distingue invece per il battistrada sviluppato con Vibram®, progettato per assicurare grip e durata, due elementi fondamentali su una superficie esigente come la terra battuta. Mirage 100, più leggera e flessibile, è l’opzione dedicata ai tennisti che puntano su velocità e reattività, offrendo supporto nei movimenti rapidi e nei cambi di direzione.
Innovazione, ricerca e identità: Lotto rinnova così la propria presenza agli Internazionali d’Italia, confermandosi punto di riferimento nel panorama del tennis internazionale proprio nel cuore della Capitale.
Lotto Sport Italia, una storia nata a Montebelluna
Fondata nel 1973 a Montebelluna, nel cuore del distretto calzaturiero veneto, Lotto è oggi una delle realtà italiane più riconosciute nel panorama sportivo internazionale. L’esordio nel settore delle calzature sportive avviene con le scarpe da tennis, seguite presto da modelli da basket, pallavolo, atletica e calcio.
Fin da subito, il nome dell’azienda diventa riconoscibile grazie all’iconico simbolo della doppia losanga, fusione visiva di un campo da tennis e uno da calcio, emblema di passione, rispetto e fair play. Nei decenni, Lotto ha accompagnato campioni leggendari come John Newcombe, Dino Zoff, Martina Navratilova, Cafu e Francesca Schiavone in alcune delle imprese più memorabili dello sport mondiale.
La capacità di coniugare ricerca tecnica e senso estetico ha reso il brand un punto di riferimento tanto per gli atleti professionisti quanto per gli amanti dello stile sportivo contemporaneo. Con più di 15 club calcistici nel mondo, tra cui l’italiana AC Monza, e oltre 200 calciatori professionisti che scelgono le sue calzature, Lotto continua a calcare i campi con passione e innovazione.
Lo stesso spirito guida il suo impegno nel tennis, dove sostiene una squadra internazionale di oltre 200 atleti di ogni categoria, in rappresentanza di più di 50 nazioni. La sua offerta si articola in diverse linee, dalla performance pura alle collezioni lifestyle di Lotto Leggenda, che reinterpretano i modelli iconici del passato in chiave moderna.
Il 50° anniversario, celebrato nel 2023, ha segnato un nuovo capitolo nella storia del brand, con il lancio di edizioni speciali dedicate ai suoi modelli più rivoluzionari, come Stadio e Zhero Gravity, prima scarpa da calcio senza lacci al mondo. Con radici profonde e lo sguardo sempre rivolto al futuro, Lotto continua a essere sinonimo di eccellenza italiana nello sport, capace di unire performance, autenticità e stile senza tempo.
C’è un’isola indiana a nord di Sumatra che si chiama Great Nicobar, un luogo nel...
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C’è un’isola indiana a nord di Sumatra che si chiama Great Nicobar, un luogo nel quale l’India sta portando avanti un progetto infrastrutturale da nove miliardi di dollari per rafforzare la propria capacità militare. Ciò accade perché l’isola è vicina a una delle rotte marittime più importanti del mondo e il progetto sta attirando l’attenzione delle nazioni confinanti poiché le interruzioni alla navigazione nello Stretto di Hormuz causate dal conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran hanno fatto emergere l’importanza di altri punti strategici marittimi definiti “vulnerabili”. Lo Stretto di Malacca, ovvero il braccio di mare che si estende tra Indonesia, Malesia e Singapore, è la rotta più breve tra l’Oceano Indiano e il Mar Cinese Meridionale. Gestito congiuntamente da questi tre paesi, vede transitare oltre un quarto del commercio marittimo globale, è quindi cruciale anche per la Cina perché gran parte del suo traffico marittimo, compresi quasi tre quarti delle sue importazioni di petrolio greggio, transita da quelle acque. Great Nicobar si trova a circa 150 chilometri dall’imboccatura occidentale dello stretto e fa parte del vasto arcipelago indiano delle isole Andamane e Nicobare anche se è più vicina all’Indonesia che alla terraferma indiana ed è da tempo considerata un possibile avamposto di difesa nell’Indo-Pacifico e una porta d’accesso allo Stretto di Malacca. Il progetto di Nuova Delhi prevede lo sviluppo dell’isola come hub commerciale e marittimo e ha ottenuto il via libera dopo che, nel febbraio scorso, il Tribunale nazionale indiano per l’Ambiente aveva accantonato le preoccupazioni sollevate da un potenziale impatto delle opere necessarie sull’ecosistema. Dunque sarà realizzata una infrastruttura grande 160 chilometri quadrati circondata da una foresta tropicale. Il governo indiano, in un comunicato stampa diffuso il primo maggio, ha dichiarato che il progetto sfrutta la sua posizione strategica per rafforzare la sicurezza nazionale, la presenza marittima e di difesa dell’India nell’Indo-Pacifico, integrando al contempo solide tutele ambientali e meccanismi di benessere per le popolazioni tribali. In quel luogo sorgeranno perciò un terminal internazionale per i container, un aeroporto a duplice uso, civile e militare, una centrale elettrica e un insediamento permanente in località Galathea Bay, nell’estremo sud dell’isola. Qui esiste già un aeroporto e gli analisti affermano che l’ampliamento delle sue piste faciliterà le operazioni da parte di velivoli militari da caccia e per ricognizione, mentre la costruzione di nuovi moli e centri logistici potenzierà le operazioni navali. Harsh Pant, vicepresidente dell’Observer Research Foundation di Nuova Delhi, ha dichiarato: “Quest’opera aumenta le capacità dell’India nello spazio marittimo, sia per la sorveglianza del traffico navale, sia per potenziali operazioni militari. Si parla dell’isola Great Nicobar come base avanzata permanente per la proiezione della potenza militare indiana nell’Indo-Pacifico”. L’idea indiana è quindi quella di trasformare le isole Nicobare in un avamposto militare per supervisionare la sicurezza delle acque dello Stretto di Malacca e garantire che nessun attore ostile, che sia cinese o statunitense, interferisca nel traffico marittimo come sta facendo l’Iran a Hormuz. Soprattutto in chiave anti-cinese, con Pechino che spinge la sua flotta sempre più vicino alle coste indiane e ha costruito porti in Sri Lanka e Pakistan (da sempre nazione nemica dell’India), nonché collegamenti stradali e ferroviari in Myanmar per ottenere un accesso via terra all’Oceano Indiano.
L’incontro si terrà. Mercoledì, Donald Trump si recherà in Cina, dove avrà un faccia a...
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L’incontro si terrà. Mercoledì, Donald Trump si recherà in Cina, dove avrà un faccia a faccia con Xi Jinping.
A confermare il viaggio è stato il governo di Pechino. Secondo fonti americane ascoltate da Reuters, i due leader parleranno di vari temi: dall’intelligenza artificiale alle armi nucleari, passando per i minerali strategici e i principali dossier geopolitici (specialmente Taiwan e Iran). Un’altra questione sul tavolo sarà, neanche a dirlo, quella commerciale. “Gli Stati Uniti e la Cina dovrebbero concordare la creazione di forum per facilitare gli scambi commerciali e gli investimenti reciproci, mentre la Cina dovrebbe annunciare acquisti relativi ad aerei Boeing, prodotti agricoli ed energetici americani”, ha riportato Reuters.
L’ultima volta che Trump e Xi si sono incontrati risale a ottobre, quando, in Corea del Sud, raggiunsero una tregua di natura commerciale. Originariamente, il presidente americano avrebbe dovuto recarsi nella Repubblica popolare a fine marzo. Poi, soprattutto a causa della guerra in Iran, l’inquilino della Casa Bianca aveva annunciato un rinvio. Si registra quindi grande attesa per il nuovo incontro tra Trump e Xi, mentre la competizione geopolitica tra Washington e Pechino sembra farsi più serrata.
Entrambi i leader si avviano al faccia a faccia con delle debolezze. Il presidente americano ha visto la sua strategia commerciale parzialmente azzoppata dalla Corte Suprema, mentre sta facendo fatica a chiudere la guerra con l’Iran e a gestire la crisi di Hormuz. Dall’altra parte, negli ultimi mesi, Xi ha perso notevolmente influenza in America Latina a seguito della cattura di Nicolas Maduro. Tutto questo, mentre un altro punto di riferimento di Pechino nell’area, come Cuba, appare sempre meno in grado di fronteggiare la crescente pressione economica statunitense.
Più in generale, la tensione tra le due potenze resta alta. Il mese scorso, Washington ha mosso dure accuse alla Repubblica popolare. “Il governo degli Stati Uniti possiede informazioni che indicano che entità straniere, principalmente con sede in Cina, sono impegnate in campagne deliberate su scala industriale per sfruttare i sistemi di intelligenza artificiale all’avanguardia degli Stati Uniti”, tuonò la Casa Bianca. Era invece la settimana scorsa, quando Pechino ha intimato alle proprie aziende di non conformarsi alle sanzioni americane. Insomma, la situazione resta complessa. E non è detto che Trump e Xi scioglieranno effettivamente tutti i complicati nodi che sono attualmente sul tavolo.